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L’improbabilità del contagio all’aria aperta e il principio di cautela

Meno del 10% dei contagi documentati sono avvenuti all’aperto. Il "New York Times": "Potrebbero essere solo l’1%"

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
(foto Ansa)
(foto Ansa)

Lo scorso 27 aprile Rachelle Walensky, direttrice del Centres for Disease Control degli Stati Uniti, l’agenzia che si occupa delle malattie infettive, ha annunciato che il rischio di contagio all’aperto è tutto sommato basso. «Vi sono sempre più dati che suggeriscono che la maggior parte dei contagi avvenga al chiuso piuttosto che all’aperto; in molti studi meno del 10% dei contagi documentati sono avvenuti all’aperto. Sappiamo anche che al chiuso il rischio di contagio cresce di 20 volte rispetto al rischio che si corre all’aperto».

Potrebbe essere solo l’1%

Dieci per cento. Già questa è una buona notizia, considerando che ci si avvia a passi rapidi verso l’estate. Ma potrebbe essercene una ancora migliore. Secondo David Leonhardt del New York Times, i casi documentati di contagio all’aperto potrebbero essere solo l’1% e forse addirittura solo lo 0,1%. A sostegno di un numero così basso di casi vi è uno studio condotto sui contagi a Wuhan, dove solo un caso sui 7.324 studiati sarebbe frutto di contagio all’aperto e un altro condotto in Irlanda con 262 casi di contagio all’aperto su 232.164, appunto lo 0,1%.

10, 100 volte di meno…

Ma come è possibile una differenza di valutazione di 10 se non addirittura 100 volte? La risposta pare dipenda da due fattori: il primo è la difficoltà di arrivare a una rigida classificazione tra luoghi chiusi e luoghi aperti; il secondo è un generale approccio di cautela, per cui è meglio correre il rischio di essere eccessivamente prudenti che pentirsi per essere stati avventati.

Aperto o chiuso?

Definire un luogo aperto o chiuso non sembra particolarmente complicato. Tuttavia, quando si va sui grandi numeri la cosa è meno semplice di quel che appare. Occorre classificare, astrarre, semplificare e magari si perde di vista il particolare che conta. Ad esempio la scuola è un’attività al chiuso, ma in molti istituti l’educazione fisica si fa all’aperto. Viceversa molti sport si fanno all’aperto, ma poi ci sono gli spogliatoi. I parchi divertimento sono all’aperto, ma spesso hanno ristoranti e bar al chiuso, e via di questo passo.

I cantieri di Singapore

A quanto pare la stima del CDC statunitense si basa molto su ricerche condotte sui casi registrati nei cantieri di Singapore. Uno degli studi cita 95 casi di contagio all’aperto su circa 11mila casi, un altro 4 su 103. I dati analizzati provengono da un database del governo della stessa Singapore che tuttavia non classifica i cantieri come luogo di contagio all’aperto. Come ha dichiarato Yap Wei Qiang, portavoce del Ministero della Salute di Singapore: «Non li abbiamo classificati come contagi al chiuso o all’aperto. Si potrebbe trattare di contagi sul luogo di lavoro avvenuti nel cantiere o potrebbero essere avvenuti al chiuso, sempre nell’ambito del cantiere».

Una decisione affrettata

La decisione di classificare i contagi come avvenuti all’aperto sarebbe stata quindi dei ricercatori e sarebbe avvenuta consultando i dati e assumendo che contagi in un cantiere equivalgono appunto a contagi all’aperto, il che però non è necessariamente vero. Una volta completata la struttura di un edificio, ad esempio, vi sono da fare gli impianti e poi gli interni come nel caso di uno dei cantieri in questione, quello di un grattacielo per il colosso finanziario svizzero UBS, già avanti nella costruzione. Senza contare il tempo passato da operai e tecnici in spazi comuni come mense, sale riunioni, spogliatoi e le testimonianze del lavoro svolto a stretto contatto da idraulici ed elettricisti.

Il principio di cautela

Si arriva così al secondo fattore: il principio di cautela dei ricercatori. Lavorando sui dati e non essendo stati sul posto, gli studiosi si trovano a dover definire a priori dei luoghi o delle attività come all’aperto o al chiuso e classificare quindi di conseguenza i contagi che sono avvenuti in quegli stessi luoghi o nel corso di quelle attività. Poiché si tratta di semplificazioni l’approccio generale è che nel dubbio sia meglio classificare un luogo come “aperto” piuttosto che il contrario, ovvero che sia meglio correre il rischio di esagerare le possibilità di contagio, ipotizzando che possa avvenire anche in condizioni più difficili, che quello di minimizzarle e contribuire alla diffusione del virus. In sintesi, meglio una mascherina in più che una in meno.

Una stima prudente

Il reporter del New York Times ha chiesto al CDC americano da dove venisse la stima del 10% e questa è la risposta che gli è stata data: «Vi sono dati limitati sui contagi all’aperto. I dati che abbiamo sostengono l’ipotesi che il rischio all’aperto sia basso. Il 10% è una stima prudente derivante da uno studio sistematico di paper accademici. CDC non può fornire un livello di rischio specifico per ogni attività in ogni comunità e quando raccomanda le misure per la protezione della salute si sbilancia sul versante della protezione. È importante che le persone e le comunità considerino la loro particolare situazione e il loro livello di rischio e prendano le misure appropriate per proteggere la loro salute».

Il modo migliore

Una stima prudente quindi, ma che il dato più vicino alla realtà si il 10% o l’1% o addirittura lo 0,1% la conclusione di fondo non cambia: ormai pare chiaro che i contagi avvengono soprattutto, forse quasi esclusivamente, al chiuso. Il che ha due corollari: il primo è che è tempo che si valuti quali misure di precauzione sia effettivamente necessario mantenere all’aperto; il secondo è che, al di fuori della propria casa e in attesa che la campagna di vaccinazione arrivi a compimento, distanziamento e mascherine nei luoghi chiusi rimangono necessari.

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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