Quindici anni fa a Nassiriya moriva Domenico Intravaia. Il rimpianto del figlio

"Mio padre ha servito il Paese fino all'ultimo giorno, pur sapendo dei gravi rischi per la sua vita, consapevole che da un momento all'altro sarebbe potuto morire".

Domenico Intravaia, vice Brigadiere dell'Arma ucciso nella strage di Nassiriya
Domenico Intravaia, vice Brigadiere dell'Arma ucciso nella strage di Nassiriya
di PSO

Il tempo scorre, i ricordi restano. E a volte fanno male.  "Oggi ricorre il tredicesimo anniversario del barbaro attentato di Nassiriya, nel quale morirono mio padre e i suoi commilitoni impegnati ad aiutare il popolo iracheno a ritrovare la libertà e a conquistare la pace", ha detto Marco, il figlio di Domenico Intravaia, vice Brigadiere dell'Arma ucciso nella strage. "Mio padre ha servito il Paese fino all'ultimo giorno, pur sapendo dei gravi rischi per la sua vita, consapevole che da un momento all'altro sarebbe potuto morire. Lo ha fatto senza nessuna paura, lo ha fatto con amore rimanendo fedele al giuramento prestato alla Repubblica. Lo ha fatto con orgoglio, quello stesso orgoglio con il quale aveva deciso di arruolarsi ed indossare una divisa, con lo stesso orgoglio con il quale ha difeso la nostra Nazione dalla piaga del terrorismo, ed è con il medesimo orgoglio che noi, oggi e negli anni a venire, dobbiamo ricordare lui e i suoi colleghi caduti".

Marco ricorda il padre, il dolore di allora è quello di adesso. Non deve essere stato facile sapere che non avrebbe più rivisto il viso del genitore. “No, non lo è stato. Nassiriya ha rappresentato – ha raccontato il giovane a Live Sicilia - una ferita atroce, non solo per me, per tutti. Una strage di proporzioni enormi che ci ha segnato. Quella mattina sono venuti a prendermi a scuola. A casa ho trovato i carabinieri, i colleghi, i compagni e gli amici di papà. Chiunque può immaginare quelle ore. Ti senti protagonista di un incubo, di un film, vivi tutto come se fosse una allucinazione. Siamo andati da un posto all'altro: la camera ardente, i funerali, sempre con quel senso di incredulità...”.

Vedere la madre e la sorella soffrire ha aggiunto dolore al dolore. “Ci guardavamo in faccia, la sera, a casa, io, mia madre e mia sorella. Mi sono rimboccato le maniche per sorreggerle. Il crollo viene, non lo eviti, ma è l'amore che ti permette di non cedere”. Il ricordo. “Marco, chi era Domenico, il tuo papà? Gli ha chiesto Roberto Puglisi, giornalista della testata siciliana: “Un uomo tanto irreprensibile e severo in servizio, quanto dolce, giocherellone e allegro in famiglia. Organizzava feste, rideva sempre. Ogni volta che vedo una divisa dei carabinieri mi emoziono, è come se potessimo abbracciarci ancora”. “E nella voce che, di colpo, si incrina al telefono, adesso sono due. Il figlio che non ha mai smesso di amare. Il padre che non è mai andato via”, racconta il cronista senza nascondere che anche lui è turbato da quella stupenda dichiarazione d’amore filiale. Intravaia ha lasciato un’eredità morale pesante: ha insegnato al figlio e agli uomini di buona volontà che se si vuole ottenere qualcosa bisogna metterci del proprio. Lui ha pagato con la vita, il prezzo più alto.