Hein: “No al terrorismo con la forza dei valori europei. Una sciocchezza associare gli attentati all’immigrazione”

Il dramma dei rifugiati, l’incubo dei kamikaze, le paure dell’Ue. Conversazione col portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati

Christopher Hein
Christopher Hein
di Giovanni Maria Bellu

Christopher Hein,  portavoce del Consiglio italiano dei rifugiati, ha passato le prime ore della mattina a telefonare a Bruxelles.  La figlia vive là, a mezzo chilometro dalla stazione Schuman, uno dei luoghi inizialmente indicati tra gli obiettivi degli attentati.  Era crollato il sistema telefonico ed era perciò molto difficile mettersi in contatto. Una situazione condivisa in quelle ore da decine di migliaia di persone in tutta Europa. Poi, finalmente, la telefonata, le rassicurazioni, il sollievo.

Fatto sta che, a causa di quanto è accaduto a Bruxelles, questa conversazione sulle politiche europee per l’immigrazione è cominciata un po’ in ritardo e si è svolta nella percezione diretta del  terrorismo e delle paure che suscita. Paure che hanno avuto un peso nelle scelte recenti dei Paesi dell’Unione.  Scelte che Christopher Hein –tecnico dei diritti umani molto pragmatico e refrattario alla retorica -  definisce “Vergognose”.  “L’accordo che è stato sottoscritto venerdì scorso – afferma – è stato fatto esclusivamente sulla pelle dei rifugiati. Si è trattato di un vero e proprio mercanteggiamento sui loro diritti. E, inoltre, è tutta da verificare la sua effettiva attuabilità”.

Proviamo a spiegarlo nel modo più semplice ai cittadini europei che da mesi vedono nei telegiornali immagini di immigrati ammassati sulle frontiere e cominciano ad avere l’impressione che siamo in presenza di un problema irrisolvibile e ingovernabile.

Diciamo innanzitutto che è un’impressione sbagliata. Disponiamo, anche se ancora non li abbiamo messi in campo, di tutti gli strumenti per governare e risolvere questo problema. Purtroppo, anziché risolverlo, abbiamo pensato di ‘esportarlo’.  L’abbiamo trasferito in un paese esterno all’Ue, la Turchia, che è già il paese del mondo che ospita il maggior numero di rifugiati a causa della sua vicinanza con le principali aree di crisi, e cioè la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan. E’ una decisione che ha del paradossale: anziché prevedere un programma di reinsediamento di quanti si trovano in Turchia, si portano là altri rifugiati dalla Grecia”.

Che alternative c’erano?

“Per esempio definire un programma di reinsediamento nell’Ue di  500mila  persone in due anni. Se si dà un’alternativa concreta, le persone si registrano e attendono. Nessuno, se ha una vera alternativa, mette i suoi ultimi soldi e la vita propria e dei familiari nelle mani dei trafficanti . Nell’accordo a questa possibilità si fa riferimento in modo marginale e non si prevede per i paesi della Ue un aumento del le quote già messe a disposizione, né è stabilito alcun obbligo in questo senso”.

Ma l’accordo riconosce alla Turchia i requisiti per essere considerato un  “paese terzo sicuro”. Un paese, cioè, dove possono essere presentate le richieste d’asilo.  E si prevede anche che le domande vengano esaminate individualmente.

“Certo. Ma ci sono alcuni problemi molto seri.  Intanto la Grecia non considera la Turchia ‘paese sicuro’, anche se sta subendo fortissime pressioni per farlo. Inoltre la normativa europea prevede che, nel caso in cui la domanda d’asilo venga respinta, il richiedente possa presentare ricorso.  Solo che, attualmente, in Grecia questa  istanza per l’esame dei ricorsi esiste solo sulla carta e ancora non è stata istituita. In definitiva, è stato definito un meccanismo privo di un contesto legale”.

Ma al di là del meccanismo individuato dalla Ue e badando alla sostanza, la Turchia è o no un ‘paese sicuro’, cioè un paese che garantisce ai richiedenti asilo standard  adeguati a quelli previsti dell’Unione europea?

“Non lo è.  Per esempio, tuttora mantiene una limitazione geografica alla convenzione di Ginevra e questo esclude proprio siriani, afghani e iracheni dal riconoscimento dello status di rifugiato. Ciò non significa che la Turchia non debba essere sostenuta. La decisione di darle tre miliardi di euro  è positiva, a condizione, ovviamente, che quei soldi siano usati effettivamente per dare ai rifugiati scuole, assistenza sanitaria, possibilità di lavoro. D’altra parte moltissimi rifugiati che si trovano là non hanno alcuna intenzione di raggiungere l’Europa, ma preferiscono attendere, senza allontanarsi troppo, il momento in cui potranno rientrare in patria. Consideriamo poi che, finalmente, si vede anche qualche spiraglio per la Siria. Ci vorrà del tempo, ma i siriani che si trovano in Turchia ora hanno un motivo in più per aspettare e non spostarsi verso i paesi dell’Ue. Poi ci sono quelli che hanno già familiari in Europa e vorrebbero raggiungerli. Se si aprissero per loro dei canali umanitari, la pressione sulla Turchia sarebbe ulteriormente alleggerita”.

In sostanza  lei delinea un’azione su più piani, dai canali umanitari al sostegno economico, e giudica vergognoso il fatto che alla Turchia sia stata delegata la questione dei rifugiati nel suo complesso, senza alcuna assunzione di responsabilità da parte dei Paesi europei.

“Penso che l’Unione europea con i suoi 500milioni di abitanti non dovrebbe avere alcuna difficoltà ad accogliere in due anni 500mila persone. E ritengo anche che, se all’interno dell’Unione non si trova un accordo, i paesi più importanti potrebbero subito intervenire per risolvere il problema drammatico, quello che vediamo nei telegiornali, dei  55.000 richiedenti asilo intrappolati al confine con la Macedonia. Si tratta di compiere un atto di solidarietà internazionale. Se l’Italia si facesse carico di diecimila di loro e altrettanto facessero la Francia, la Germania, la Spagna questa emergenza umanitaria sarebbe risolta rapidamente”.

E’ realistico in un momento come questo?

“Non solo è realistico, ma è stato già fatto nel 1999 con i kosovari intrappolati in Macedonia. Era un’emergenza umanitaria analoga a quella in atto. Furono inviati degli aerei militari che portarono al sicuro quelle persone. Per l’Italia partecipare a un intervento di questo genere non sarebbe affatto complicato. Non dimentichiamo che gli ingressi da noi sono diminuiti proprio perché i migranti si sono spostati sulla rotta balcanica”.

Torniamo al problema delle paure. Quanto è successo oggi a Bruxelles ridarà voce a chi, associando l’immigrazione al terrorismo, grida: ‘teniamoli alla larga”.

“E’ una sciocchezza. Sappiamo benissimo che non c’è modo di ‘tenerli alla larga’. Se non potranno passare dalla Turchia, si sposteranno verso la Bulgaria o l’Albania, magari si riaprirà la rotta adriatica. O torneranno a crescere le partenze attraverso il Mediterraneo. Credo che proprio davanti a fatti come quelli di oggi l’Europa debba insistere nella difesa dei suoi valori. Dare protezione a chi ne ha bisogno è, appunto, uno di essi”.

L’opinione pubblica non pare così favorevole. Si ha anzi l’impressione che questa timidezza dei politici europei derivi dal timore di dare ulteriore spazio alle formazioni xenofobe. I risultati delle elezioni regionali in Germania hanno lanciato un messaggio chiaro.

Non ne sono affatto sicuro. Se si analizza bene quel risultato, ci sono elementi di preoccupazione, certo, ma non si può dire che la politica della Merkel abbia ricevuta una sonora bocciatura. Dobbiamo considerare che molti elettori si spostano su posizioni xenofobe proprio perché hanno l’impressione che il fenomeno non venga governato. Se si arriverà a gestire e a governare l’immigrazione con razionalità e buon senso gli argomenti degli estremisti avranno meno spazio.  Inoltre abbiamo proprio dall’opinione pubblica segnali opposti. In un Paese come l’Ungheria, dove il governo ha le posizioni che conosciamo, c’è una fortissima mobilitazione della società civile. Penso poi all’iniziativa della Comunità di Sant'Egidio, della Federazione delle Chiese Evangeliche e della Tavola Valdese che hanno aperto un canale umanitario per accogliere in Italia mille rifugiati. C’è un  fiorire di azioni messe in atto da privati o da associazioni. Come le navi di salvataggio impegnate nel Mediterraneo o, in tanti paesi, i gruppi che mettono a disposizione stanze e appartamenti per accogliere i profughi.  Mi permetto di segnalarne una in corso, avviata proprio da noi del Cir. E’ una raccolta telefonica di fondi che abbiamo chiamato “Al di là dei muri”, con la quale è possibile fino al 9 aprile sostenere  le nostre attività in favore di richiedenti asilo, rifugiati e vittime di tortura inviando un sms al numero  45503. In conclusione,  credo che il modo migliore di rispondere alle paure sia  recuperare lo spirito che l’Europa riuscì a dimostrare a Parigi nella grande manifestazione dopo l’attentato allo Charlie Hebdo. Quando dicemmo, non dimentichiamolo mai, che per respingere il terrorismo dovevamo prima di tutto riaffermare i nostri valori.