[L'intervista] "I valori rivoluzionari del '68 erano gli stessi del Vangelo: i giovani di oggi dovrebbero riprenderli in mano"

Nel suo nuovo libro "Il 68 e il Testamento di Gesù. Due utopie a confronto" il vice direttore emerito de "L'osservatore romano" Carlo Di Cicco inquadra mirabilmente il collegamento di quel mitico periodo con il Testamento di Gesù e il Concilio Vaticano II: la scelta di amare. Anche nella Chiesa i giovani però non furono capiti. Ecco cosa è rimasto di quelle utopie e perché sono ancora attuali

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di Ignazio Dessì   -   Facebook: I. Dessì

Nell’immaginario collettivo il ’68 è rimasto un periodo mitico, un sogno di giustizia e fratellanza tentato e, purtroppo, non completamente realizzato. In tanti ne hanno fatto l’analisi, raccontato le vicende, ma pochi sono riusciti come Carlo Di Cicco a descriverne in maniera compiuta il collegamento con un altro grande evento di quel periodo storico, punto di svolta per i cristiani e la Chiesa: il Concilio Vaticano II.

Nel suo libro “Il 68 e il Testamento di Gesù. Due utopie a confronto (edizioni Il pozzo di Giacobbe) il vice-direttore emerito de “L’Osservatore Romano” (che abbiamo intervistato) spiega che in realtà di ‘68 ce ne sono stati diversi e non è istantaneo individuare il minimo comune denominatore. “Le rivolte studentesche, le mobilitazioni operaie, i movimenti femministi hanno infranto trasversalmente consolidati equilibri istituzionali, creando spaccature all’interno di famiglie anagrafiche, di sistemi scolastici, di organizzazioni partitiche e di Chiese”. Anche per questo però è interessante conoscere la lettura fattane da chi lo visse da giovane cattolico legandolo alla svolta del Concilio. Approfondire le ragioni per cui il testamento di Gesù, con la radicalità dell’utopia evangelica, non poteva non abbracciare l’altra utopia. Entrambe erano tese infatti a “enfatizzare il noi sull’io”, a tentare di uscire dalla sfera individuale per abbracciare i drammi dell’umanità. In ambedue i casi in mezzo a lotte feroci, tra chi voleva il cambiamento e chi cercò in ogni modo di bloccarlo.

Carlo Di Cicco e la copertina del suo libro

E poi la fatidica domanda: che ne è stato di quel sogno? Passi importanti si son fatti su grandi temi come l’etica sessuale, la questione femminile, il razzismo, l’omofobia, su altri invece il Sessantotto è “uscito sconfitto nel confronto con il capitale, il denaro”. La differenza tra ricchi e poveri si è accentuata, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Per questo l’autore si appella "ai giovani di oggi affinché riabbraccino, creativamente, quello spirito”. In un periodo in cui Papa Francesco prova ad ergersi a difesa dei poveri e diseredati della Terra, ma c’è ancora tanta resistenza, ”nella Chiesa stessa, verso il messaggio originario della misericordia. Verso il dovere dell’accoglienza. Non è inutile allora ricordare quel '68 per mettere in evidenza il “sessantotto che resta da fare”. Allora si sfiorò l’utopia che fu anche di Gesù, ora "è tempo di tornare a chiedere di cambiare il mondo".

Carlo Di Cicco il suo libro si intitola “Il 68 e il testamento di Gesù”, cos’hanno in comune queste due utopie apparentemente tanto distanti?

“Hanno in comune il fondarsi sulla scelta di amare. Il testo di Gesù si fonda su tale comandamento rivolto alla vita di ogni persona. Cristo ha chiesto a chi voleva seguirlo di fare della propria vita un dono d’amore dando un esempio: lavando i piedi ai suoi discepoli. Non sfugge quanto sia difficile farlo nella vita, per questo sembra una utopia. Non è facile dedicarsi agli altri attraverso se stessi e dedicarsi a se stessi attraverso gli altri. E il ’68 – sembrerà strano – più che risultare legato alla contestazione violenta rimasta minoritaria, rappresenta una visione della vita e della società in cui regnano l’amore e la concordia anziché la contrapposizione e la legge del più forte”.

Donne del movimento del '68

Durante le presentazioni del libro lei ha dibattuto con uno che il '68 l’ha vissuto da leader:  Mario Capanna. L'ex parlamentare ha scritto che il movimento sessantottino durò tanto in Italia proprio perché si intrecciò con il movimento cattolico. E' d’accordo?

“Sono d’accordo perfettamente con Mario che ho sempre ritenuto un amico da lontano. In effetti non ci conoscevamo e ci siamo conosciuti nell’ occasione. Mi sono sentito ben rappresentato dalla sua interpretazione. Capanna ha definito il mio libretto un libro sottile e importante, perché fornisce una lettura mai data finora del ‘68, dove si pongono in evidenza non le tentazioni violente, possibili nelle contestazioni, ma le proposte positive, il modo in cui tutti potrebbero essere felici. Dal punto di vista cristiano questo è molto significativo. Tanti giovani cattolici nel ’68 hanno contestato chiedendo una società migliore, ma non sono stati capiti neppure all’interno delle istituzioni cattoliche e religiose, così come i giovani in generale non furono capiti dalle istituzioni civili. Eppure si trattava dell’anelito a una società migliore, più fraterna, che aveva indotto noi di quel tempo a scendere in campo”.

Mario Capanna

Il Testamento di Gesù si basa dunque sull’amore ma in un certo senso anche la visione storica e politica socialista. In ambedue i casi si chiede più amore tra esseri umani e più giustizia. Tuttavia da una parte si parla di una giustizia da realizzare subito in terra, dall’altra di una giustizia da realizzare più che altro nell’aldilà. Il minimo comune denominatore resta la speranza?

“Assolutamente sì. Tenendo presente però che la storia di pensare all’amore di Dio e del prossimo come qualcosa da realizzare nell’altra vita - e in tal modo tale da dispensarci dall’operare oggi per la fraternità, l’amore e la giustizia - è una cattiva interpretazione del comandamento di Gesù. Il Vangelo dice che già adesso dobbiamo operare in quella direzione, poi quello che non sarà possibile fare nel tempo datoci potrà essere perfezionato. In ogni caso c’è sicuramente una convergenza nell’ispirazione di fondo perfino del cosiddetto marxismo, spaventapasseri delle  società borghesi  capitaliste. C’è convergenza col messaggio evangelico, anche se ognuno resta entro il suo ambito, perché il marxismo è analisi scientifica, storica ed economica, il Vangelo invece va oltre e si pone anche il problema del nostro rapporto con Dio, che può avvenire in maniera sincera attraverso il servizio ai più poveri”.

A 50 anni da quel movimento esiste ancora un filo rosso che unisce questi due ideali? Del resto Papa Francesco ha convocato  il sinodo sui giovani proprio in questo cinquantesimo. Esiste l’aspettativa di una riflessione che riporti a cercare un mondo migliore? La fiaccola va ripresa in mano dai giovani?

“Si è questo. Ho sempre pensato che la convocazione di Papa Francesco di un Sinodo a 50 anni dal Sessantotto, magari senza che ci abbia pensato, va vista come una riparazione dell’istituzione cristiana rispetto al mondo giovanile, perché all’epoca i giovani, anche nella Chiesa, non furono capiti. Ora invece sì, e Francesco cerca di valorizzarli come spinta al completamento delle insufficienze prodotte dagli adulti”.

Di quelle utopie è rimasto qualcosa oppure è tutto tramontato? Lei sostiene la necessità di leggere il passato al futuro: cosa significa?

“Non tutto è tramontato perché le utopie su una nuova umanità continuano anche oggi. Si trovano in tutti coloro che si dedicano al prossimo, negli enti di volontariato, nei movimenti sociali, in tutti quelli che pensano a una sola umanità in cui non possono stare i Caini, quelli che continuano a uccidere impunemente gli altri. Non possono esserci quelli che non accolgono o fanno discriminazioni sulla base del colore della pelle, non considerano i migranti esseri umani, non si curano dei più deboli, dei disabili, dei marginali che Papa Francesco ha invece messo quale immagine di Dio in queste nostre società egoiste, benestanti e timorose di perdere il benessere, per cui molti vengono presentati come intenzionati a insidiarlo e segnati come nemici.  Tutte le politiche rivolte in tale direzione vanno contro lo spirito del ’68, ma anche contro quello del Testamento di Gesù. Quel Gesù che mentre diceva ciò si preparava a farsi ammazzare il giorno dopo per gli altri, anche per i nemici. Nei Paesi cristiani questa lezione  la vogliamo ricordare o no? Vale più il principio che noi siamo dei salvati del richiamo dei Salvini di oggi”.

I giovani del ’68 sognavano il cambiamento, un nuovo umanesimo, l’uomo al centro delle azioni della società. La Chiesa diede vita al Concilio Vaticano II, un momento di vero fermento. Anche al suo interno tuttavia si manifestarono resistenze da parte di chi voleva mantenere lo status quo. Tali resistenze si ripropongono rispetto alle spinte al cambiamento di Papa Francesco?

“In buona sostanza si ripropongono. Il ’68 non sarebbe stato possibile, almeno in ambito cattolico, senza la spinta innovativa e rivoluzionaria del Concilio Vaticano II. Noi giovani cattolici le radici del ’68 le abbiamo trovate proprio in quel Concilio, nelle prospettive che apriva per l’Italia ed il mondo. Da lì nacque la spinta per credenti e non credenti a lavorare insieme, come dovrebbe essere, per migliorare l’umanità. In quel periodo però questo non fu accettato e i giovani vennero espulsi dalle organizzazioni cattoliche. Tanti dentro la Chiesa, nella gerarchia e nel popolo dei fedeli, contrastarono la realizzazione delle riforme conciliari. Oggi Francesco si richiama all’ispirazione del Concilio di Papa Giovanni XXIII e la cosa si ripete. I Farisei ci sono ancora. Purtroppo, entro la storia umana, ci saranno sempre quelli intenzionati a vivere in funzione degli altri, e quelli intenzionati a farlo in funzione del loro egoismo. Dunque è così: Francesco è diventato scomodo perché ha messo una pietra d’inciampo sugli interessi di tanti, ha sollevato temi scomodi, ricordandoci come dobbiamo operare per la giustizia e per condividere i doni che ci sono stati dati”.

Concilio Vaticano II

Parlando dell’amore di Gesù lei parla anche dell’amore dedicato a Maria Maddalena, donna molto terrena. E’ uno sforzo per rimettere al centro la figura femminile in un momento in cui la donna è talvolta svilita e fatta oggetto di violenze?

“Perché l’amore sia pieno bisogna considerare la questione femminile dal punto di vista del Vangelo che  considera tutti persone. Dobbiamo liberarci dalle sovrastrutture che nei secoli sulla donna sono state erette per accogliere ciò che poi era nel primo cristianesimo, ovvero, come dice l’apostolo Paolo, in Cristo non vi sono né grandi né piccoli, né poveri né ricchi, né maschi né femmine.  Tutti siamo seguaci di Gesù per cui non conta se maschi o femmine, conta che siamo persone, cioè figli di Dio”.

La discussione nella Chiesa però continua.

“Nella Chiesa si continua a discutere su tante questioni che attengono alle donne, sul loro ruolo  e sul loro collocamento, ma lo si fa spesso da un prospettiva mondana anziché da una prospettiva evangelica. Certo, restano molte questioni anche delicate come i sacramenti per le donne, ma se facciamo prevalere il peso della tradizione culturale e storica che ha origine nella umanità, non potremo mai cogliere in pieno ciò che Gesù ci ha voluto insegnare in merito”.

E il ruolo di Maria di Magdala?

“Maria Maddalena - una brava persona e non la peccatrice che si dice a seguito di sovrapposizioni storiche - era una figura semplice che andava appresso a Gesù, lo seguiva e lo serviva insieme agli apostoli. Ha messo tutte le sue capacità in questo servizio, e stava ai piedi della croce mentre gli apostoli erano tutti scappati, tranne uno. Gesù le dà un riconoscimento, le dice è questo il rapporto che bisogna avere con me. Un rapporto d’amore da cui la nostra vita può essere trasformata, per cui possiamo diventare diversi e gli altri possono sentirci e sperimentarci come persone positive”.

C’è una frase nel suo libro che colpisce: “La radice della rivoluzione morale presente nel ‘68 sta nella dignità umana che esige società giuste, di liberi, uguali e fraterni. La radice dell’amore dell’umano liberato da ogni genere di oppressione rappresenta il filo rosso di un legame comune che si può intravedere tra il ‘68 e il Testamento di Gesù”. A mio avviso riassume sinteticamente la sua poetica, sembra il sunto di ciò che voleva trasmettere. Sbaglio?

“Non sbaglia. E’ un modo conciso di rappresentare una condizione ed è una visione che rende bella la vita, la rende vivibile e condivisibile, per noi e per gli altri”.