Guadagnano 2 euro a consegna: i fattori della new economy si ribellano. Proprio come i minatori sardi dei primi del '900

Il fatto è che se lo stipendio dei fattorini di Foodora è dimezzato. I diritti sono sostanzialmente annullati, non hanno né ferie, né malattia, né tredicesima

Guadagnano 2 euro a consegna: i fattori della new economy si ribellano. Proprio come i minatori sardi dei primi del '900
di Giovanni Maria Bellu

Da un retribuzione oraria lorda di 5,40 euro, a 2,70 euro per ogni consegna. E’ stato questo tentativo di introdurre il cottimo l’innesco della rivolta dei fattorini in bicicletta di Foodora, la società tedesca che ha inventato un sistema di consegna a domicilio delle pietanze cucinate in una rete di 6500 ristoranti in dieci Paesi. In Italia il servizio  è operativo a Milano e a Torino, ma è destinato a estendersi a tutte le città più importanti.

La protesta è esplosa a Torino dove, sabato 8 ottobre i “riders”, una cinquantina di ragazzi, sono scesi in piazza.  Una piccola manifestazione che, però, ha avuto un’enorme eco non solo nazionale perché si è trattato di uno dei primi atti di ribellione nel mondo della cosiddetta “gig econonomy”, l’”economia dei lavoretti”, e ha svelato che all’interno di aziende dall’immagine moderna, simpatica e sbarazzina si nascondono forme di sfruttamento non molto diverse da quelle che nell’Ottocento portarono alla nascita dei primi sindacati.

Foodora è, o forse era, un’azienda simpaticissima. Sei a casa o in ufficio e hai voglia di farti servire a domicilio il tuo piatto preferito dal tuo ristorante preferito? Semplice: scarichi l’App e in un istante hai la lista dei ristoranti con i relativi menù e i prezzi. Fai l’ordinazione, paghi on line, e non ti resta che attendere. Entro mezz’ora busserà alla tua porta un ragazzo, o una ragazza, vestito di rosa, con una scatola rosa tra le mani. E, all’interno, il tuo pranzo o la tua cena.

Quando è scoppiata la pretesta, i vertici italiani di Foodora hanno tentato di accreditare l’idea che quel ragazzo, o quella ragazza, sia un tale che ama andare in bici e ha trovato il modo di unire l’utile al dilettevole.  Gianluca Cocco, il co-managing director, ha dichiarato che la sua azienda non offre un “primo” ma un “secondo lavoro”, un modo per impegnare il tempo libero e guadagnare qualche soldo. Il problema è che i ragazzi non l’hanno capito.

Affermazione temeraria nel Paese dei record della disoccupazione giovanile. Un Paese dove – come ormai da un decennio è emerso dai racconti del popolo dei call center (altra attività inizialmente “simpatica” e “moderna”) – migliaia di giovani sono disposti ad accettare tutto, o quasi, pur di portare a casa un mezzo stipendio. Qual è, appunto, quello che riescono a mettere assieme gli Stakanov di Foodora: 500 euro al mese.

Il fatto è che se lo stipendio è dimezzato, i diritti sono sostanzialmente annullati. I fattorini di Foodora non sono formalmente lavoratori dipendenti (quindi non hanno né ferie, né malattia, né tredicesima). Sono assunti con dei Contratti di collaborazione coordinata e continuativa, i Co.co.co, ma devono attenersi a un orario concordato dall’azienda e hanno anche – alla faccia dell’App e della bicicletta – un luogo di lavoro dove devono presentarsi: la piazza di Torino dove è attiva la connessione ed è possibile ricevere le chiamate. 

La connessione, ovviamente, è tutto. E’ l’equivalente della porta d’ingresso alla fabbrica. Gli antichi padroni delle ferriere, quando volevano far capire ai lavoratori chi comanda, sbarravano le porte. Foodora, secondo quanto ha riferito “La Stampa”, toglie la connessione. In questo modo è avvenuto il licenziamento di due ragazze che avevano aderito alla protesta.

“Sbilanciamoci”, la campagna “per un’economia di giustizia e un nuovo modello di sviluppo”, nel commentare l’organizzazione del lavoro di Foodora ha richiamato il taylorismo, da  Frederick Winslow Taylor,  il teorico di una “organizzazione scientifica del lavoro” che veniva attuata attraverso la suddivisione in segmenti del processo produttivo. E che ebbe il suo compimento nella catena di montaggio. A suggerire l’analogia, il fatto che Foodora ha organizzato il lavoro in modo tale che i suoi fattorini sono costantemente controllati e non possono in alcun modo governare i loro ritmi. 

Ma questo già avveniva prima che l’azienda decidesse di sostituire la misera paga oraria con una forma di cottimo, legando la retribuzione al numero delle consegne. Questo cambiamento – congelato dopo le proteste – fa pensare a una specifica applicazione delle teorie di Taylor, quella ideata dall’ingegnere francese Eugène Bedaux, che consisteva nell’individuare il numero delle azioni che ogni operaio doveva compiere in un minuto. Su quel risultato minimo veniva stabilita la paga base. Chi era più rapido, prendeva di più. Ma poteva accadere che, quando il tempo medio di tutti gli operai si abbassava, fosse aumentato il numero delle operazioni da eseguire in quel minuto. Accadde, per esempio, nelle miniere sarde di Montevecchio e Ingurtosu.

Con la sua proposta di modifica del sistema di computo della retribuzione, la simpatica Foodora ha compiuto un’operazione analoga. La retribuzione oraria di 5,40 è stata scissa in due consegne del valore, ciascuna, di 2,70. E’ questo il “tempo medio”. Chi fa tre consegne in un’ora aumenta la sua retribuzione del 50 per cento. Chi non le fa, forse non viene licenziato (come accadeva a Montevecchio e a Ingurtosu), ma ha un guadagno così irrisorio che sarà lui stesso a lasciare.