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Ecco come si sta diffondendo il morbillo in Italia. La previsione di Bassetti

"Arriverà, prima o poi, ma arriverà un’epidemia perché la copertura vaccinale è inferiore a quella necessaria", aveva detto il medico

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Ecco come si sta diffondendo il morbillo in Italia. La previsione di Bassetti

Era il 3 marzo, esattamente un mese fa, quando nella riunione settimanale sulla sanità voluta dal presidente di Regione Liguria Giovanni Toti e qui su Tiscalinews, il direttore della clinica universitaria di malattie infettive del Policlinico San Martino, il più grande d’Europa, una città nella città di Genova, Matteo Bassetti disse: "Arriverà, prima o poi, ma arriverà un’epidemia di morbillo in Italia perché la copertura vaccinale è inferiore a quella necessaria”.

Per capirci, Bassetti non è fra quelli che annunciano pandemie ogni giorno e, anche in quell’occasione precisò che non voleva fare alcun tipo di terrorismo mediatico. 

Ma: “Cosa avevo detto allora? “E’ solo questione di tempo ma avremo presto un focolaio di morbillo anche in Italia”. A Cantalice, in provincia di Rieti, ci sono stati addirittura 22 casi tra gli adulti con un ricovero in ospedale. Il morbillo è tornato, anzi lo abbiamo fatto ritornare.

Negli ultimi quattro anni, infatti, grazie alle idee No Vax, abbiamo perso in cultura e copertura vaccinale quello che avevamo guadagnato nei quarant’anni precedenti. 

E la conferma arriva proprio da Genova. Nei giorni scorsi è stato certificato il quinto caso di morbillo in pochi giorni, confermato dal laboratorio di Igiene del Policlinico San Martino di Genova. E’ un uomo cinquantenne, malato di epatite, rientrato dall'estero per lavoro e ricoverato proprio nelle corsie di Bassetti. Altre due persone sono state ricoverate al Galliera e altre due ancora nel reparto di malattie infettive al San Martino, curate e poi dimesse. 

Insomma, ripete Bassetti: “Prepariamoci a un’epidemia di morbillo che presto colpirà l’Italia. Chi non si è vaccinato o non ha contratto l’infezione, è bene che si vaccini soprattutto se è nella fascia di età tra i 15 e i 40 anni”. L’infettivologo genovese trae dalla sua libreria un libro del 1971 scritto da suo padre Dante, uno dei luminari della disciplina in Italia, e da Clotilde Jannuzzi. “Sapete perché l’ho ripreso in mano? Perché il morbillo è tornato. Nelle ultime ore abbiamo visto due casi di morbillo qui al San Martino: un signore di 40 anni, ricoverato con polmonite da virus del morbillo e una ragazza italiana di 25 anni. Entrambi non erano vaccinati”

Insomma, dopo anni in cui il virus non è praticamente circolato, nelle ultime settimane si sono registrati in Liguria questi casi di morbillo che hanno fatto scattare l’attenzione del sistema sanitario regionale. Il sesto caso è stato segnalato nel territorio imperiese. I malati, a parte quello di Imperia che è un bimbo di otto anni, sono nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni, tre di nazionalità italiana e due stranieri.
Per tutti, la sintomatologia è comune: febbre, congiuntivite, tosse con interessamento delle vie aeree e quello che tecnicamente si chiama “esantema morbilliforme”, le macchie rosse. Uno dei pazienti adulti risulta vaccinato con singola dose, quattro totalmente non vaccinati.

“Il morbillo – spiega l’assessore alla Sanità di Regione Liguria Angelo Gratarola, che è un tecnico visto che ha diretto per anni il Pronto Soccorso proprio di San Martino e poi è stato responsabile del dipartimento regionale di Emergenza-Urgenza, la struttura che coordina i pronto soccorso e le terapie intensive di tutti gli ospedali della Liguria – è una malattia infettiva molto contagiosa che compariva sotto forma di epidemia a intervalli regolari: le complicanze più gravi, anche se rare da un punto di vista percentuale, erano comunque numerose. Quarant’anni fa è stata introdotta e raccomandata in tutto il mondo la vaccinazione contro il morbillo. Le coperture sono aumentate nel tempo, ma ci sono però ancora quote significative della popolazione non protetta. Per questa ragione, dopo i casi di contagio registrati, abbiamo deciso di implementare le azioni per aumentare le coperture vaccinali, con il potenziamento delle attività di recupero dei soggetti non vaccinati, con il coinvolgimento dell’Università di Genova e l’avvio di campagne informative”.

A spiegare ulteriormente il punto è il direttore generale di Alisa, una superAsl che coordina la sanità ligure, ed è una sorta di figura mitologica, metà medico e metà statistico, Filippo Ansaldi, che spiega quella che è una strategia che poi si spera diventi un “contagio”, stavolta positivo, in tutta Italia: “Abbiamo un duplice obiettivo: da una parte aumentare la copertura vaccinale negli adolescenti e nei giovani adulti con iniziative dedicate, dall’altra aumentarla nei soggetti di tutte le età, con particolare attenzione a operatori sanitari e scolastici, individuando azioni specifiche. Oltre a lettere e telefonate delle ASL per bambini e adolescenti in età di obbligo vaccinale e l’offerta garantita in presenza di focolai di morbillo e nelle occasioni di contatto con le strutture di igiene pubblica, stiamo mettendo in campo altre azioni: in particolare nel mese di aprile, in collaborazione con l’Università di Genova, saranno organizzate giornate dedicate all’offerta vaccinale con accesso diretto per la vaccinazione contro il morbillo”.

Ed è un’altra autorità in materia, il direttore dell’unità operativa complessa Igiene del Policlinico San Martino e professore ordinario di igiene all’Università di Genova Giancarlo Icardi, che illustra la strategia vaccinale, partita anche nelle università. Anche perché nella fascia di età tra i 15 e 40 anni, soprattutto se non si ha mai contratto il morbillo e si è conseguentemente immunizzati, è importante ricevere la vaccinazione, perché può essere una malattia moto complicata se contatta in età adulta.

La malattia fra l’altro non può essere equiparata a quella degli anni Ottanta e Novanta, quando ad ammalarsi erano soprattutto i bambini fra i tre e cinque anni e i ragazzi fra i 10 e 14, mentre ora quelli che rischiano gravi complicazioni sono soprattutto gli adulti fra i 30 e 40 anni non vaccinati.

Anche perché, spiega Icardi, che l’R0, l’indice di trasmissibilità con cui abbiamo iniziato tristemente a familiarizzare durante il Covid, è altissimo ed arriva a 18, “quindi i sei casi che abbiamo registrato in questi giorni non sono correlati fra loro e non hanno un link epidemiologico, ma questo significa che potenzialmente ci troviamo di fronte a sei potenziali focolai di epidemia, quindi occorre immediatamente segnalare quando si registrano sintomi di questo tipo”.

E a rischiare, molto più dei bambini a cui abbiamo associato la malattia per una vita, sono gli adulti fra i 30 e i 50 anni.

Non vaccinati, ca va sans dire.

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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