Il capitano anti-corruzione della marina arrestato mentre intascava una tangente. Il documento esclusivo

Ordinava massima trasparenza e conferenze sull'integrità. Una tangente ha portato all'arresto del capitano di vascello Giovanni Di Guardo

Il documento con le disposizioni impartite da Di Guardo
Il documento con le disposizioni impartite da Di Guardo
di Luca Comellini

Massima trasparenza e conferenze sui “principi normativi sull’integrità” e sul “codice di comportameto dei dipendenti pubblici”. È stato questo uno dei primissimi ordini impartiti dal capitano di vascello Giovanni Di Guardo al suo arrivo al comando della Direzione di Commissariato della Marina Militare (Maricommi) nella base navale di Taranto che Tiscali pubblica in esclusiva.

Il documento

Nell’oggetto dell’Ordine del giorno n. 99, firmato da Di Guardo il 23 ottobre 2015, si legge chiaramente “Piano triennale per la prevenzione della corruzione 2015/2017 Ministero della Difesa - Marina – Massima diffusione presso tutto il personale militare e civile”. Di Guardo aveva disposto, di informare tutto il personale dipendente della pubblicazione sul sito intranet della Direzione di Commissariato della sua disposizione e la creazione di un link di collegamento alle pagine del sito della Difesa dedicate all'anticorruzione. Inoltre aveva ordinato che “tutto il personale a cura dei singoli Capi reparto sia sensibilizzato alla lettura dei documenti in esse contenute, in particolare sulla conoscenza del c.d. “codice di comportamento dei dipendenti pubblici” e che “il Capo Sezione Affari generali” provvedesse ad organizzare “una serie dedicata di conferenze a favore di tutto il personale civile e militare con cadenza quindicinale con lo scopo divulgativo dei principi normativi sull’integrità.”.

Mandato per prevenire la corruzione

Dopo l’ondata di arresti che dal 12 marzo 2014 in poi aveva portato in carcere 6 ufficiali, un maresciallo e un dipendente civile della base navale di Taranto, tutti coinvolti nello scandalo che aveva svelato l’esistenza di un sistema di presunte tangenti sugli appalti e le forniture nella base tarantina della Marina militare, il vertice della forza armata aveva deciso di inviare il capitano di vascello Giovanni Di Guardo, 56 anni, a comandare la base Maricommi. Il suo compito doveva essere quello di prevenire altri casi di corruzione.

La tangente

Lo scorso 14 settembre Di Guardo è stato arrestato dalle fiamme gialle in una via del borgo umbertino della città ionica mentre intascava una tangente da 2500 euro dall'imprenditore Vincenzo Pastore, sindaco di Roccaforzata e presidente della società cooperativa Teoma che si occupa di pulizie. Secondo quanto riportato dal quotidiano la Repubblica, l'imprenditore è stato sorpreso mentre corrompeva con una mazzetta da 2500 euro il comandante della base di Maricommi. A convalidare il fermo di Di Guardo e Pastore, tramutandolo in arresto, è stato il pubblico ministero Maurizio Carbone che coordina le Indagini.

Tangentopoli in uniforme

A portare alla luce la “tangentopoli” militare denominata “il sistema del 10%” fu la denuncia dell’amministratore unico di una società, la “Le.De.”, affidataria del servizio di ritiro e trattamento delle acque di sentina delle unità navali all’ancora nelle basi navali di Taranto e Brindisi. L’allora comandante di Maricommi, capitano di fregata Roberto La Gioia, fu arrestato in flagranza di reato dopo aver intascato l’ultima di una serie “mazzette”. Secondo gli accertamenti degli inquirenti La Gioia avrebbe preteso dall’imprenditore il 10% di un appalto da 650 mila euro, ovvero 65 mila euro da pagare due volte al mese con importi da 2000-2500 euro. Da quel punto in poi le indagini sono proseguite allargandosi a macchia d’olio fino ad arrivare direttamente negli uffici dello stato maggiore della Marina, a Roma.

Il sostegno della Marina

Immancabilmente anche questa volta è arrivato il comunicato della Marina Militare che ha ribadito «il proprio pieno sostegno all’azione della magistratura» e si è dichiarata pronta a «incrementare le attività ispettive e di controllo al proprio interno al fine di prevenire e contrastare il fenomeno della corruzione».