Caso Cucchi, il muro del silenzio comincia a sgretolarsi. Ecco chi è sotto accusa

Nessuno potrà riportarlo in vita, ma almeno una parte di verità su com’è morto il giovane geometra sembra essere emersa nel corso dell’inchiesta bis grazie al resoconto di Francesco Tedesco

Ilaria e Stefano Cucchi
Ilaria e Stefano Cucchi

 “Sono profondamente commossa. Provata. Guardo il cielo sperando di poter incontrare il tuo sguardo. Non vedo nulla. Solo le luci accese della sala Darsena dove è appena terminato il film sulla tua morte …”, aveva detto Ilaria Cucchi dopo aver visto il film ('Sulla mia pelle') che racconta le ultime ore di vita di suo fratello Stefano. Una brutta storia quella del geometra morto il 22 ottobre 2009, a 31 anni, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti (925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina). Nessuno potrà riportarlo in vita, ma una parte di verità su com’è morto parrebbe emersa nel corso dell’inchiesta bis grazie al resoconto (che lo scagiona in parte ndr) di Francesco Tedesco, il carabiniere che ha accusato nove anni dopo due suoi colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, di aver pestato violentemente Stefano Cucchi la notte fra il 15 e il 16 ottobre del 2009.

Va comunque detto che i due agenti accusati da Tedesco non confermano il racconto del loro collega. Secondo i loro avvocati infatti c’è qualcosa che non torna nel racconto del rappresentante dell’Arma: com’è possibile, se è vero che il geometra è stato pestato prima dell’udienza di convalida dell’arresto al Tribunale di Roma, che né il pm né il giudice notarono nulla? I legali devono fare in fretta a trovare una risposta a questo quesito, perché i loro difesi rischiano grosso. Le dichiarazioni di Tedesco al pubblico ministero Giovanni Musarò hanno messo prepotentemente sul banco degli imputati anche il comandante della stazione dei carabinieri di Roma Appia Roberto Mandolini (imputato per calunnia indiretta).  

La parte mancante di questo tragico racconto lo ha scritto il carabiniere Riccardo Casamassima, l’appuntato che ha sostenuto di aver ricevuto sul merito alla vicenda Cucchi le confidenze dal maresciallo Mandolini.  “Il processo Stefano Cucchi bis è potuto cominciare solo perché mia moglie ed io abbiamo raccontato agli inquirenti quanto avevamo sentito da un superiore. Ora questa mia attenzione per la verità potrebbe farmi perdere il posto di lavoro”, aveva detto a tiscali.it. In sintesi: Casamassima aveva già spiegato agli inquirenti le stesse cose che poi Tedesco (sicuramente un testimone oculare) ha raccontato nove anni dopo. Ora altri mattoni del presunto muro di silenzio potrebbero continuare a cadere. Di sicuro, l’obiettivo delle indagini è cambiato: ora si punta (soprattutto) a capire chi intralciò la verità, cercando di fare luce sulla catena di minacce, omissioni e atti falsificati, almeno stando al racconto di Tedesco e di altri militari.

Il nuovo filone di inchiesta sarebbe composto da due fascicoli: uno per falso ideologico e l'altro per soppressione di documento pubblico. Così finiscono indagati i carabinieri che ebbero a che fare con le notazioni sullo stato di salute di Cucchi e col suo fotosegnalamento. Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza che ebbe in custodia Cucchi, e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma dove Cucchi arrivò dopo essere stato picchiato durante il fotosegnalamento. Colombo sarà interrogato la prossima settimana ed è già stato sottoposto a perquisizione: l'atto istruttorio puntava ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell'epoca. La posizione dei due indagati si è aggravata dopo le dichiarazioni di Tedesco, che nel verbale punta il dito su una serie di omissioni e atti falsificati sui quali la Procura ha attivato verifiche. Sotto la lente degli inquirenti ci sono quindi gli interlocutori del comandante della stazione Appia, il maresciallo Mandolini.

In particolare l'interlocutore di una telefonata che avvenne alla presenza di Tedesco nella quale il maresciallo Mandolini chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono cambiati togliendo dettagli sulle condizioni di salute di Stefano. Ad ammettere che fossero state modificate era stato lo stesso Di Sano in aula, precisando che si era trattato di "un ordine gerarchico". Su una delle annotazioni modificate è apposta la firma del piantone Gianluca Colicchio, che subentrò nella custodia di Cucchi a Di Sano, anche lui autore di un'ulteriore annotazione alterata.

Entrambi sono coinvolti nell'inchiesta. L'ipotesi è che quelle modifiche fossero state richieste per coprire il presunto pestaggio e creare una 'nuova versione' sulle condizioni di Cucchi dopo l'arresto. Annotazioni da fornire poi alla catena gerarchica nell'ambito di un'indagine interna. La lente dei magistrati è anche sugli atti del fotosegnalamento che risultano modificati: dal registro fu cancellato con il bianchetto il nome di Cucchi. Le indagini ora puntano anche a capire se e fino a quale livello viene coinvolta la scala gerarchica in questa vicenda di falsi documenti e omissioni. In questo senso gli accertamenti proseguono anche per capire chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, dopo la morte del giovane, convocata "da un Alto ufficiale dell'Arma", secondo il racconto di Tedesco. "Diversi militari furono chiamati a rapporto - dice Tedesco nel verbale - nell'ambito di un'indagine interna, io non fui convocato".

Secondo l’avvocato di Tedesco, Eugenio Pini, il muro sta venendo giù. Sempre sul fronte processuale, un'altra delle mosse dei legali della famiglia Cucchi, sarà quella di fare luce sull'inchiesta interna che fu avviata dopo la morte del giovane e alla quale, secondo quanto riferito nelle testimonianze rese in udienza da alcuni dei carabinieri, era presente anche il generale Vittorio Tomasone, che “sarà ascoltato in aula entro gennaio su nostra richiesta", ha spiegato il legale della famiglia Cucchi. Ma di quella riunione - spiegano i legali - mancherebbe qualsiasi atto o verbale. Gli inquirenti puntano anche a capire a che punto della scala gerarchica arrivarono le richieste di modifica delle annotazioni, come nel caso dei due diversi documenti redatti dall'appuntato scelto Francesco Di Sano, all'epoca in servizio alla stazione di Tor Sapienza.

A chiedere "che siano accertate tutte le cause e le dinamiche di quanto successe quella sera" sono anche gli stessi vertici dell'Arma. Primo fra tutti, il comandante generale Giovanni Nistri. "Forse si è aperto uno spiraglio di luce - ha detto Nistri a Radio Capital - mi sembra che sia la prima volta che un militare di quelli presenti quella sera ha riferito la sua verità, che ora dovrà passare al vaglio dell'autorità giudiziaria, ma noi siamo al fianco dell'autorità giudiziaria, perché è ora che siano accertate tutte le cause e le dinamiche di quanto successe quella sera". Il generale si è detto disponibile a incontrare di nuovo Ilaria Cucchi.