[La polemica] Giù le mani dal sindaco di Riace. È come Pannella che distribuiva droga

Includeva immigrati, dava loro lavoro, li integrava nel tessuto della sua città, utilizzandoli per servizi ai cittadini, per combattere lo spopolamento. Giusto o sbagliato non c’era nulla di segreto. L’inchiesta, quindi, non rivela qualcosa di nascosto e terribile, ma qualcosa di conclamato e assai noto

[La polemica] Giù le mani dal sindaco di Riace. È come Pannella che distribuiva droga
Domenico Lucano, il sindaco di Riace finito in carcere

Perché arrestare il sindaco che diceva al telefono diceva  “Io sono un fuorilegge” è come arrestare Pannella perché distribuiva droga. Così parlava il sindaco di Riace: “Io la carta d'identità gliela faccio ... io sono un fuorilegge, sono un fuorilegge, perché per fare la carta d'identità io dovrei avere un permesso di soggiorno in corso di validità ... in più lei deve dimostrare che abita a Riace, che ha una dimora a Riace, allora io dico così, non mando neanche i vigili, mi assumo io la responsabilità e gli dico ‘va bene’, sono responsabile dei vigili ... la carta d'identità tre fotografie, all'ufficio anagrafe, la iscriviamo subito …”.

Domenico Lucano è accusato di “Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti”. Si può difendere un sindaco che al telefono, intercettato dalla guardia di Finanza parlava così? “Fino ad ora la carta d'identità l'ho fatta così, li faccio immediatamente, perché sono responsabile dell'ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. l'impiegato che c'era prima è andato in pensione, sotto i 3.000 abitanti l'ho assunta io questa delega, quindi ho doppia valenza diciamo, sia come sindaco e soprattutto come responsabile dell'ufficio ... proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge però non è che le serve molto che ha la carta d'identità ...”.

Si, si può difendere Lucano - questo calabrese ribelle e testardo - se si tiene presente cosa è stata la sua esperienza e si si conosce quello di cui stiamo parlando. Ovvero di violazioni della legge conclamate, di irregolarità, di forzature che non avvenivano di nascosto, ma alla luce del sole. Chi oggi resta impressionato leggendo la lingua obiettivamente provocatoria e spavalda di quei dialoghi (la finalità era dare una posizione legale a madri e figli, non proteggere camorristi) può restare stupito solo perché non sa che Lucano usava quella lingua anche in pubblico. Includeva immigrati, dava loro lavoro, li integrava nel tessuto della sua città, utilizzandoli per servizi ai cittadini, per combattere lo spopolamento. Giusto o sbagliato non c’era nulla di segreto. 

L’inchiesta, quindi, non rivela qualcosa di nascosto e terribile, ma qualcosa di conclamato e assai noto, a chiunque avesse mai raccontato Riace. “Io sono un fuorilegge” era il manifesto politico di Domenico Lucano, non la punta dell’iceberg della sua doppia morale. Parliamo di un sindaco che ha costruito un modello di integrazione in una terra devastata, forzando sistematicamente e in modo trasparente le regole, facendolo alla luce del sole. Arrestare Lucano è come arrestare Marco Pannella perché distribuisce panetti di marjuana in piazza.

La notizia non è se Pannella commettesse un reato, ma capire perché lo faceva. Accadrà quindi per lui - nel processo - quello che è accaduto a Pannella, con i giudici che facevano a gara per assolverlo e con lui che faceva di tutto per  autoaccusarsi e farsi condannare. Alla fine Lucano sarà linciato mediaticamente dai suoi nemici, è evidente, ma non farà un giorno di carcere. Tuttavia a me non interessa (solo) il suo destino, interessa di più sapere cosa ne sarà del mondo che ha costruito e delle persone che ha aiutato. E mi interessa sapere - questa è la domanda che vi dovete fare - come mai solo adesso, dopo dieci anni in cui il modello Riace era questo, come mai proprio ora Lucano finisce nel tritacarne. Fatevi questa domanda, perché “Io sono un fuorilegge” è questo: un atto di auto-accusa, la parola d’ordine di una intera vita.