[Il ritratto] Lo strano destino di Marchionne, manager durissimo che ha fatto un capolavoro ed aiutato Elkann a diventare un uomo

Le parole con cui John Elkann gli ha reso omaggio non sono le frasi di circostanza di un azionista che saluta l’amministratore delegato uscente. Sono le frasi con cui un l'ex ragazzo trovatosi a gestire una situazione più grande di lui ringrazia chi lo ha aiutato a crescere

John Elkann e Sergio Marchionne
John Elkann e Sergio Marchionne

C’è uno strano destino nel Dna della Fiat (o FCA come si chiama oggi) che fa sì che i cambi al vertice avvengano sempre in modo traumatico. Sergio Marchionne arrivò a Torino nel 2004 per il rapido aggravarsi e la morte di Umberto Agnelli. Lo descrissero subito come un liquidatore, ma che fosse un personaggio fuori dagli schemi, a tratti imprevedibile, lo dimostrò nel suo primo consiglio d’amministrazione al Lingotto. Quando intervenne subito dopo l’introduzione del nuovo presidente, Luca di Montezemolo, esordendo con un “Non sono d’accordo” che rompeva con i riguardi di rito sabaudo che avevano sempre accompagnato il vertice Fiat. Non liquidò un bel niente, Marchionne.

E il suo vero capolavoro fu la trattativa con cui trasformò un impegno a vendere l’azienda alla General Motors in un impegno degli americani a sborsare un miliardo e 200 milioni per far saltare l’accordo. Fu con quel denaro, e con il famoso prestito “convertendo” strappato alle grandi banche italiane, che ricostruì la Fiat dalle fondamenta, fino all’acquisizione a costo zero di una delle Big Three dell’automotive americana, Chrysler-Jeep, oggi gallina dalle uova del gruppo.

È stato un numero uno durissimo, che nei suoi primi mesi a Torino ha fatto fuori decine di top manager, per dare l’idea della discontinuità. Ma ha sempre avuto una visione di una lucidità impressionante, spiazzando la concorrenza con la sua teoria di “non seguire le linee prevedibili, perché al traguardo della prevedibilità arriveranno anche i nostri competitor, magari anche prima di noi”.

Il suo essere un po’ italiano, un po’ canadese e un po’ americano non gli hanno impedito di avere un occhio di riguardo per le fabbriche della penisola, con l’eccezione di Termini Imerese, chiusa per una localizzazione geografica insostenibile. Le parole con cui John Elkann gli ha reso omaggio non sono le frasi di circostanza di un azionista che saluta l’amministratore delegato uscente. Sono le frasi con cui un l'ex ragazzo trovatosi a gestire una situazione più grande di lui ringrazia chi lo ha aiutato a diventare un uomo. E a poter gestire con più padronanza un passaggio difficile come quello di oggi.

Nella storia più che centenaria di Fiat (e di Chrysler) resterà il ricordo di un uomo di straordinaria intelligenza e lucidità, capace di sobbarcarsi ritmi di lavoro allucinanti. Un uomo curioso, colto, anche simpatico, con quel maglione blu che era diventato la sua divisa estate-inverno.