[Il punto] Il datore di lavoro: "Quei ragazzi vivevano come schiavi, ma che colpa abbiamo noi? Pianterò 7 ulivi per ricordarli"

"Erano tutti assunti. Vivevano in maniera immonda? Altri dovrebbero intervenire". E poi i problemi del settore agricolo: "Perché la salsa costa 40 centesimi?"

Raccolta di pomodori
Raccolta di pomodori
di I. Dessì   -   Facebook: I.Dessì

Vuol piantare sette alberi di ulivo per ricordarli. Sette alberi come i sette ragazzi di colore che lavoravano per lui morti nell’incidente stradale di Lesina, nel Foggiano. Sette di quei 12 giovani che avevano percorso la strada della migrazione e che hanno perso la vita in quel tragico scontro, commuovendo l’opinione pubblica e sollevando nuovamente l’attenzione sulle condizioni di molti come loro e su fenomeni come quello del caporalato. Sembra che dopo l’accaduto la procura di Larino possa aprire una indagine e dunque si capirà meglio cosa è successo.

Il racconto del datore di lavoro

Intanto Giovanni Di Vito, 67 anni, piange mentre Giuliano Foschini lo intervista per Repubblica. La morte di quei giovani provenienti dal Senagal o dal Mali, dalla Guinea o dalla Costa d'Avorio, come si capisce dalle sue parole,  l’ha toccato profondamente. “Dovrei dire che è stato un incidente stradale e non un incidente sul lavoro – premette il proprietario dell’azienda agricola – Ma sono morti dei ragazzi, e io li avevo visti in faccia pochi minuti prima”. Poi racconta di aver saputo dell’incidente dalla tv, dal telegiornale. E quando ha provato a chiamare Lassad, lui non ha risposto.

"Non si può parlare di caporale"

Quando chi lo intervista gli chiede se Lassad era il caporale, Di Vito precisa che a suo avviso “non si può parlare di caporale: è vero organizzava il trasporto, ci rivolgevamo a lui per avere la manodopera ma semplicemente perché conosceva i ragazzi che noi assumevamo. E pagavamo direttamente”. Del resto quel ragazzo “si spaccava la schiena insieme a noi”, fa notare Di Vito.

Lassad - racconta ancora - lui lo aveva conosciuto lo scorso anno: “E’ passato e ci ha detto che se avevamo bisogno poteva portare i suoi ragazzi”. Così “lo abbiamo chiamato”.

"Erano tutti assunti"

Aggiunge che in realtà per raccogliere i pomodori lui voleva chiamare le macchine, ma suo figlio ha preferito chiamare quei ragazzi, “per farli lavorare e perché i pomodori raccolti a mano sono migliori”. Una scelta che in quei territori fanno in molti.

In ogni caso “erano tutti assunti”. E chi sospetta di no, “sbaglia”, dice l’intervistato. “Pagati come impone la legge”. Quando gli si chiede se si è mai posto il problema se “stia facendo lavorare degli schiavi”, Di Vito risponde che lui e i suoi sono “agricoltori, con le mani sporche di terra da 50 anni”. Che conoscono la parola “dignità”, che in quella azienda, la sua azienda,“non manca mai”.

Incidente nel Foggiano

"Che colpa abbiamo noi?"

E’ vero, riconosce, “viaggiavano in condizioni tremende ma è sempre stato così”. E quando il giornalista gli fa notare che vivevano lì vicino, “in maniera immonda”, l’agricoltore si limita a rispondere:  “Ma noi che colpa ne abbiamo?”. In realtà, precisa, “sono altri che dovrebbero intervenire”. E aggiunge una constatazione che sotto certi aspetti fa riflettere: “Chi si chiede perché la salsa costa 40 centesimi? Io dovrei investire 6-7 mila euro per ricavarne altrettanti. Mi conviene tenere i pomodori a terra”. Ed anche di questo probabilmente occorre tener conto, effettivamente, per comprendere certe realtà del Sud agricolo, e non solo del Sud. Certe dinamiche economiche e sociali che coinvolgono gli immigrati, la parte più debole di una catena che ha in realtà molti anelli da considerare. “Ora – spiega Di Vito - arriveranno comunque le macchine per raccogliere i pomodori”, perché in ogni caso “non raccoglierli è irrispettoso, per la terra e per chi ci ha lavorato”.

La condizione del settore agricolo

Già, il rispetto per la terra e per chi ci lavora. Tante le considerazioni, anche a questo proposito. E in primo luogo la riflessione che andrebbe fatta sui prezzi praticati al produttore sui prodotti  agricoli, la concorrenza terribile di quelli che arrivano da altri Paesi sull’onda della globalizzazione sfrenata, il fatto che per il pomodoro, per esempio, siano crollati i prezzi (solo l'8 per cento di quanto paghiamo va al prodotto), tanto che la bottiglia costa ormai più della passata che contiene, come si legge su Repubblica, che la grande distribuzione tenga in ostaggio la filiera, tutte le condizioni difficili in definitiva in cui il settore agricolo si dibatte e che – probabilmente – contribuiscono a determinare condizioni di sfruttamento per i braccianti, per gli immigrati. Situazioni di un settore che non giustificano, magari e comunque, quel che può essere, in taluni casi, il mancato rispetto delle norme, il caporalato, i diritti dei lavoratori violati, ma che vanno sicuramente tenute presenti. E, ovviamente, questo in termini generali e senza riferimento al caso specifico di cui si discorre.

"Voglio piantare 7 ulivi per ricordarli"

Il signor Di Vito - come viene osservato nell'intervista di Repubblica - non sembra il classico padrone cattivo. Parla di rispetto per quei ragazzi, risponde di averli “sempre trattati al meglio possibile”, e riflettendo quasi ad alta voce aggiunge: “Evidentemente non era abbastanza”. Ora gli piacerebbe solo “andare ai funerali”. Ma non sa nemmeno se ci saranno quei funerali. Per questo il modo migliore per commemorarli probabilmente è “piantare degli alberi di ulivo. Sette alberi per non dimenticare quei sette giovani provenienti da luoghi lontani che "hanno messo le mani nella sua terra". Perché “gli ulivi hanno radici forti”, e sarà “una maniera per credere che la morte è solo un passaggio”.