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Premia i dipendenti con due stipendi in più. E spiega: “E’ normale, sono loro la nostra ricchezza”

"Premiare il merito non è solo giusto, ma anche conveniente. Perché se un lavoratore sa che il suo impegno viene riconosciuto, ce la mette tutta per raggiungere gli obiettivi dell’azienda" spiega l'imprenditore

di Giovanni Maria Bellu   
Giuseppe Moro, presidente e fondatore della Convert
Giuseppe Moro, presidente e fondatore della Convert

L’annuncio del presidente e fondatore della Convert, azienda romana specializzata nel settore delle energie rinnovabili, di premiare i suoi trecento dipendenti con due mensilità in più, ha fatto in poche ore il giro d’Italia. Eppure a sentire come il manager – si chiama Giuseppe Moro – ha motivato la decisione, l’unico motivo di sorpresa è la linearità del ragionamento: “I dipendenti – ha spiegato - sono la nostra vera ricchezza e asset strategico. Se chiediamo il loro impegno per raggiungere determinati obiettivi e li raggiungiamo trovo naturale che vadano ricambiati".

“Trovo naturale”, dice Moro. Che lascia da parte la retorica dell’imprenditore “buono”, “generoso”, “illuminato”. E, in sostanza, dice che premiare il merito non è solo giusto, ma anche conveniente. Perché se un lavoratore sa che il suo impegno viene riconosciuto, ce la mette tutta per raggiungere gli obiettivi dell’azienda. D’altra parte alla Convert – dove il 2016 si è chiuso con un aumento dei ricavi del 300 per cento - il riconoscimento del merito è una regola. Riferiscono le cronache che nel 2012, dopo un’altra performance positiva, Moro pagò l’Imi per la prima casa ai dipendenti, e prima di tutto a quelli con i figli a carico. Ed escluse i dirigenti dal benefit.

Quest’ultima notizia, benché vecchia di quattro anni, è forse ancor più sorprendente di quella di cui oggi tutti parlano. Perché in Italia – e nel mondo – a partire dagli anni Novanta si affermata un’altra idea, del tutto opposta: che i dirigenti devono essere sempre e comunque premiati, anche al di là dei risultati.  E che comunque non deve esserci alcuna proporzione tra il loro dispendio e quello dei dipendenti.

In proposito viene sempre richiamata la celebre massima di Adriano Olivetti, secondo il quale “nessun dirigente, nemmeno il più alto, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Il difetto di questa regola, è che il divario tra il salario dei dipendenti e quello dei dirigenti ha raggiunto livelli tali da farla apparire totalmente irrealistica. Col risultato che si fa fatica a stabilire una regola magari meno rigida, ma efficace e valida.

Nel 1980, la regola di Adriano Olivetti era stata già largamente disapplicata. Ma il divario era ancora nell’ambito di una relativa ragionevolezza: I dirigenti mediamente guadagnavano 45 volte più dei dipendenti. Sembrava moltissimo. Era niente in confronto a oggi. Già nel Duemila la sproporzione si era decuplicata: lo stipendio medio del manager era di 500 volte superiore. Oggi siamo alla fantascienza. Si è calcolato che a un operaio della Fiat occorrerebbe più di quattordici secoli per mettere assieme la somma che Sergio Marchionne ha guadagnato nel 2015. Dunque evviva l’iniziativa della Convert e di tutte le aziende che considerano i loro lavoratori un “asset strategico”. Ma con la consapevolezza che la lungimiranza di qualche imprenditore di buon senso non basterà da sola a scalzare un costume scandaloso al quale, a quanto pare, ci siamo rassegnati.

 

di Giovanni Maria Bellu   
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