[Il personaggio] Dal pizzo al podio. Il pasticciere che si è ribellato alla camorra ha vinto il campionato mondiale dei dolci

/ Viaggio ad Ercolano che non è più la città della camorra. Oggi è finalmente possibile lavorare in pace, oggi chiunque può aprire un negozio e qui lavorare. Oggi siamo tutti più liberi.Non c’è più l’emergenza degli anni scorsi. Tra di noi ci diamo un occhio accanto. Grazie all’antiracket siamo una comunità di commercianti liberi

Matteo Cutolo
Matteo Cutolo

La notizia è che un pasticciere di Ercolano ha vinto i campionati mondiali a squadra con altri due colleghi. Che c’entriamo noi? Il fatto è che il nuovo “World Champion della Federazione internazionale pasticceria, gelateria, cioccolateria” è uno di quelle decine di operatori economici che negli ultimi anni nella città degli scavi hanno costituito un’associazione antiracket e sono andati a testimoniare in tribunale determinando la condanna di tantissimi camorristi. Quindi, Matteo Cutolo è un imprenditore antiracket.

Lasciata alle spalle la gloriosa quanto tormentata Capitale del Sud, sull’autostrada che conduce a Salerno, in un piacevole pomeriggio di caldo autunnale, all’inizio con il Vesuvio di fronte, poi  via sempre vicino ma di fianco, quello che da Napoli ci accompagnanel breve viaggio è un paesaggio urbano unico, sicuramente in Italia. Le indicazioni dei caselli portano nomi evocativi di grandi storie, Portici, Ercolano, Torre del Greco, eppure oggi per nessuna di queste città c’è un inizio e una fine, è impossibile distinguere i confini. E’ un tutto unico e continuo, una super-città del vulcano, super-popolata con una densità tra le più alte al mondo, super-trafficata (ahime! se si pensa ai piani di evacuazione…), dall’alto si vedrebbe un’unico ammasso di cemento, è un super-tutto, ovviamente anche per quanto riguarda la forza e il radicamento della camorra. 

All’uscita del casello di Ercolano si imbocca la via Panoramica per prendere, a seguire, la via IV novembre che, svoltato il lungo curvone, si dirige perpendicolarmente ai famosi Scavi, incrociando al termine l’antica via Resina che sino a cinquant’anni fa dava il nome alla città che oggi ha oltre cinquantamila abitanti. Giunti al vecchio ingresso degli scavi, verso sinistra, inizia il “Miglio d’oro”, un tempo “d’oro” per i ricchi giardini di agrumi e per le splendide ville settecentesche costruite dalla nobiltà napoletana dopo che Carlo di Borbone aveva realizzato la suaReggia di Portici. La corte e molti altri nobili iniziarono ad abitare costruzioni realizzate da architetti del calibro di Luigi Vanvitelli. Oggi, non è più così, alcune ville restano, altre sono andate distrutte, altre sono malmesse: tutte furiosamente assediate da un’urbanizzazione a volte semplicemente crudele. Comunque lo sguardo si incanta nella visione di Capri, Ischia, Procida.

E’ una storia di eccellenze quella che vogliamo raccontare. Intanto, eccellenze morali. E una di queste la incontriamo proprio sul curvone ad un rifornimento di benzina. Qui lavora Antonio Scognamiglio. Quando lo incontrai per la prima volta vidi una persona magra, guance incavate, occhi puntuti; ma soprattutto vidi un uomo incurvato; quando andai a trovarlo sul luogo di lavoro compresi subito le ragioni. Non c’è estate o inverno, ogni giornodalle sette alle nove di sera, è lì al distributore di carburante in Via Panoramica. Piove, diluvia, si soffoca per lo scirocco, suoni il clacson e appare da quei due metri quadrati di gabbiotto. Il lavoro lo ha segnato, lo ha piegato, ma solo fisicamente. Proprio sei anni fa, il 31 ottobre del 2011, nell’aula del tribunale di Napoli ha dato una straordinaria lezione morale a tutti. Racconta ai giudici: dopo varie richieste estorsive, “per togliermeli subito davanti ai piedi”, vado dentro e prelevo dalla cassa 40 euro. E’ una giornata di freddo e pioggia, Antonio è tutto inzuppato nella sua tuta, a terra acqua e fango: appena il camorrista vede la somma, prende le banconote, le accartoccia e, con disprezzo, le butta a terra. Loro vanno via, “me li sono presi, me li sono asciugati”. Racconta ancora (e tutti quelli che eravamo lì quella mattina ci siamo trovaticon le lacrime agli occhi): le pressioni e le minacce diventano più insistenti, sale la paura, ma soldi non ce ne sono: “Mi sono  ricordato che per un anno intero, poichè  avevo promesso un regalo a mia figlia, raccolgo in un barattolo le monete, ho preso questo barattolo che avevo conservato, tutte monetine da un euro, due euro, me li sono contati, ho messo tutto insieme, l’ho cambiati e glieli ho dati a loro [400 euro]”. Quando la figlia, il sabato successivo, gli chiede di andare domenica a comprare il giubbino promesso, la risposta è: “Papà ha comprato le tasse al Governo, non te lo posso comprare. L’unica cosa che ti posso dare adesso è un abbraccio, un po’ di affetto, un po’ di amore ma niente più”.Davanti al tribunale, davanti alle gabbie piene di decine di imputati, gli avvocati e, in lontananza, nel loggione dell’aula, i familiari dei camorristi, davanti a tutti loro è tornato un uomo libero, forte, senza paura. Perché sa di non essere più solo, c’è l’associazione antiracket, “è arrivato il momento opportuno” per parlare, spiega al giudice che lo interroga.

Matteo Cutulo mentre viene premiato

Nelle strade di Ercolano, per dare l’idea della situazione, dal 2003 al 2009, sono stati raccolti i cadaveri di oltre sessanta omicidi di camorra. Nel 2006 si avvia la svolta, la costruzione di quello che sarà chiamato il “modello Ercolano”. A novembre si presenta l’associazione antiracket, dopo un anno di intense e faticose riunioni con i commercianti, con Nino Daniele, il coraggioso e coltissimo sindaco di allora, i carabinieri a partire dall’allora tenente Antonio Di Florio. A presiedere l’associazione è un’altra “eccellenza”, Raffaellina Ottaviano che, anni prima, in assoluta solitudine (neanche si pensava ad un’associazione) denuncia un tentativo di estorsione da parte del clan Ascione, si presenta in tribunale, testimonia, fa condannare i camorristi. Il negozio di Raffaellina si incontra sulla destra di via IV novembre, subito dopo il MAV e poco prima di giungere agli Scavi. Il suo è un esempio di come un’esperienza personale, difficile perché in solitudine, viene messa al servizio degli altri colleghi perché nessuno resti più solo come accadde a lei.

Svoltando a sinistra, sul “miglio d’oro”, troviamo uno dei migliori ristoranti dei paesi vesuviani. E’ “Viva lo Re” e appartiene a Maurizio Focone. Lui è stato il primo a denunciare dopo la nascita dell’associazione, e poi, a poco a poco, altri hanno seguito questa strada, prima un altro, poi altri cinque, sino alla rottura della diga dell’omertà, con quasi cento persone a fare la fila negli uffici dei carabinieri e della procura a parlare con i magistrati antimafiaRosario Cantelmo e Pierpaolo Filippelli. Il ristorante di Maurizio eccelle nel panorama culinario campano per la felice combinazione di tradizione e innovazione come dimostra, ad esempio, il timballo alla genovese. 

Adesso è venuto il tempo della ragione del nostro viaggio. Siamo alla pasticceria-gelateria “Generoso”. La prima volta che incontrai Matteo, sollecitato dalla mia golosità, ci spostammo a parlare nel laboratorio, anche perché luogo più riservato. Spiegavo le ragioni dell’antiracket mentre lui lavorava ai “suoi” dolci. E subito la discussione si spostò sulla, secondo me, superiorità dei dolci siciliani su tutti gli altri, compresi quelli campani che, comunque, vantano con autorevolezza sfogliatelle e babà. Dopo dieci anni ritorno da “sconfitto”. Perché non è cosa di tutti i giorni diventare campione del mondo. Nel pomeriggio alcuni amici hanno organizzato una festa a sorpresa. Giungo prima che Matteo arrivi e il gentilissimo e affettuoso papà mi accoglie e mi conduce davanti all’”opera” che è stata premiata. Non posso che restare senza parole: sono davanti proprio ad una vera scultura, realizzata tutta in zucchero (tu la vedi da lontano o da vicino e mai penseresti che si tratta solo di zucchero). Il signor Cutolo mi spiega che il tema riguardava il caffè e il cioccolato. Questa scultura di oltre un metro si erge su un tavolo su cui è appoggiata una tradizionale maschera di Pulcinella (sempre di zucchero). A poco a poco si sale con un vecchio macinino di caffè con il cassettino con la chiave e i suoi filamenti, tutto in zucchero, poi verso l’alto i fiori del caffè e la macchina del caffè. Tutto zucchero: qualcosa che ci fa tornare bambini, alle bambole e ai trenini. Infine arriva Matteo accompagnato dalla sua famiglia con la bellissima figlia con in mano il telefonino a registrare tutto l’evento. C’è Sofia con suo marito (altre eccellenze), anche lei è stata una che con coraggio ha denunciato i camorristi dopo quel violento attentato contro il panificio in cui lavora tutta la famiglia, la madre e la sorella. Il marito nel laboratorio in t-shirt al caldo del forno sempre a sfornare cibi freschi e genuini, tanti clienti dietro il bancone, pane, gli stupendi panini napoletani e le pizzette che ogni volta che ci riunivamo a pochi metri nei locali del MAV Sofia non ci faceva mai mancare (al diavolo la dieta!).

E’ Matteo che parla adesso nell’improvvisato microfono prima del brindisi alla presenza del giovane sindaco Ciro Bonajuto. E scopri qualcosa che non immaginavi. Intanto bisogna dire chi è Matteo Cutolo. E’ sì il pasticciere “world champion”, ma prima ancora è un giovane laureato in economia che per passione abbandona la professione per dedicarsi all’azienda di famiglia (porta il nome del nonno materno: Generoso). E’ un imprenditore che in un momento di grande difficoltà sceglie la strada della rottura: capisce che non si può essere commercianti fino in fondo se si è sottomessi alla camorra. Per questo sceglie l’antiracket e la denuncia. Non a caso sono tanti i carabinieri presenti che con Matteo e con gli altri hanno direttamente condiviso paure e timori a partire dal maresciallo Di Santo. E tra loro c’è Pasquale Del Prete (altra eccellenza), un imprenditore edile coraggioso e intelligente che sempre ha rifiutato il pagamento del pizzo e oggi è il nuovo presidente dell’associazione “FAI antiracket Ercolano”. 

Parla Matteo Cutolo, e non parla più l’imprenditore, parla un artista che con la sua creatività ha realizzato il capolavoro (e per me è una scoperta assoluta): “Il risultato è stato il frutto di un anno e mezzo di duro lavoro, di tempo sottratto all’azienda e alla famiglia. Sono stato impegnato per ventiquattro ore al giorno, ogni giorno: a letto la mia testa era alla gara, mi svegliavo e pensavo a cosa fare, vivevo pensando solo a questo. Poi gli ultimi tre mesi sono stati durissimi, ogni settimana, il lunedì martedì mercoledì, per tutto il giorno, in Puglia per allenarsi con gli altri colleghi. Tre mesi durissimi”. E qui prevale la giusta emozione, l’interruzione, le lacrime di Matteo. Nessuno di noi può immaginare quanta fatica è necessaria per giungere all’obiettivo. Ci lascia senza parole questo crudo narrare. Poi, la fine: “Sono un dottore commercialista, sono un pasticciere, sono un imprenditore che ha denunciato il racket. Oggi grazie a tutti noi Ercolano non è più la città della camorra. Oggi è finalmente possibile lavorare in pace, oggi chiunque può aprire un negozio e qui lavorare. Oggi siamo tutti più liberi. Non c’è più l’emergenza degli anni scorsi. Tra di noi ci diamo un occhio accanto. Grazie all’antiracket siamo una comunità di commercianti liberi”.

Matteo è una storia di successo. Nessuno è più solo. In tanti, con l’associazione, si è forti. Poi ci sono le istituzioni, i carabinieri. Si è dimostrato, non con le parole di un convegno, ma sul campo, concretamente, realmente, che c’è la possibilità d’essere liberi. E quanto più gli operatori economici sono liberi tanto maggiore è la ricchezza, la prosperità, la creatività di una comunità.