Coronavirus, l’epidemia modifica anche la fede: Papa Francesco rilancia i cristiani misericordiosi

Si allarga il confronto nella Chiesa sull’essere cristiani al tempo del coronavirus. Si tratta di un ripensamento nel modo di vivere la fede, di fare Chiesa e di fare cittadinanza

Francesco in preghiera (Ansa)
Francesco in preghiera (Ansa)

S’inasprisce in Italia l’epidemia avviata al suo picco e si allarga il confronto nella Chiesa sull’essere cristiani al tempo del coronavirus. Si tratta di un ripensamento nel modo di vivere la fede, di fare Chiesa e di fare cittadinanza. Non tutti concordano sul modello proposto da Francesco e sostenuto dall’episcopato. Consistenti settori rimpiangono l’antico modo di fare cristianità e protestano per la chiusura delle chiese, la sospensione di messe e sacramenti collettivi. Volendo una repubblica cristiana per sé hanno la tentazione neppure nascosta di imporre una Repubblica confessionale per tutti. Preferiscono una Chiesa imposta più che scelta per attrazione.

Francesco è il primo a pensare e operare diversamente, favorendo una conversione di pensiero e di vita cristiana. Cristiani che operano come lievito nella pasta, testimoniando e non imponendo la fede cristiana. La capacità di muoversi in questa direzione richiede una coscienza personale rinnovata davanti all’invito del Vangelo che non libera dalle cure della vita umana, ma offre energia per vivere senza disperarsi, in armonia con se stessi e con gli altri.

I segnali

Segnali in questa direzione oggi ne sono venuti parecchi, a cominciare dal papa. Francesco ha ben chiarito una fede che prega, sa pregare caricandosi di misericordia e operando in modo concreto per alleviare la sofferenza. Il papa sa  di essere visto come punto di riferimento spirituale che aiuta a trovare senso alla vita specialmente nei momenti di sconforto, di mancanza di senso, in presenza di malattia e morte, solitudine estrema dell’uomo. La gente, anche chi non crede, vede il Papa come una sorta di suo plenipotenziario davanti a Dio per rappresentare bisogni e speranze che sembrano impossibili.. E Francesco, in particolare, gode la piena fiducia in questo senso. Ha detto su Dio parole dimenticate, non inventate a capriccio, ma svelando un modo bello di leggere il Vangelo di sempre. E un modo vero, insistendo sull’immagine di Dio misericordia, di Dio vicino a noi più di quanto riusciamo a esserlo noi stessi.

Benedetto XVI: “Dio è sempre con noi"

Tornano alla mente alcune insistenze di Benedetto XVI: “Dio è sempre con noi – disse poco dopo la sua elezione – anche nelle notti più oscure  della nostra vita, non ci abbandona. Anche nei momenti più difficili rimane presente. E anche nell’ultima notte, nell’ultima solitudine nella quale nessuno può accompagnarci, nella notte della morte, il Signore non ci abbandona. Ci accompagna anche in questa ultima solitudine della notte della morte”. Si attagliano benissimo al tempo presente. Francesco è in questa linea di fede trasmessa condita di umanità.  “Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: Signore, fermala con la tua mano. Ho pregato per questo”. Così, intervistato dal vaticanista di Repubblica Paolo Rodari, Francesco ha svelato quale sia stata la preghiera nella sua visita solitaria di domenica pomeriggio a Santa Maria Maggiore e a San Marcello al Corso. E nell’udienza generale di oggi, trasmessa via streaming, ha rivelato che a guidarlo nella sua azione da papa è il principio misericordia che caratterizza il Dio che vuole annunciare.

“Se tutto il nostro cristianesimo non ci porta alla misericordia, abbiamo sbagliato strada, perché la misericordia è l’unica vera meta di ogni cammino spirituale. Essa è uno dei frutti più belli della carità. Ricordo che questo tema è stato scelto dal primo Angelus che ho dovuto dire come papa: la misericordia”, ha raccontato a braccio Francesco. “E questo – ha proseguito – è rimasto molto impresso in me, come un messaggio che come papa avrei dovuto dare sempre, un messaggio che deve essere di tutti i giorni, la misericordia. Da quel giorno ho avuto l’atteggiamento un po’ svergognato di fare pubblicità ad un libro sulla misericordia appena uscito dal cardinale Kasper. E ho sentito tanto forte che questo è il messaggio che dovevo dare come vescovo di Roma: misericordia, per favore, misericordia, perdono. La misericordia di Dio è la nostra liberazione e la nostra felicità. Noi viviamo di misericordia e non ci possiamo permettere di stare senza misericordia. E’ l’aria da respirare. Siamo troppo poveri per porre le condizioni, abbiamo bisogno di perdonare, perché abbiamo bisogno di essere perdonati”.

L'appello

In questa visione di vita cristiana si comprende anche l’appello quotidiano a far fronte comune all’epidemia. “Il nostro Dio è vicino – ha ricordato nell’omelia della messa odierna - e chiede a noi di essere vicini, l’uno all’altro, di non allontanarci tra noi. E in questo momento di crisi per la pandemia che stiamo vivendo, questa vicinanza ci chiede di manifestarla di più, di farla vedere di più. Noi non possiamo, forse, avvicinarci fisicamente per la paura del contagio, ma sì, risvegliare in noi un atteggiamento di vicinanza tra noi: con la preghiera, con l’aiuto, tanti modi di vicinanza. E perché noi dobbiamo essere vicini l’uno all’altro? Perché il nostro Dio è vicino, ha voluto accompagnarci nella vita. È il Dio della prossimità. Per questo, noi non siamo persone isolate: siamo prossimi, perché l’eredità che abbiamo ricevuto dal Signore è la prossimità, cioè il gesto della vicinanza”.

Il segno di vicinanza

E al termine dell’udienza generale Francesco ha dato un segno di vicinanza e condivisione della resistenza all’epidemia: “Faccio mio – ha concluso - l’appello dei Vescovi italiani che in questa emergenza sanitaria hanno promosso un momento di preghiera per tutto il Paese. Ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa: tutti uniti spiritualmente domani alle ore 21 nella recita del rosario, con i Misteri della luce. Io vi accompagnerò da qui. Al volto luminoso e trasfigurato di Gesù Cristo e al suo cuore ci conduce Maria, Madre di Dio, salute degli infermi, alla quale ci rivolgiamo con la preghiera del rosario, sotto lo sguardo amorevole di san Giuseppe, custode della Santa Famiglia e delle nostre famiglie. E gli chiediamo che custodisca in modo speciale la nostra famiglia, le nostre famiglie, in particolare gli ammalati e le persone che stanno prendendosi cura degli ammalati: i medici, gli infermieri, le infermiere, i volontari, che rischiano la vita in questo servizio”.