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Lo accerchiano e lo riducono in fin di vita perché “ragazzo normale”. A Napoli, una baby gang e la futilità del male

Un vero pestaggio, culminato con una coltellata alla gola che lo ha portato a due centimetri dalla morte. È rimasto in ospedale a lungo, vegliato dalla mamma Maria Luisa, che poi ha fatto della vicenda una propria battaglia civile

Antonio Mennadi Antonio Menna   
Lo accerchiano e lo riducono in fin di vita perché “ragazzo normale”. A Napoli, una baby gang e la...

Arturo fu aggredito da una gang di ragazzi nel dicembre del 2017, in via Foria, a Napoli, a ridosso del centro storico, a pochi passi dal Museo archeologico nazionale. Un vero pestaggio, culminato con una coltellata alla gola che lo ha portato a due centimetri dalla morte. È rimasto in ospedale a lungo, vegliato dalla mamma Maria Luisa, che poi ha fatto della vicenda una propria battaglia civile. Alla fine, Arturo se l’è cavata. Il suo corpo giovane, la sua mente reattiva, ha sfidato la vita e lo ha rimesso in piedi. I suoi aggressori furono arrestati a stretto giro, poi processati e condannati a oltre 9 anni di carcere. In questi giorni, le motivazioni, che gettano una luce ancora più sinistra sulla vicenda.  

Regolamento di conti  

Quella sera, secondo il Tribunale dei minorenni, andò in scena un regolamento di conti di ragazzi di strada contro un ragazzo normale. Cioè, Arturo fu scelto non per un motivo specifico che riguardasse lui e solo lui; fu aggredito non per una rissa mirata. Ma fu scelto dentro un disegno punitivo generale: vestiva in modo pulito e ordinario, aveva un profilo comune. Era un ragazzo normale e per questo andava punito. 

Fare male 

Il dispositivo dei giudici dei minorenni di Napoli (presidente Marina Ferrara, con Pezzuti e Parenti), conta ben diciotto pagine. Il branco (c’era anche un minore di 14 anni, non punibile) voleva sicuramente fare male. Giravano armati di coltello per colpire. Ma non aveva un bersaglio preciso. Avrebbero aggredito chi si sarebbe trovato nelle condizioni ideali, per profilo e situazione, alla loro volontà punitiva. Individuano così Arturo. Lo avvicinano. Gli ronzano intorno come sciacalli. Lui non reagisce e conferma ai loro occhi il profilo di “bravo ragazzo”. Fingono di chiedergli l’ora. Quindi tentano di rubargli il cellulare ma passano subito alle botte e alle coltellate. Quattro contro uno. Da tutti i lati. Coltellate al torace, alle braccia. Il colpo feroce alla gola. Fargli male, questo l’obiettivo. Fargli molto male. 

 Allarme sociale 

«Un delitto di particolare allarme sociale – scrivono i giudici -, che ha prodotto notevole lacerazione nella vittima e nella collettività. Quattro giovanissimi decidono di irrompere con gratuita violenza nella vita di un altro giovanissimo ragazzo che non aveva altre colpe che quella di essere un ragazzo normale che stava per far rientro a casa e che solo per fortunate coincidenze non ha perso la vita». «Gli imputati – continuano le motivazioni -, dopo aver deriso e offeso la vittima, non hanno esitato un istante a sferrargli diverse coltellate in varie parti del corpo al primo timido tentativo di reazione della parte lesa; hanno agito in gruppo avvalendosi proprio di quella forza intimidatrice che gli è propria, aggredendo in quattro vigliaccamente un ragazzo solo».  

Branco in libertà 

Vigliaccheria, ferocia, una caccia generica a un bravo ragazzo a cui fare male. È inquietante la modalità, è angosciante il rituale, la gratuità del male. Bambini cresciuti male e troppo in fretta, famiglie disgregate, genitori separati e assenti, in qualche caso con problemi giudiziari, di droga e di carcere. Un branco in libertà che identifica una preda e la attacca. Sono scene da documentario sugli animali. Ma sono fatti avvenuti davvero, tra esseri umani.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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