[L’inchiesta] Quanto guadagna davvero un insegnante italiano. Ecco cosa rimane nelle tasche dei professori

Irpef nazionale, addizionali locali, trattenute previdenziali, Inpdap, Fondo credito, ritenuta sindacale. Se togli mille euro a uno stipendio di 2400, stai caricando oneri per oltre il 40%. Il che significa che quasi metà busta paga viene lasciata per strada. Per un lavoro dipendente rischia di essere davvero oltre il limite del tollerabile. Per un lavoro, poi, cruciale, determinante, caricato di troppe responsabilità e aspettative come quello della scuola, è un drammatico paradosso

[L’inchiesta] Quanto guadagna davvero un insegnante italiano. Ecco cosa rimane nelle tasche dei professori

Duemilaquattrocento euro di lordo. Millequattrocento euro di netto. E’ la triste sintesi della busta paga media di un insegnante italiano con una decina di anni di anzianità. Gli oneri – fisco, previdenza, addizionali e varie – superano il 40%. Record del mondo occidentale. Tutti vogliono qualcosa dalla scuola. Educazione, formazione, futuro. Togliere i ragazzi dalla strada. Indirizzarli. Accompagnarli. Far crescere conoscenza e cultura, personalità individuali e senso collettivo. Prepararli al futuro. Lavoro sociale, perfino. Come se la scuola fosse il terminale di ogni emergenza che riguarda i minori. Ma in che condizioni lavorano gli insegnanti? Quanto investe lo Stato sull’istruzione? Domande che tornano periodicamente di attualità e che, oggi, si riaccendono alla luce della trattativa sul rinnovo dei contratti con il promesso aumento di 85 euro a cui verrebbe collegata anche una discussione su un paventato aumento dell’orario di lavoro.

La busta paga

Dentro questa discussione, che incrocia da anni, ormai, luoghi comuni con disagi cronici, vale la pena andare a leggere in maniera approfondita la busta paga di un docente medio. L’occasione la fornisce il sito web Tecniche della scuola, a cui un insegnante ha inviato il proprio statino – disponibile sulla pagina personale di ogni docente nel sistema NoiPa dal 19 gennaio – in pagamento dal prossimo 23 gennaio. Cifre e riferimenti sono quanto mai significativi, tenendo ovviamente conto che, anche per gli insegnanti, i mesi non sono tutti uguali e che ogni busta paga risente di condizioni anche soggettive, come anzianità di servizio, carichi familiari, eccetera.

Lordo e netto

Ma lo statino che Giancarlo Memmo, lettore di Tecniche della scuola, manda al sito web illustrandolo nei dettagli è davvero significativo. Intanto il lordo e il netto, come detto. Memmo è un docente di scuola media superiore, nato nel 1964, con un figlio a carico. La sua anzianità di servizio rientra nella fascia compresa tra i 15 e 20 anni. A gennaio il lordo segna 2.415 euro. Il netto solo 1.390 euro. Oltre mille euro di ritenute.

Forbice troppo ampia

Una differenza tra lordo e netto che rappresenta il primo problema, e non solo per gli insegnanti. Un costo alto, un guadagno basso, con un differenziale che segna una doppia penalità: troppo caricato per i bilanci dei datori di lavori (quando si parla di privati) e troppo leggero per quello che entra in tasca a chi presta la sua opera. Nel caso degli insegnanti, poi, un netto di meno di 1400 euro, con quella formazione, con quella responsabilità, con quella anzianità è a livelli davvero risicati.

Un carico del 40%

Ma come si arriva a una differenza tra lordo e netto così marcata? Lo spiega proprio l’insegnante, nella sua nota. Irpef nazionale, addizionali locali, trattenute previdenziali, Inpdap, Fondo credito, ritenuta sindacale. Se togli mille euro a uno stipendio di 2400, stai caricando oneri per oltre il 40%. Il che significa che quasi metà busta paga viene lasciata per strada. Per un lavoro dipendente rischia di essere davvero oltre il limite del tollerabile. Per un lavoro, poi, cruciale, determinante, caricato di troppe responsabilità e aspettative come quello della scuola, è un drammatico paradosso.

Bonus aggiuntivi

Naturalmente a quella busta paga si aggiunge qualche bonus. C’è quello legato al merito, che non supera i 448 euro lordi l’anno e che viene erogato in una sola tranche. C’è la card da 500 euro per libri e altro. Poi c’è la tredicesima di dicembre, come per tutti i lavoratori dipendenti. Resta, però, nell’insieme il dato di una retribuzione tutt’altro che allineata alla media europea. Con l’aggravante di una scarsa, quasi impercettibile, progressione di carriera. Mediamente un docente di scuola superiore in Italia al massimo della carriera, con l’anzianità maggiore possibile, non supera mai i 2mila euro netti. In ingresso, si ferma sotto i 1300. Per i docenti della scuola dell’infanzia la forbice è tra i 1700 e i 1200.

Il confronto con l’estero

I dati Ocse completano il quadro della situazione dei docenti italiani segnalando che il corpo complessivo degli insegnanti nel nostro Paese ha una età media molto superiore ai 50 anni. La più alta d’Europa. Basso, però, anche il monte ore di lavoro. Su questo punto si polemizza spesso. Agli insegnanti viene imputata, come una colpa, la lunga sequenza di vacanze pagare (estate, festività) e le poche ore di lavoro settimanale, contando però solo le attività di aula e non anche tutte quelle collaterali, fatte fuori da giorni ordinario e luoghi di lavoro, a casa o per scrutini, consigli, correzioni, preparazioni varie. Attualmente gli insegnanti italianilavorano a scuola dalle 25 alle 18 ore a settimana. Ventincinquesono quelle della scuola dell’infanzia, 18 di scuole medie e superiori. La media europea è 19 ore. In Italia il monte orario annuo per i docenti della primaria è 752 ore. In Francia, 900. All’estero, insomma, a conti fatti si guadagna di più e si lavora di più. Qualcuno potrebbe anche essere d’accordo.