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[Il ritratto] Dallo stupro di Rimini al ghanese che voleva uccidere i turisti a picconate. Ecco gli immigrati criminali. Pochi casi ma eclatanti

Dal 2011 al 2015 il numero dei reati commessi è sceso del 7 per cento, il numero dei furti del 9,2 e meno 10 per cento le rapine denunciate. Crescono solo quelli contro le donne: gli stupri e i femminicidi. Per i secondi, sono colpevoli i partner o gli ex, nella stragrande maggioranza italiani. Per i primi, invece, l’incidenza degli immigrati è notevole. Nel 2006, erano il 5 per cento della popolazione - oggi sono il 7,5 quelli ufficiali: ma quelli che delinquono di più sono i clandestini - e commettevano il 39 per cento degli stupri. Ovvero circa 8 volte la loro presenza sulla popolazione generale. Il restante 61 per cento degli italiani equivale invece allo 0,7. In termini brutali, si potrebbe dire che la propensione allo stupro degli immigrati sarebbe circa 12 volte superiore a quella degli italiani

[Il ritratto] Dallo stupro di Rimini al ghanese che voleva uccidere i turisti a picconate. Ecco gli...

Innocent Oseghale è solo l’ultimo di una lunga fila. Ma questo triste elenco di immigrati criminali, dal branco di Rimini che rapinava e stuprava i turisti al ghanese Adam Kabobo che ammazzò a picconate tre passanti nelle vie di Milano, è anche un dato in controtendenza, a dispetto di una percezione diversa, gonfiata soprattutto da media e tv, in un Paese dove invece i reati continuano incredibilmente a diminuire, anno dopo anno. Negli Anni '90 gli omicidi avevano raggiunto un livello di 3,4 per ogni centomila abitanti. Nel 2015 sono state uccise in Italia 469 persone, pari allo 0,8 per centomila abitanti. Tanto per capirci, solo a Chicago, si sono contate 762 vittime in un anno, il 2016, cioé quasi il doppio. Dal 2011 al 2015 il numero dei reati commessi è sceso del 7 per cento, il numero dei furti del 9,2 e meno 10 per cento le rapine denunciate. Crescono solo quelli contro le donne: gli stupri e i femminicidi. Per i secondi, sono colpevoli i partner o gli ex, nella stragrande maggioranza italiani. Per i primi, invece, l’incidenza degli immigrati è notevole. Nel 2006, erano il 5 per cento della popolazione - oggi sono il 7,5 quelli ufficiali: ma quelli che delinquono di più sono i clandestini - e commettevano il 39 per cento degli stupri. Ovvero circa 8 volte la loro presenza sulla popolazione generale. Il restante 61 per cento degli italiani equivale invece allo 0,7. In termini brutali, si potrebbe dire che la propensione allo stupro degli immigrati sarebbe circa 12 volte superiore a quella degli italiani.

Bisogna stare attenti a fare di tutte le erbe un fascio. Però, nella memoria popolare sono rimasti impressi in maniera indelebile gli stupri selvaggi del branco di Rimini, guidato dal congolese Guerlin Butugu, già condannato a 16 anni di carcere. Gli altri erano due fratelli marocchini, di 15 e 16 anni, e un nigeriano, di 17, l’unico che ha confessato subito tutto. I suoi verbali e quelli della turista polacca, violentata ripetutamente da tutto il gruppo sulla spiaggia del Bagno 130 a Miramare di Rimini, nella notte tra il 24 e il 25 agosto del 2017, davanti al fidanzato picchiato a sangue e quasi soffocato con la testa schiacciata sulla sabbia, hanno gelato il sangue a tutti quelli che hanno provato a leggerli. Giovedì comincia il processo ai tre minorenni. Oltre alla coppia dei polacchi, quella stessa notte avevano rapinato e stuprato anche una trans peruviana. Prima di ferragosto, invece, avevano aggredito e violentato una turista di Milano. I due fratelli marocchini hanno cercato di negare tutto, ma sono inchiodati dalle vittime e dal loro complice. Neanche due mesi dopo i fatti di Rimini, cinque magrebini hanno tentato di violentare una donna nella sua abitazione di Lampedusa. Nell’isola siciliana era stato arrestato anche un somalo, trafficante di vite perdute, accusato dagli stessi migranti di averli torturati e violentati prima della partenza sui barconi. Non è l’unico caso di questo tipo: la polizia aveva dovuto intervenire per salvare dal linciaggio un altro di questi mercanti di morte. "Ci umiliava e poi ci violentava. Ha ucciso mio fratello che cercava di ribellarsi", ha raccontato una delle sue vittime.

Disperazione e follia accompagnano molte volte questi destini bruciati. A Roma, al Gianicolo, in un altro fatto di cronaca che ha riemnpito le pagine dei giornali, ne ha fatto le spese un giovane italiano massacrato da Joseph White Clifford, 57 anni, di nazionalità indiana, solo perché ascoltava della musica troppo forte. Quando i carabinieri sono andati a prenderlo ha detto che non sapeva di averlo ucciso: "L’ho colpito con il ferro che uso per chiudere la porta, volevo solo stare in pace. Mi aveva svegliato una musica infernale, ero fuori di me". A Milano, invece, Adam Kabobo, ghanese, ha esploso la sua follia e la sua rabbia per strada cercando di uccidere a picconate tre persone. A Catania, Gora Mbengue, 27 anni, del Senegal, ha massacrato a coltellate la sua ex fidanzata che si rifiutava di tornare con lui. Poi, a scuotere le nostre paure,ci sono i furti e le rapine negli appartamenti e nelle ville. A Lignano Sabbiadoro, il 19 agosto 2012, i coniugi Paolo e Rosetta Burgato furono picchiati a sangue e sgozzati da due fratelli cubani, Reiver Laborde Rico e sua sorella Lisandra Aguila, commessa in una gelateria, mora e provocante, con un profilo facebook che ammiccava ai suoi followers. Lei rimase tradita dal Dna. La beccarono sotto Napoli, che cercava di scappare. Lui, invece, è riuscito ad andarsene ed è arrivato fino a Cuba, dove è finito in carcere. La rapina non aveva fruttato manco un euro. Ma conoscevano le loro vittime e per questo li avevano uccisi, perché temevano di essere stati scoperti nonostante i cappucci che li mascheravano. Nel gennaio 2017, un medico, Lucio Giacomoni, 71 anni, è stato ucciso a calci e pugni nella sua abitazione di Mentana, in provincia di Roma, da tre rumeni che volevano rapinarlo. Nel capodanno del 2009, il tabaccaio Mario Girati fu assassinato nel bar della figlia da due tunisini, anche questa volta per un colpo andato a male. In mezzo a tutti questi, muore Eduard Ndoj, albanese, fucilato dal padrone di casa a Brescia, e Gjergi Gjoni, anche lui caduto sotto i colpi di pistola sparati da Francesco Sicignano, pensionato di Vaprio d’Adda, assolto per legittima difesa, in un processo che aveva fatto molto scalpore, dividendo come la solito l’opinione pubblica, con i giudici che gli avevano resituito pure la pistola: "Non aveva alternative".

Qualche volta, poi, i ladri albanesi non c’entrano proprio niente. Come a Novi Ligure, dopo la mattanza nella villetta della famiglia Di Nardo, mamma e bambino massacrati, quando Erika fornisce un identikit del presunto assassino, che avrebbe avuto un inconfondibile accento straniero. Viene arrestato un giovane albanese, subito rilasciato: ha un alibi di ferro. Gli assassini sono Erika e Omar, la figlia e il suo fidanzatino. Era il 2001. In tutti questi anni che sono passati abbiamo dovuto abituarci a una convivenza qualche volta tragica. A Firenze, un militante di estrema destra innamorato di Tolkien, Gianluca Casseri, uccide per razzismo i senegalesi Samb Modou e Diop Mor, prima di spararsi un colpo alla testa con la sua 357 Magnum. Pochi giorni dopo, uno spacciatore senegalese ammazza una giovane americana, Ashkley Olsen, dopo averci fatto l’amore. Ma la vera miscela esplosiva è forse l’incrocio fra religioni e culture così lontane, più che la convivenza fra razze diverse. E non è solo un problema nostro. Ma anche loro. Il pachistano Mohammed Saleem l’11 agosto del 2006 sgozzò sua figlia Hina accanendosi con un coltellaccio sul suo cadavere martoriato. Poi, aiutato da due suoi parenti, la seppellì con il corpo rivolto alla Mecca. «Non volevo che diventasse come le altre ragazze di qui», disse ai carabinieri. «Le avevo chiesto di cambiare stile di vita, ma lei non voleva». E’ stato condannato a 30 anni. Sua moglie, Bushra, ha detto: «Il destino ha deciso per Hina, per mio marito, per me. Vivere senza Hina sarà sempre il mio più grande dolore. Ma Mohammed era e resta l’uomo della mia vita. Io l’ho perdonato e non l’abbandonerò mai». Lui sconta la pena nel carcere di Brescia. Ogni tanto incontra l’altra figlia, Nayat. Le sorride nel parlatoio e le fa lunghi racconti del Pakistan. Anche se lei, quando va a trovarlo, ha una minigonna e le calze nere.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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