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La mafia nigeriana, la tratta della prostituzione, i riti voodoo e l'assalto dei vikings. Il dossier

Una realtà inquietante emerge nei dettagli del procedimento giudiziario in corso da mesi a Reggio Calabria, parlano i pentiti e le donne sfruttate

Claudio Cordovadi Claudio Cordova   
Arresto di criminali nigeriani (Ansa)
Arresto di criminali nigeriani (Ansa)

Il viaggio dalla Nigeria, la lunga permanenza in un campo in Libia, le percosse, le violenze sessuali, i soldi pagati a garanzia, da restituire poi alla mafia nigeriana, i temibili Vikings, presenti ormai in varie zone d’Italia.

Una realtà inquietante, quella che sta emergendo nel corso di un procedimento giudiziario celebrato in questi mesi a Reggio Calabria. Una realtà che arriva, in particolare, dalle dichiarazioni di due testimoni chiave: una delle giovani donne nigeriane vittime della tratta e di uno dei pochi collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti, della mafia nigeriana, la Confraternita dei Vikings.

Il viaggio e i voodoo

Rispondendo alle domande del pm della Dda di Reggio Calabria, Sara Amerio, la donna, classe 1993, ha riferito di avere partecipato ad un rito denominato “Juju” in cui ha dovuto giurare, bevendo una non meglio precisata bevanda e mangiando il cuore di un pollo o di una gallina, di non denunciare mai l’accaduto, in un mix di omertà mafiosa, ma anche religiosità voodoo. La donna, infatti, sarebbe stata vincolata al silenzio non solo dalla paura di ripercussioni, ma anche da ragioni di culto. Solo l’editto del re di una delle tante tribù esistenti in Nigeria la scioglierà dal giuramento solenne, consentendole oggi di raccontare tutto.

A officiare la cerimonia, una sorta di sacerdote, che la testimone chiama “native doctor” e che avrebbe accettato la garanzia dell’associazione criminale di 25.000 euro, che la donna avrebbe dovuto restituire con il suo lavoro in Italia. Ufficialmente come barista in un locale, in realtà, venendo inserita nella tratta della prostituzione.

In mezzo, dopo la partenza dalla Nigeria, tre-quattro mesi in un campo in Libia, dove la giovane racconta di essere stata picchiata a mani nude, con il tubo di pompa, minacciata con una pistola, anche per avere rapporti sessuali non desiderati. Poi, il viaggio verso l’Italia, quasi una settimana in mare, senza cibo, né acqua.

Destinate a prostituirsi

L’arrivo, quindi a Reggio Calabria. Da qui la sede dove si celebra il processo, anche se, in realtà, lo sfruttamento della prostituzione da parte della mafia nigeriana si sarebbe concretizzato soprattutto a Bari. Nel capoluogo pugliese, infatti, la giovane e le altre due sue compagne di viaggio, avrebbero dovuto lavorare in un bar. In realtà, già all’arrivo in Puglia le danno una gonna corta, una maglietta scollata, delle scarpe col tacco alto, delle extension per i capelli, una borsetta e dei preservativi, che lei chiama “guanti”.

Gli “strumenti” con cui la giovane avrebbe dovuto prostituirsi. 15, 20, 50 euro, racconta in aula al pm Amerio. Dipende dalla prestazione richiesta dal cliente. Ore e ore in mezzo alla strada, tutti i giorni della settimana. La giovane arriverà a restituire – secondo il suo racconto – 14-15mila euro dei 25mila messi a garanzia con il rito voodoo in Nigeria.

Le violenze

Anche in Italia, le angherie: non poteva uscire, poteva cambiare camera solo con il permesso degli uomini, appartenenti alla mafia dei Vikings, che ne avrebbero gestito la permanenza in Italia e lo sfruttamento. “Per me in quel momento non si può fare niente. Io sono paura. Prima no, perché io non piace quello lavoro. Se ti dai a qualcuno il mio corpo per avere soldi, quello non mi piace. Poi in quel periodo non si può fare niente. Perché prima io non conosco nessuno qua, io sono da sola, non c’è nessuno. Quando io scappato, non lo so dove devi andare, non lo so la sociale se può aiutare. Non lo so se loro portarmi nel mio paese. Quelli tutto pensieri. Per quello”. Queste le dichiarazioni, in un italiano molto stentato.

Il ricordo delle percosse con un bastone o con una cintura, se tornava in ritardo. E le minacce se non avesse restituito tutti i soldi messi in garanzia davanti al “native doctor” nigeriano: “Solo detto “se tu non pagarmi, tu lo sai 50 euro, muori tu e tutta la tua famiglia”, per quello, perché lui lo sa dove vive la mia famiglia” dice ancora cercando di farsi capire senza interprete. Da quelle violenze anche di tipo sessuale o dall’attività in strada nascerà anche un figlio, che la donna terrà con sé, lavorando, di fatto, fino al giorno stesso del parto e ritornando in strada dopo circa una settimana dalla nascita del bimbo.

I vikings

E’ proprio la giovane a parlare, per prima, dell’appartenenza dei suoi carcerieri alla Confraternita dei Vikings, con le sue matrici cultiste ed esoteriche. Le riunioni, stando al racconto, si sarebbero tenute anche nella casa dove viveva, con una ritualità ferrea, seduti in cerchio, vestiti tutti in un determinato modo.

Un racconto che collima con le dichiarazioni di un altro testimone, escusso nel procedimento, un uomo che dal 2016 al 2019 avrebbe proprio fatto parte dei Vikings, Confraternita con cui sarebbe entrato in contatto per la prima volta in Austria, dopo il suo arrivo in Puglia nel 2014: “Lì loro mi hanno iniziato come un membro di loro” dice, anche in questo caso con un italiano incerto. Il racconto del collaboratore è interessante perché apre uno squarcio su una realtà chiusa ermeticamente come quella della mafia nigeriana, particolarmente forte a Bari, con il capo, Obazelu Favour (imputato nel processo a Reggio Calabria): “[…] lui è capo di Vikings in Bari.

Un’organizzazione che l’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia definisce molto pericolosa, seppur rudimentale nella sua struttura, per “la solidità del vincolo associativo, dal capillare e costante controllo da parte dei “capi” e dal rispetto dei ruoli e delle regole, con l’applicazione di cruenti metodi punitivi ogni qualvolta si fossero resi necessari per ristabilire gli equilibri interni eventualmente compromessi”.

Gli affari

Il collaboratore parla esattamente di questo e racconta di non essersi trovato in accordo con gli affari illeciti della Confraternita, tentando di uscirne: “Ma comunque nessuno può uscire, perché sennò loro ti uccidono perché per loro loro sei già un iniziato”. Il collaboratore racconta delle attività illegali del gruppo, le estorsioni, in primis, ma anche le armi, coltelli, bastoni e spranghe soprattutto, anche se sostiene che l’organizzazione fosse in possesso anche di pistole. Ma non solo.  Anzi, soprattutto, la tratta delle donne dalla Nigeria: “Loro prende donne dall’Africa per fare la prostituzione qua, rubano e anche la strada, spiaggia anche nel treno, sul treno”. Sono dunque queste organizzazioni criminali che portano in Italia le giovani donne alimentando la tratta della prostituzione. Mettono a garanzia delle somme, anche di circa 30mila euro, che poi le donne devono restituire con l’attività di meretricio e sotto la minaccia di essere uccise.

Le cariche

Con fatica, il collaboratore sarebbe riuscito a scappare lontano dalle grinfie della Confraternita. Un ingresso che, di fatto, non si può evitare, dato che i prescelti sarebbero privati di cellulari, dei soldi. Proprio come accade per le ragazze avviate alla prostituzione. Il collaboratore parla dei gradi interni alla Confraternita, il Governor, l’Executioner e l’Emeretus, le tre cariche più alte: “Quando tu diventi un Executioner, quando tu finisci questo ruolo, magari tre mesi o sei mesi, tu diventi come Emeretus” racconta rispondendo alle domande del pm Amerio. L’Executioner avrebbe il potere di portare possibili nuovi affiliati al Governor e di iniziarli alla Confraternita dei Vikings. Sarebbero costoro a mettere in piedi il business criminale: “Loro ti dà noi la droga, sacco di droga per vendere ad altre persone, così portava soldi per loro. Quello è. Anche loro vende droga, erba, vende eroina, anche altre cose, altra droga che non ricordo il nome”.

I riti e le riunioni

Avrebbe inoltre partecipato alle riunioni, ai riti di iniziazione, fatti con una bevanda chiamata “Monkey”, necessaria per iniziare qualcuno: “Quando loro vogliono iniziare un nuovo membro, loro si fare… metti sangue di questa persona, metti dentro di questa… no bottiglia, comunque metti in una coppetta di questa Monkey, metti poco di Monkey dentro e mette lui sangue e… deve bere questa bevanda, Monkey, deve… cioè deve dire che non rivelerà i segreti dei Vikings”.

La ritualità è rigida e ferrea, proprio come avviene nelle organizzazioni mafiose: “Quando tu prendi quelle Monkey a riunione, tu prendi Monkey, tu fare la identificazione, quindi tu devi introdurre che ruolo hai, che nome… che nome hanno dato a tu quando tu diventa come uno membro, cosa tu facevi, che cosa hai fatto prima”.

Il vestito, in queste riunioni dedicate all’iniziazione di qualcuno, è sempre nero e rosso. Tutti attorno al deck, come lo chiama il collaboratore: “E’ dove i Vikings possono fare riunione, possono iniziare qualcuno”. Solo le cariche più alte possono formare un deck. Qualcosa di molto simile a un locale di ‘ndrangheta.

“Allora, deve prendere queste ciocche di capelli, anche pants, cioè le mutande, e deve giurare su questo che non dirà chi hanno fatto questo rito. Non denunciare, di non denunciare”. To expose, usa il verbo in inglese il collaboratore di giustizia, menzionando otto ruoli all’interno della gerarchia dei Vikings. Parole per noi senza grande significato, oltre a Emeretus, Governor ed Executioner, Aisi, Acma, Dorfman, Pilots, Straishif, Govo, le cariche menzionate, che possono essere scalate, ma solo con “meriti sul campo”, i crimini commessi in nome dell’organizzazione, sempre più potente: “Vikings vogliono comandare tutto, quindi è meglio che loro stanno forte e con forti altri membri” conclude il collaboratore di giustizia.

Claudio Cordovadi Claudio Cordova   

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