L’imprenditrice calabrese scomparsa nel nulla da oltre 1000 giorni. E nessuno ne parla

Da tre anni, la famiglia Chindamo non si rassegna. Anche il sit-in di oggi, nei luoghi che potrebbero essere stati la scena degli ultimi istanti di Maria, chiede un’accelerazione nelle indagini, chiede che venga spezzato il muro di omertà che soffoca il territorio

Maria Chindamo
Maria Chindamo

Oltre mille giorni. Oltre mille giorni senza verità. Oltre mille giorni senza giustizia. Oltre mille giorni di ricerca, di rabbia, di speranza. Non si arrende la famiglia di Maria Chindamo, l’imprenditrice scomparsa nel nulla il 6 maggio 2016 tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia. In luoghi di ‘ndrangheta, dove nessuno parla, anche se sa qualcosa. Proprio in una roccaforte della ‘ndrangheta, Limbadi, dove la cosca Mancuso uccide ancora tramite autobomba, tante persone si sono riunite oggi, chiamate a raccolta dal fratello di Maria, Vincenzo, e dai figli della donna.

“Verità e giustizia”

Chiedono “verità e giustizia”, appunto. In un contesto di ‘ndrangheta e di omertà, di violenza e di prevaricazione, soprattutto quando di mezzo ci sono le donne. La storia di Maria Chindamo ha tutto questo: nel 2015, il marito della donna, Ferdinando, si suicida, non accettando la fine della relazione. Circa un anno dopo, Maria scompare nel nulla, in quella che sembra una normale giornata, spesa tra la famiglia, a Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, e l’azienda di proprietà, a Limbadi, nel Vibonese.

Da tre anni, la famiglia Chindamo non si rassegna. Anche il sit-in di oggi, nei luoghi che potrebbero essere stati la scena degli ultimi istanti di Maria, chiede un’accelerazione nelle indagini, chiede che venga spezzato il muro di omertà che soffoca il territorio, chiede che non venga meno l’attenzione dell’opinione pubblica, che un caso che sembra uscito da un inquietante noir non venga inghiottito dal “cono d’ombra informativo” che spesso avvolge tutto ciò che accade in Calabria.

Maria non si trova più e nessuno sembra aver visto nulla: “Sono passati tre anni da quando mia sorella è sparita e per noi andare avanti è molto dura” afferma Vincenzo Chindamo, che resta sempre vicino alla nipote Federica.

Le indagini

Davanti al cancello della propria azienda, Maria sarebbe stata aggredita da una o più persone. Il motore della sua auto resta acceso: a bordo, gli inquirenti troveranno tracce di sangue e null’altro di utile. E’ il primo indizio delle indagini, lunghe e complesse. Già, le indagini. Difficili, quasi impossibili. Perché siamo in Calabria, al confine tra due delle province a più alta densità mafiosa. Per questo nessuno parla. Un muro di silenzio e di omertà, di frasi non dette, di “non ricordo”, di versioni sospette. E questo nonostante il fratello di Maria Chindamo, Vincenzo, e la figlia della donna, l’oggi 18enne Federica Puntoriere, più volte abbiano chiesto che qualcuno trovi coraggio e dignità per raccontare ciò che sa. Accanto a loro, l’avvocato Giovanna Cusumano, legale dei familiari fin dall’inizio: “In Calabria le donne muoiono più di femminicidio che di ‘ndrangheta, anche se in qualche caso le due cose si intersecano perfettamente” afferma.

La Procura della Repubblica di Vibo Valentia da tre anni indaga per omicidio, sequestro di persona e occultamento di cadavere. Secondo quanto trapela, nelle ultime settimane il cerchio potrebbe essersi stretto attorno ad alcune persone del circuito riguardante l’ex nucleo familiare di Maria: “Sono fiduciosa sul fatto che a breve avremo importanti novità” aggiunge l’avvocato Cusumano.  L’ipotesi inquietante è che Maria sia stata punita proprio per aver lasciato il marito. Per aver avuto l’idea, folle in determinati luoghi e contesti calabresi, di volersi rifare una vita, di voler ricominciare, di volere amare nuovamente. Per questo andava punita, non solo con l’uccisione, ma anche con la sparizione, per cancellarla per sempre.

In Calabria i simboli sono importanti

La sparizione di Maria Chindamo non sarebbe infatti un fatto estemporaneo. La “lupara bianca” qui ha un significato soltanto. E poi, sono tanti, troppi, particolari portano a credere che fosse tutto studiato e preparato a tavolino da tempo: dall’assenza di alcuni operai che Maria avrebbe dovuto incontrare quella mattina, al fatto che l’auto verrà ritrovate “pulita”, ossia senza alcuna impronta estranea, alla manomissione di una telecamera che avrebbe potuto immortalare i tragici attimi di quel 6 maggio 2016: “Sarebbe ora che i calabresi capissero che gli omertosi sono corresponsabili dei crimini taciuti, perlomeno sotto un profilo morale. Essere a conoscenza di informazioni e tacerle, è una forma di complicità cui bisogna sottrarsi per non macchiare le proprie mani di sangue innocente, oltre che la propria coscienza di delitti efferati. Ed è per questo che lanciamo continui appelli a tutti i cittadini, affinchè collaborino con le autorità, anche in forma anonima. Non serve esporsi se si temono ripercussioni, basta fare segnalazioni anonime. E’ impossibile, infatti, che in un fazzoletto di terra qual è il teatro in cui è sparita Maria, che nessuno abbia visto o sentito nulla. Siamo certi, infatti, e ce lo testimoniano “timide” segnalazioni che qualcuno sia in possesso di informazioni. Pertanto, anche quelle notizie, quegli elementi, che possono per i non addetti ai lavori, apparire insignificanti, possono rivelarsi molto utili per consentire all’autorità investigativa di chiudere il cerchio” afferma ancora l’avvocato Cusumano.

Il contesto non è semplice da dipanare. Accanto alla pista che dell’”onore”, gli inquirenti non stanno trascurando anche le attività economiche che Maria stava portando avanti su terreni che deteneva insieme all’ex marito e che potevano essere reclamati da qualcuno.

L’ombra della ‘ndrangheta aleggia da sempre: “Quello di Maria Chindamo – afferma ancora l’avvocato Cusumano - resta un femminicidio perpetrato con le modalità ndranghetistiche. Qui la ‘ndrangheta ha verosimilmente consentito una rete di protezione di tipo criminale. Come a dire che ha acconsentito che Maria Chindamo sparisse nel nulla”.

Sul punto, infatti, è importante quanto messo a verbale da un pentito, Giuseppe Dimasi, un tempo affiliato proprio alle cosche di Laureana di Borrello: "Con riferimento alla scomparsa di Mariella Chindamo, Marco diceva "secondo me gliel'hanno fatta pagare", alludeva al fatto che la donna aveva avuto una relazione extraconiugale e il marito non accettando la separazione, si era suicidato". Il "Marco" cui Dimasi fa riferimento altri non è se non Marco Ferrentino, considerato il vertice della famiglia mafiosa di Laureana di Borrello. Una eventuale confidenza del capoclan, dunque, potrebbe essere una traccia non di poco conto, dato che in quei luoghi non accadeva e non accade quasi nulla senza che la 'ndrangheta non se sappia qualcosa.