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L’umanità campione nel fare la guerra: Francesco e la via della pace in Ucraina

Nell’Angelus odierno il papa punta a demolire il mito dell’aggressività. Si trova in accordo con il Vangelo ma anche con Freud chiedendo passi di civiltà in avanti. Grazie agli operatori sanitari per il tempo del Covid.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Papa Francesco (Ansa)
Papa Francesco (Ansa)

In Ucraina guerra sospesa o pace sospesa? Si gioca alla pace o alla guerra? All’Angelus papa Francesco ha riservato la sorpresa di non parlare espressamente di Ucraina, ma ha incoraggiato una mentalità cristiana, da praticare in momenti fondamentali della vita, “situazioni più difficili, quelle che costituiscono per noi il banco di prova, quelle che ci mettono di fronte a chi ci è nemico e ostile, a chi cerca sempre di farci del male”. Ha spiegato in lungo e largo il senso vero, non travisato del “porgere l’altra guancia” che richiede sempre conto del male ricevuto anche se la risposta è non violenta. Appelli per l’Ucraina Francesco ne ha diffuso tanti nelle ultime settimane. Ma i venti di guerra sembrano ancora soffiare prepotenti. Così oggi il papa è andato alla radice del problema guerra che nasce dal rancore, dall’odio, dalla categoria del nemico con cui ci si rapporta con gli altri.  “Com’è triste- ha detto spiegando il Vangelo della domenica -, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra! Molto triste”. La logica del Vangelo che chiede di non rispondere allo schiaffo con lo schiaffo sembra impossibile. “E poi, perché amare i nemici? Se non si reagisce ai prepotenti, ogni sopruso ha via libera, e questo non è giusto. Ma è proprio così? Davvero il Signore ci chiede cose impossibili, anzi ingiuste? È così?”.

"Porgere l'altra guancia non significa subire"

Porgere l’altra guancia “non significa subire in silenzio, cedere all’ingiustizia. Gesù con la sua domanda denuncia ciò che è ingiusto. Però lo fa senza ira, senza violenza, anzi con gentilezza. Non vuole innescare una discussione, ma disinnescare il rancore, questo è importante: spegnere insieme l’odio e l’ingiustizia, cercando di recuperare il fratello colpevole. Non è facile questo, ma Gesù lo ha fatto e ci dice di farlo anche noi. Questo è porgere l’altra guancia: la mitezza di Gesù è una risposta più forte della percossa che ha ricevuto. Porgere l’altra guancia non è il ripiego del perdente, ma l’azione di chi ha una forza interiore più grande. Porgere l’altra guancia è vincere il male con il bene, che apre una breccia nel cuore del nemico, smascherando l’assurdità del suo odio. E questo atteggiamento, questo porgere l’altra guancia, non è dettato dal calcolo o dall’odio, ma dall’amore”.

Francesco non è tenero

Non è tenero Francesco sulla guerra e la politica assente o irresponsabile. Il suo discorso è scevro da ambiguità, non si tira fuori dalla responsabilità e cerca in ogni modo di far tornare i leader mondiali alla ragionevolezza. Che si trova solo nel dialogo sincero. Francesco è convinto, non rassegnato, a richiamare la pace, nonostante l’evidenza che i suoi appelli restino inascoltati. Come succede ai papi da un secolo a questa parte. Lo ha ricordato parlando all’assemblea plenaria del dicastero vaticano per le Chiese Orientali, che da lungo tempo si trovano in territori sottoposti a guerre e violenze ripetute. Ha rivolto loro parole dure e disincantate sulla guerra che in piena prima Guerra Mondiale il suo predecessore, Benedetto XV, definì “inutile strage”.

Monito inascoltato

“Il suo monito – ha sottolineato Francesco - rimase inascoltato dai Capi delle Nazioni impegnate nel primo conflitto mondiale. Come inascoltato è stato l’appello di San Giovanni Paolo II per scongiurare il conflitto in Iraq”. Ma non si è fermato al passato. E ha adombrato il presente quando il mondo è sospeso sull’esito tra il certo e l’incerto della democrazia per evitare un conflitto devastate in Ucraina. “Come in questo momento, - ha precisato volutamente Francesco - in cui ci sono tante guerre dappertutto, questo appello sia dei Papi sia degli uomini e donne di buona volontà è inascoltato. Sembra che il premio più grande per la pace si dovrebbe dare alle guerre: una contraddizione! Siamo attaccati alle guerre, e questo è tragico. L’umanità, che si vanta di andare avanti nella scienza, nel pensiero, in tante cose belle, va indietro nel tessere la pace. È campione nel fare la guerra. E questo ci fa vergognare tutti. Dobbiamo pregare e chiedere perdono per questo atteggiamento. Abbiamo sperato che non ci sarebbe stato bisogno di ripetere parole simili nel terzo millennio; eppure l’umanità sembra ancora brancolare nelle tenebre: abbiamo assistito alle stragi dei conflitti in Medio Oriente, in Siria e Iraq; a quelle nella regione etiopica del Tigrai; e venti minacciosi soffiano ancora nelle steppe dell’Europa Orientale, accendendo le micce e i fuochi delle armi e lasciando gelidi i cuori dei poveri e degli innocenti, questi non contano. E intanto continua il dramma del Libano, che ormai lascia tante persone senza pane; giovani e adulti hanno perso la speranza e lasciano quelle terre”.

L'appello

L’appello di Francesco alla pace è dunque sterile? No, la sua insistenza fa tornare in qualche modo alla mente il memorabile scambio di lettere negli anni Trenta del secolo scorso tra Einstein e Freud sulla possibilità di liberare l’uomo dalla fatalità della guerra. “Non c’è speranza – notava Freud - di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini…io la ritengo un’illusione”. Unica possibilità considerare che “l’incivilimento li costringe ad essere pacifisti.  Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa. E questo conduce ad una conclusione: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra”. In definitiva le indicazioni di Francesco sono un incoraggiamento a promuovere l’evoluzione civile delle società umane. Non si tratta di cedere all’aggressore e all’ingiustizia. Ma Gesù paradigma maschile alternativo, davanti a chi lo percuote, non subisce in silenzio, non cede all’ingiustizia.  “Con la sua domanda - riflette il papa – denuncia ciò che è ingiusto. Però lo fa senza ira, senza violenza, anzi con gentilezza. Non vuole innescare una discussione, ma disinnescare il rancore, questo è importante: spegnere insieme l’odio e l’ingiustizia, cercando di recuperare il fratello colpevole. Non è facile questo, ma Gesù lo ha fatto e ci dice di farlo anche noi. Questo è porgere l’altra guancia: la mitezza di Gesù è una risposta più forte della percossa che ha ricevuto. Porgere l’altra guancia non è il ripiego del perdente, ma l’azione di chi ha una forza interiore più grande. Porgere l’altra guancia è vincere il male con il bene, che apre una breccia nel cuore del nemico, smascherando l’assurdità del suo odio. E questo atteggiamento, questo porgere l’altra guancia, non è dettato dal calcolo o dall’odio, ma dall’amore”. Evitare la guerra dipende anche dalla qualità del dialogo che la politica vuole proporre. Vale anche nel caso dell’Ucraina.

L'amore vince

Che l’amore vince è un segno dato nel tempo del Covid dal personale sanitario che il papa ha voluto ringraziare a braccio a conclusione dell’Angelus nella giornata nazionale del personale sanitario: “Tanti medici, - ha ricordato Francesco - infermiere e infermieri, volontari, che stanno vicino agli ammalati, li curano, li fanno sentire meglio, li aiutano. Nessuno si salva da solo. E nella malattia noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci salvi, che ci aiuti. Mi diceva un medico, questa mattina, che nel tempo del Covid stava morendo una persona e gli ha detto: “Mi prenda per mano che sto morendo e ho bisogno della sua mano”. L’eroico personale sanitario, che ha fatto vedere questa eroicità nel tempo del Covid, ma l’eroicità rimane tutti i giorni. Ai nostri medici, infermiere, infermieri, volontari un applauso e un grazie grande!”. 

                             

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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