Caso Cucchi, i 5 Stelle si schierano con Casamassima. “Non può essere punito chi racconta la verità”

Il deputato con un’interrogazione indirizzata alla ministra della Difesa ha chiesto di garantire anche ai militari la normativa whistleblowing che tutela i dipendenti che segnalano attività illecite all’interno di un’azienda pubblica o privata

Come un fiume in piena, il pestaggio di Stefano Cucchi sta trascinando con sé la credibilità acquisita dall’Arma nel corso dei secoli. Tuttavia, una parte di quei militari che erano stati sospettati di far parte della catena di comando che ha deciso di sollevare una cortina di nebbia per nascondere quello che era successo la notte fra il 15 e il 16 ottobre del 2009 non sono indagati. In sostanza, il generale dei carabinieri Vittorio Tomasone, il colonnello Alessandro Casarsa e il maggior Paolo Unali "non sono indagati nell'ambito della nuova inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi", ha precisato la Procura di Roma.

I tre ufficiali, citati come testimoni, verranno comunque sentiti nel processo che si sta svolgendo dalla alla Prima corte d'Assise e che vede imputati cinque carabinieri. I tre, all'epoca dei fatti, ricoprivano rispettivamente i ruoli di comandante provinciale dei Carabinieri (Tomasone), comandante del Gruppo Roma (Casarsa) e comandante della Compagnia Casilina (Unali). La testimonianza di Francesco Tedesco, che ha accusato i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro del linciaggio di Stefano Cucchi continua a far discutere.

Soprattutto dopo l’incontro tra il Comandante Generale dei Carabinieri Giovanni Nistri e Ilaria Cucchi (presente la ministra della Difesa Trenta): il giorno dopo il colloquio la sorella di Stefano aveva spiegato che il generale aveva espresso l’intenzione di “colpire tutti coloro che hanno parlato”.  In difesa di chi “ha parlato” è sceso in campo Davide Galantino, deputato del Movimento 5 stelle, il primo militare graduato eletto in Parlamento in epoca repubblicana, il quale con un’interrogazione indirizzata alla ministra della Difesa e Alfonso Bonafede chiede di garantire anche ai militari la normativa whistleblowing a tutela i dipendenti che segnalano attività illecite all’interno di un’azienda pubblica o privata.

In effetti, tale normativa non è mai stata applicata ai militari.  “Nell’ambito delle Forze Armate – ha spiegato Galatino al Fatto, citando il caso di Riccardo Casamassima - la disciplina che prevede la tutela del dipendente militare in caso di segnalazione di atti illeciti o irregolari spesso non trova applicazione “. La condizione dell’appuntato scelto dei carabinieri Casamassima è piuttosto singolare: il militare che con le sue dichiarazioni ha permesso la riapertura del processo sulla morte del geometra romano in una intervista rilasciata al a tiscali.it aveva spiegato di essere preoccupato per il suo futuro: era angosciato per le reazioni “negative” dei suoi stessi colleghi.

E in effetti, qualche settimana dopo era stato trasferito e demansionato. Se la proposta dovesse essere presa in considerazione la legge potrebbe essere estesa anche a Forze Armate. Così anche chi fa parte del personale militare “quindi quale pubblico dipendente potrà – ha spiegato Galatino al Fatto - … segnalare al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza ovvero all’Autorità nazionale anticorruzione, o denunciare all’autorità giudiziaria ordinaria o a quella contabile, condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro senza dover passare di propri superiori gerarchici”.

La vicenda di Casamassima potrebbe in questo modo essere inserita in questa fattispecie. “Casamassima ha fatto il suo dovere testimoniando la verità. Ma se in altri casi ha avuto comportamenti sanzionabili non possiamo ignorarli”, aveva spiegato Nistri, incalzato su questo fronte dal Fatto Quotidiano. Per questo motivo l’interrogazione di Galantino chiede ai ministri “quali iniziative intendano intraprendere per garantire l’applicazione della tutela prevista per il whistleblowing anche al personale militare”. “Gli enti di cui stiamo parlando – dice il deputato militare – non possono ritenersi superiori alla legge anticorruzione o alla giustizia”. Che la democrazia stia per fare capolino anche nell’Arma? L’ultima parola spetta al Parlamento.