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Il boss della 'Mala del Brenta' è diventato imprenditore: "Ma un tempo con la pistola era tutto più semplice"

Felice Maniero spiega come si sta evolvendo il mondo del crimine in quell'angolo di Veneto che con la sua banda aveva eletto come il suo personale territorio di caccia

Paolo Salvatore Orrùdi PSO   
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"Un tempo con la pistola era tutto più semplice … quando ho iniziato, io non sapevo neppure cosa fosse l’Iva, figurarsi. E ho pensato: ma questa è un’estorsione, io non pago. Poi ho mandato giù l’osso e pagato regolarmente”. Felice Maniero, 64 anni a settembre, può essere definito un ex bandito, non un ex qualunque però: lui era il boss che aveva guidato la Mala del Brenta, un manipolo di criminali pronti a tutto. Felice Maniero, alias Luca Mori, dopo aver raccontato al Secolo XIX qualche scorcio del suo passato ha dato qualche suggerimento a chi governa la sua regione, il Veneto. Ha spiegato come si sta evolvendo il mondo del crimine in quella parte d’Italia che insieme alla sua banda aveva eletto come il suo personale territorio di caccia. "Faccia d'angelo" o "El toso" ("il ragazzo", in dialetto veneto), neppure oggi nasconde la sua partecipazione a rapine, assalti a portavalori, colpi in banche e in uffici postali, ed è stato accusato di omicidi, traffico di armi, droga e associazione mafiosa.

E’ stato uno da prendere con le pinze, uno che da quando è uscito dal carcere con l’etichetta di collaboratore di giustizia ha dovuto cambiare nome, uno che adesso lavora con i proventi della sue varie attività imprenditoriali. Un bel salto di qualità, tentare di diventare onesti quando l’unica scuola che si è davvero frequentato e quella del brigantaggio e della rapina non è assolutamente facile: la sua carriera era cominciata sin all’adolescenza, quando aiutava uno zio nei furti di bestiame. Una volta terminato il ‘praticantato’ con il parente, abbracciò il fucile per dedicarsi all’arte che i delinquenti considerano più nobile: la rapina (nella gerarchia carceraria i rapinatori sono i più rispettati, perché considerati coraggiosi e pronti a tutto). Era diventato un bravo gangster, ma per fare il salto di qualità anche in quel mondo occorre frequentare le scuole migliori, le università del crimine: le mafie meridionali, delle quali diventò interlocutore garantendo armi e droga alla piccola criminalità di Venezia e di Mestre. Che cos’era del resto la Mala del Brenta se non una vera e propria organizzazione mafiosa? Lo si può dedurre anche dal fatto che a Venezia venne imposta ai cambisti del casinò una tangente di 1.500.000 lire al giorno, mentre un ricettatore, Gianni Barizza, che tenne per sé parte di una refurtiva, fu assassinato e incaprettato.

Maniero ha avuto una carriera folgorante. Nulla sembrava poterlo fermare. Arrestato per la prima volta nel 1980, sarebbe successivamente evaso due volte: dapprima nel 1987 evade dal carcere di Fossombrone, facendo poi trafugare il 10 ottobre 1991 ai suoi uomini il mento di Sant'Antonio da Padova per ricattare lo stato e chiedere la libertà del cugino, senza esito. Gli piace la bella vita, così come anche nei film più scadenti, si fa catturare sul suo yacht a largo di Capri (agosto 1993). La detenzione non fa per lui, così tenta di corrompere due guardie penitenziarie del carcere di Vicenza offrendo 80 milioni ciascuno. Che, dopo aver riflettuto (la tentazione era stata grande) informano la direzione del carcere. Così, anche per evitare ritorsioni contro i secondini, l’amministrazione carceraria decide il trasferimento alla galera di Padova dove però, il 14 giugno 1994, fugge assieme ad altri complici (anche in questo caso con la corruzione, questa volta riuscita, di una guardia penitenziaria).

E’ l’inizio di una lunga latitanza, dovuta in gran parte a un sistema corruttivo che la banda esercitava a vari livelli nei confronti dello Stato. Catturato a Torino nel novembre del 1995, viene condannato a 33 anni di reclusione, poi ridotti a 20 anni e 4 mesi (pena definitiva) perché diventato collaboratore di giustizia. Per ringraziarlo per il suo contributo, si dice che lo Stato gli avrebbe concesso di trasferire i suoi ‘risparmi’ in Svizzera e in Sudafrica. Non potrà mai diventare un uomo qualunque o ambire a una vita tranquilla: ‘cantare’ nel mondo del crimine equivale a una condanna a morte. Uno dei suoi amici di una volta, Silvano Maritan, ha detto agli inquirenti che Maniero nasconde 11 omicidi. Lui nega, spiega che Maritan è un pavido e d’avergli salvato la vita (“perché gli altri mestrini lo avrebbero voluto morto”).

La frantumazione della banda del Brenta non ha fermato le cosche, la colonizzazione del Veneto è ormai cosa fatta: il riciclaggio di denaro sporco è più facile dove l’economia gira.  Il capo delle combriccole, sempre secondo quanto rivelato da Maniero al Secolo XIX, sarebbe il mestrino Paggiarin, uscito pulito “da tutte le imputazioni che aveva al processo Rialto, assieme a noi tutti”. A Mestre, dove circola una quantità enorme di danaro, Paggiarin (nome d’arte Paia) e qualche altro ex brentano, fanno il buono e il cattivo tempo: “La situazione è certamente peggiorata. Secondo me è già avvenuto uno spostamento di comando su Venezia-Mestre delle operazioni illecite più importanti. Il Brenta è tornato un fiume e la nostra meravigliosa Venezia il fulcro della criminalità”.

Tutto gira attorno agli stupefacenti, chiunque può arricchirsi senza lavorare: lo faccio un paio d’anni, faccio i soldi e poi mi ritiro. Un teorema che non ha mai funzionato e che può portare male anche ai parenti di chi lo declina, sentenzia l’antico boss (vendette trasversali e ricatti sono all’ordine del giorno). Maniero, una volta diventato imprenditore, ha capito quello che gli economisti hanno compreso ai primordi dei loro studi studiando il ‘proibizionismo’ e funzionamento dei monopoli: la liberalizzazione della droga causerebbe il tracollo delle mafie.

Il Veneto è stato scosso dallo scandalo del Mose, lo scandalo dei “colletti bianchi”. Secondo Maniero, i governi che si sono succeduti nel corso degli anni, non hanno voluto agire: basterebbe, secondo l’ex bandito, un decreto legge “per trattare come mafiosi tutti gli amministratori pubblici coinvolti in casi di tangenti. Perché i loro reati sono contro tutti gli italiani, che hanno dato loro fiducia. Per cui sono reati gravissimi, anche perché minano la tenuta dell’intera nazione”. La soluzione? “Quadruplicare le pene, sequestrare tutti i beni e 41bis, fare un “copia e incolla” di una legge che già funziona benissimo contro la criminalità”.

Maniero ha anche raccontato la sua “difficile” vita da imprenditore: i clienti peggiori sono le amministrazioni pubbliche: “Non pagano e fanno fallire le aziende oneste. Io ci sono cascato”. Si vuol togliere anche due sassolini dalla scarpa lanciando un duro j’accuse contro giornalisti e alcuni imprenditori privati. Bernard Arnault, patrimonio stimato in 64,2 miliardi di dollari gli deve molti soldi, la trasmissione Report, “oltre ad aver messo in grave pericolo la mia famiglia (pericolo aumentato viste le ultime scarcerazioni,) lo ha costretto a chiudere l’azienda, il Comune di Guidonia, nonostante un’ingiunzione al pagamento da parte delle magistratura, non gli ha pagato 90 mila euro da almeno 5 anni. Se lo Stato non paga, se il Servizio Pubblico ci “distrugge” l’attività con programmi infamanti, allora mi chiedo: cosa deve fare la famiglia Maniero?”.  Si spera che non risponda alla domanda con i metodi di un tempo.

Dopo l’intervista del Secolo, uno dei suoi sodali di un tempo, Giampaolo Manca, 63 anni, di cui 33 passati in carcere, ha commentato su veneziatoday l'intervista di Felice Maniero: “Vorrei rispondere al Maniero che sarebbe opportuno che non faccia questi allarmismi inutili, perché nessuno vuole fare alcunché - sottolinea - Come fa lui, che ha fatto arrestare 300 persone, a stabilire che chi è uscito dal carcere non pensa assolutamente di trovare un impiego lavorativo, e vivere gli ultimi anni della propria vita dopo il carcere in santa pace?".

Paolo Salvatore Orrùdi PSO   

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