[Il ritratto] "Non so cosa sono diventata": Ilaria Cucchi e la vergogna come un livido sulla sua pelle. Che è la pelle del Paese

La violenza, la morte e la menzogna. Anni di battaglia per sapere la verità. Un muro che comincia a crollare. Ma quanto è costato? Come ci si trasforma, nel mentre, e cosa resta alla fine?

Ilaria Cucchi
Ilaria Cucchi
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Li chiamano  con troppa facilità eroi di tutti i giorni. Quelli normali, qualunque, che si trovano in circostanze eccezionali, e da lì proiettati al centro di una tempesta che ti costringe a tirare fuori tutto quello che hai. Anche quel che non credevi di avere. E' come avere di colpo i vestiti strappati via di dosso, e continuare a camminare completamente nudi con centinaia, migliaia, in questo caso milioni di occhi sul corpo. Ilaria Cucchi si è ritrovata in questa condizione. E da quel momento non è mai più stata la stessa: "Non so cosa sono diventata" scriveva tempo fa, "non so cosa sarò quando il mio compito sarà terminato". Nove anni pieni di rabbia e di lotta lasciano il segno e portano via per sempre una parte di te. Ti svuoti, ti riempi di rancore, di voglia di combattere per sapere chi ha ammazzato tuo fratello, cosa è successo nella settimana in cui, dopo il suo fermo, tra le caserme dei Carabinieri e gli ospedali, Stefano era scomparso e nessuno, lo ripetiamo, nessuno diceva ai suoi familiari dove si trovasse e come stesse. Poi scoppia il caso che ha travolto questo Paese, che ha ancora sul suo corpo i lividi del G8 di Genova e della macelleria messicana alla scuola Diaz. Quei lividi non se ne andranno mai. E tornano a galla sul corpo del Paese quando gli occhi della gente vedono i lividi sulla faccia e sulla schiena di Stefano Cucchi.

Non era un eroe

C'è un passaggio, nel film Sulla mia pelle, in cui l'attore Alessandro Borghi, nei panni di Cucchi, steso su una brandina, pesto e dolorante, sempre più chiuso in se, mentre si trasforma in fantasma che piomba come una colpa sull'Italia, si confessa ad un altro galeotto. E dice più o meno: "'Li ho presi in giro, ho detto 'n sacco de cazzate. Ma 'na cosa je vorrei dì: che un figlio come me non se lo meritavano proprio". Stefano non era un eroe, Ilaria non ne ha mai voluto fare un eroe. Mitizzarlo non serve a nessuno, non serve a ristabilire la verità, il peso dei fatti e a ridargli la dignità negata dalla detenzione, dal pestaggio e dalle bugie di Stato. Aveva problemi con la roba, problemi di poca chiarezza nel comportamento e di ricadute che preoccupavano i familiari. All'indomani della presentazione del film, Ilaria scriveva ancora che proprio quel film non fa alcuno sconto a Stefano e ai suoi errori. Ma a monte di tutto questo c'è una questione che riguarda tutti noi, che abbiamo accettato di obbedire alle leggi di un Paese e di rinunciare alla libertà personale per vivere in consesso civile. Noi che quando riceviamo una cartella esattoriale che non capiamo, e chiedendo informazioni fatichiamo a trovare risposta chiare, già ci sentiamo soli. La questione è che mai dovrà accadere che chiunque di noi cittadini debba preoccuparsi, debba terrorizzarsi all'idea che i tutori dell'ordine gli ingiungano di seguirlo in caserma o in centrale per accertamenti. Non sapendo, da lì in poi, che cosa sarà di noi. Perché questa non è società civile. Questo terrore precipita nei peggiori scenari di corruzione, omertà, crollo della fiducia fra il singolo cittadino e le istituzioni in cui è incasellato. 

Da ora in poi

Quelle istituzioni, che poi sono lo Stato, si scrollano il primo velo di polvere marcia dei silenzi colpevoli, delle coperture inquietanti e delle minacce perfino al loro interno, quando il carabiniere Francesco Tedesco, uno dei tre imputati a processo per la morte di Cucchi, rompe l'omertà e dice, dopo nove anni di menzogne e depistaggi, che sì, Stefano è stato gettato a terra e preso a calci in faccia e sul resto del corpo dagli altri due colleghi. E' la svolta. Il Paese tira un grande sospiro misto di sollievo ma ancora pieno di rabbia. Ilaria Cucchi scrive che "il muro è crollato". Mentre echeggiano le parole del ministro Salvini, oggi in grave imbarazzo, quando le agenzie stampa ricordano che nella sua battaglia per sapere la verità sulla morte del fratello, definiì Ilaria Cucchi  una che "fa schifo, dovrebbe vergognarsi". Ormai questa storia era diventata un corpo a corpo. Il corpo muscoloso, in costume da bagno, del carabiniere Tedesco, strappato a Facebook da Ilaria e reso pubblico a fianco al suo viso nel post che fece molto discutere, perché pareva sconfinare nella giustizia privata. Ora che il muro crolla, Ilaria Cucchi non sa cosa sarà di lei dopo aver completato il suo compito. Era un'amministratrice di condomini, figlia di un geometra e di una maestra in pensione. Madre di due figli. Impegnata in attività con la parrocchia del quartiere romano in cui viveva, e boy scout. Poi è diventata un eroe di tutti i giorni. La sua famiglia, in questi nove anni, sono diventati i parenti di Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Michele Ferulli, Dino Budroni, Aldo Bianzino, Riccardo Magherini, Davide Bifolco, Federico Aldrovandi. Gli altri stritolati in storie di violenza e ambiguità da parte di tutori dell'ordine che hanno tradito il loro mandato. Il suo compagno è l'avvocato Fabio Anselmo, la loro strada è diventata comune anche sul fronte sentimentale mentre si battevano per Stefano. "Non so cosa sono diventata" ripeteva a se stessa Ilaria Cucchi. Quel che ha attorno è una famiglia allargata di persone offese e costrette a cose straordinarie per difendere se stesse e i loro cari. Una famiglia con cui affrontare quel che sarà. Da ora in poi.