[La storia] L’imprenditore muore e lascia la sua eredità ai dipendenti: 4 milioni di euro da dividere. "Voglio dare soldi a chi guadagna di meno"

La moglie di Tamini, nella sede di Assolombarda di Milano, ha preparato gli assegni. Qui sono arrivati, uno ad uno, i trecento lavoratori. Ad ognuno un bonus. Ma secondo i bisogni, come aveva lasciato detto l’uomo. E così agli operai l’assegno di 15mila euro, agli impiegati cinquemila in meno

[La storia] L’imprenditore muore e lascia la sua eredità ai dipendenti: 4 milioni di euro da dividere. 'Voglio dare soldi a chi guadagna di meno'

Quindicimila euro ad ogni operaio, diecimila euro ad ogni impiegato. Di più a chi ha di meno. E’ il regalo che dall’aldilà il padrone buono di un’azienda ha voluto fare ai suoi 300 dipendenti. Si disse subito, all’indomani della sua scomparsa: ha lasciato 4 milioni di euro ai suoi lavoratori. Molti la presero come una boutade. Con quello scetticismo tipico di un popolo disabituato alla bontà, si disse che era una bufala. E invece, il denaro è arrivato. A portarlo, la vedova dell’imprenditore.

Premio fedeltà

Lui si chiamava Luciano Tamini. Era il patron di un’azienda leader nella produzione dei trasformatori elettrici. E’ morto lo scorso 1 luglio, a 84 anni. Un male che aveva combattuto e che alla fine lo aveva piegato. Subito dopo la scomparsa, fu resa nota la sua volontà. Parte dell’eredità sarebbe dovuta servire a gratificare i 300 dipendenti dell’azienda con un bonus, un premio di fedeltà. Quattro i milioni di euro destinati al regalo. Il tempo di fare i conti e di organizzarsi, e i soldi sono davvero arrivati.

Un imprenditore diverso

La moglie di Tamini, nella sede di Assolombarda di Milano, ha preparato gli assegni. Qui sono arrivati, uno ad uno, i trecento lavoratori che erano in forza alla Tamini nel 2014, anno della cessione alla Terna, e che ancora oggi lavorano nella linea di produzione dei trasformatori. Ad ognuno un bonus. Ma secondo i bisogni, come aveva lasciato detto l’uomo. E così agli operai l’assegno di 15mila euro, agli impiegati cinquemila in meno. In ogni caso, un bel gruzzolo di addio, per un imprenditore che ha sempre voluto distinguersi per tratto umano e condivisione degli obiettivi.

Amore totale

Luciano Tamini, infatti, aveva sempre avuto con la sua azienda un rapporto di amore totale. Vi era entrato giovanissimo, a 21 anni. La guida gli era stata lasciata dal padre, che l’aveva fondata nel 1916 e, morto prematuramente, l’aveva consegnata al figlio giovanissimo. Nata come officina meccanica, la Tamini poi si è riconvertita, cogliendo le sfide del progresso, crescendo, scegliendo il core business dei trasformatori elettrici, fino a diventare una delle industrie più importanti del Paese.

Vecchio stampo

Alla guida, sempre lui, per 60 anni di fila, Luciano. Un imprenditore vecchio stampo: conosceva tutti i suoi dipendenti, arrivava in fabbrica la mattina presto, andava via per ultimo. Motivatore, coraggioso, esigente, moderno, brillante anche nei rapporti interpersonali, Tamini aveva fatto la sua fortuna anche con il carattere e la determinazione.

Grande carisma

Lo ricorda così, al sito Legnano news, Luciano Turri, ex manager dell’azienda: « Era un grande imprenditore fuori da ogni cliché, aveva un forte rispetto per il lavoro. Un uomo di grande carisma, concreto, deciso e con un ineguagliabile istinto. Spesso veniva in fabbrica per toccare i problemi con mano, dimostrando di essere molto legato agli operai. Anche durante il periodo difficile con il nipote, con il quale si è ritrovato in tribunale per discutere il controllo dell'azienda, passava spesso in fabbrica a rassicurare i lavoratori. Ricordo ancora quando affermò: "Ci sono anni di vacche grasse ed altri meno fortunati. Occorre mettere il fieno in cascina per gli anni di magra e non farlo pesare agli operai. Questo significa pagare di tasca propria negli anni di magra".

La cessione

Il vecchio leone soffrì quando nel 2014 dovette lasciare la sua fabbrica alla Terna. La sfida della globalizzazione si faceva già feroce. Reggere alla competizione e alla crisi significava sacrificarsi e lui lo fece, affidando a un grande gruppo, la linea di produzione, con tutti i dipendenti. Ma con i lavoratori aveva mantenuto un filo diretto. Una comunicazione mai interrotta, che lo portava spesso a interessarsi ancora della fabbrica.

La parola data

Quando il male lo ha aggredito – raccontano i familiari e gli amici – ancora una volta sono stati i lavoratori il suo primo pensiero. Sapeva di non averne per molto e ha messo nero su bianco una volontà testamentaria: quattro milioni dell’eredità da dividere con i dipendenti storici. Operai e impiegati ma con la clausola che abbiamo già ricordato: a chi ha il salario più basso, il premio più alto. Il segno di una sensibilità superiore. Della capacità di capire il valore del lavoro e quello dell’uomo. Tempo pochi mesi e la promessa è stata mantenuta. L’assegno è arrivato e con esso il segnale che per quella generazione la parola vale più di un contratto. Parola di patron. Promessa mantenuta. Anche dall’aldilà, la fabbrica nei pensieri, nel cuore e, perché no, nel portafogli.