Licenziata per aver preso in giocattolo da rifiuti, il giudice: "Deve essere riassunta"

Annullato il provvedimento che dava ragione all’azienda. La donna aveva preso dalla spazzatura un monopattino destinato al macero come regalo per il figlio

Licenziata per aver preso in giocattolo  da rifiuti, il giudice: 'Deve essere riassunta'
Aicha Elibethe Ounnadi
TiscaliNews

Era stata licenziata per aver preso un monopattino destinato al macero, ma ora può tornare al lavoro. Aicha Elibethe Ounnadi, 41 anni, lavorava in un'azienda di raccolta e gestione rifiuti a Torino: fu mandata via e ora verrà assunta nuovamente perché "non si tratta di furto". Lo hanno stabilito i giudici della sezione Lavoro della Corte d'appello che hanno annullato il licenziamento e hanno disposto un risarcimento di 12 mensilità.

Il gioco incriminato

La 41enne aveva recuperato da una collega il monopattino che qualcuno aveva portato nello stabilimento della Cidiu di Savonera, a Collegno, per darlo in regalo a suo figlio. "Si è appropriata di un bene non di sua proprietà", aveva scritto l'azienda prima di lasciarla a casa. La donna aveva impugnato il licenziamento.

Il giudice: "Va riassunta"

Dopo 18 mesi potrà finalmente tornare al lavoro. Secondo i giudici la sanzione irrogata dal Cidiu, che si occupa della raccolta dei rifiuti nella cintura Ovest di Torino, non è proporzionata al fatto contestato e pertanto il consorzio dovrà rimborsare anche 11 mila euro di spese legali

"E’ la fine di un incubo"

“Sono contentissima, è la fine di un incubo”, rivela Aicha Elibethe al Corriere . “In questi mesi ho cercato di non perdere mai la speranza, l’ho fatto per i miei tre figli che mi hanno sostenuto in questa battaglia. Non sapevo fosse vietato portare via oggetti dai rifiuti e quel giocattolo me l’aveva consegnato una collega. Ci sono voluti tre gradi di giudizio, ma alla fine la verità è venuta fuori”.

“Giustizia è fatta”

Per la Corte infatti: “L’assenza di consapevolezza dell’esistenza del divieto di asportare i rifiuti è imputabile all’azienda” mentre il fatto sostanzialmente addebitato a Ounnadi è inapprezzabile sotto il profilo disciplinare e non rappresenta un inadempimento talmente grave da giustificare il licenziamento. Esultano gli avvocati della donna "Giustizia è fatta", "soddisfatti soprattutto dal punto di vista umano".