L’ingegnere che analizza le macerie su Facebook: "Controllate i muri delle vostre case. Ma poi chiamate i tecnici"

Gherardo Gotti ha avuto un successo inaspettato su Internet, semplicemente osservando gli edifici crollati

di Giovanni Maria Bellu

Gherardo Gotti, 32 anni, ingegnere civile, è rimasto molto colpito dalle immagini del terremoto. Per due ragioni, una personale, l’altra professionale. La ragione personale è che vive a Pieve Di Cento, una delle località dell’Emilia Romagna colpite dal sisma del 2012. “Tremava tutto – ricorda – cadevano i libri e i soprammobili. La casa ha retto, ma poco distante ci furono crolli e vittime”. L’altra ragione, quella professionale, trova fondamento nella sua formazione universitaria: “Il mio professore di Scienza delle costruzioni, Claudio Ceccoli, diceva sempre che un buon progetto può essere fatto su un post it. Certo, poi ci vogliono i calcoli, le specifiche. Ma il concetto è che le cose fatte bene sono anche semplici”.

Così giovedì scorso, dopo aver studiato un po’ di immagini dell’ultimo sisma (“Per placare un po' quel senso di impotenza” come ha  spiegato sulla sua pagina Facebook), Gherardo Gotti ha deciso di divulgare le osservazioni tecniche che la vista di quelle fotografie gli suggeriva. Ha realizzato una gallery di 19 immagini di edifici crollati o lesionati e ha scritto, per ciascuna di esse, una breve didascalia. Evidenziando con frecce rosse, gialle e verdi i particolari più significativi. Come, per esempio, tra le macerie dell’hotel Roma, l’assenza di “staffe” nei piloni di cemento armato (“Una bestemmia edile”, la definisce). O, tra le rovine della scuola di Amatrice, la fragilità delle pareti di pietrame a fronte del peso eccessivo del cordolo di cemento della copertura. Concluso il lavoro, alle 14,50 di sabato l’ha pubblicato sul suo profilo Facebook ottenendo in poche ora migliaia di condivisioni e di “mi piace”. Un successo clamoroso che dimostra quanto è forte il bisogno di capire.

In un Paese punteggiato di aree ad alto rischio che ha un patrimonio abitativo realizzato per il 60 per cento prima che le normative antisismiche entrassero in vigore, il terremoto del Reatino ha diffuso la paura tra milioni di persone che hanno cominciato a guardare le proprie case con diffidenza. “In questi due giorni ho ricevuto tante richieste di consigli – racconta Gotti -. A tutti ho risposto di rivolgersi all’amministrazione comunale e di affidarsi a tecnici del luogo, che conoscono bene le caratteristiche del territorio”.

Ma, stabilito che i tecnici sono indispensabili e insostituibili, il cittadino comune ha modo – aguzzando la vista e rivolgendola verso i posti giusti – di capire se la sua abitazione è sicura? Quali sono gli “indizi” che dovrebbero suggerire di correre a chiamare gli specialisti? “Per una persona priva di competenze – è la risposta – è molto difficile fare una valutazione di questo genere. Possiamo dire poche cose. Per esempio, che se in un fabbricato in muratura si nota una crepa o un cedimento a livello del terreno è il caso di preoccuparsi. E’ anche possibile, se manca l’intonaco, fare una piccola verifica passando un dito nella malta attorno ai mattoni. Se il dito resta impolverato, allora si è in presenza di una malta fragile e, in caso di sisma, molto pericolosa. Se l’edificio è in cemento armato è invece molto complicato fare verifiche empiriche di questo tipo perché il problema principale  è il ferro all’interno delle strutture. Le sue condizioni possono essere accertate solo con analisi strumentali o asportando una parte del copriferro”.

A guardare la gallery si resta sorpresi per l’evidenza e la “semplicità” di alcune delle magagne. Gotti le individua, le indica e le rende comprensibili a chiunque. Così pure gli esempi virtuosi. Ed ecco l’immagine di un edificio che ha resistito. L’intonaco è caduto in molte parti della facciata, ma la struttura appare integra. Ed è quanto dovrebbe succedere sempre negli edifici realizzati a norma. “Una signora – continua – mi ha inviato una fotografia di una casa che, benché ristrutturata nel 1997, ha subito delle lesioni. Ecco, questo è un aspetto fondamentale: le lesioni ci possono stare, lo scopo delle norme antisismiche è quello di salvaguardare le vite umane. Diverso è il caso degli edifici considerati di ‘importanza strategica’, come gli ospedali, dove deve essere garantita l’operatività. Se l’edificio resiste ma, per esempio, cade l’intonaco nella sala operatoria che diventa inutilizzabile, allora qualcosa non ha funzionato”.

Certo, a vedere le immagini della catastrofe e la gallery delle macerie, si resta impressionati. E viene da domandarsi come sia possibile che un’impresa che lavora in zone ad alto rischio sismico non esegua i lavori a regola d’arte. Non solo per evidenti ragioni etiche, ma anche perché la possibilità di passare dei guai molto seri è alta. Un rischio che si può comprendere solo immaginando che a fare le cose male, a risparmiare sui materiali, si facciano grandi profitti. Gotti preferisce non ragionare dei casi in cui la malafede è evidente, e comunque non include in questa categoria quel che ha visto dell’ultimo sisma (le indagini della magistratura sono in corso). Fa notare, però, che in certe gare d’appalto i ribassi sono così rilevanti, anche del 30 per cento, che è davvero difficile immaginare come i lavori possano essere condotti al meglio. E’ una questione che chiama in causa soprattutto i legislatori. I tecnici, secondo Gotti, possono svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione dei cittadini. E, nello stesso tempo, possono imparare molte cose osservando gli effetti dei terremoti: vedere le macerie aiuta a capire cosa si deve fare per evitare di produrne di nuove.

Gotti ha cominciato quattro anni fa. Dopo il terremoto del 2012 si è presentato negli uffici del comune di Pieve di Cento mettendosi a disposizione. E’ stato inserito in una piccola squadra, con due vigili del fuoco – uno dei quali laureato in architettura – e ha fatto una serie di sopralluoghi. La stessa attività  che ha tentato di riprodurre sul Web con la sua analisi delle immagini di Amatrice e Accumoli. Per dare, come ha scritto su Facebook, “il mio contributo di solidarietà a chi soffre, sperando che possa essere d'aiuto, e che possa smuovere qualche coscienza...”.

Il clamoroso successo dell’iniziativa ha fatto della sua pagina Facebook un punto di riferimento. Oltre alle richieste di consigli, gli sono giunte sollecitazioni inaspettate. Come quella di non utilizzare frecce colorate ma di numerarle per consentire anche ai daltonici di seguire le didascalie. O la puntualizzazione di un elettrotecnico che ha contestato il paragone tra la lesione di un edificio e il fusibile di un elettrodomestico, scrivendogli che i fusibili sono stati ormai sostituiti dai magneti termodifferenziali. E non sono mancate, per quanto sporadiche, le accuse. Che, benché del tutto gratuite, l’hanno molto amareggiato. Tanto che vi ha dedicato un nuovo post su Facebook: “Ho fatto l'album di foto giovedì dopo pranzo, perché ne sentivo il bisogno. In fretta, buttando giù qualche nozione di base secondo quanto permesso dalle mie competenze. Non mi interessavano i like e nemmeno la notorietà, pensavo solo a chi si trova nel cratere e sta passando momenti infernali. E so cosa vuol dire perché ho vissuto il sisma del 2012 in Emilia. Ora, dopo tutto questo interesse, mi stanno arrivando critiche, insulti, e mi son preso pure dello sciacallo. Mi fa male. Dall' altro lato però, spero di aver contribuito a sensibilizzare tante persone, visto che ho fatto tutto con lo scopo di aiutare, e perché no, confortare”.