Come vincere crisi democratica e populismo. La ricetta di Francesco per un mondo nuovo

Nella presentazione di un volume sui Movimenti popolari, il papa indica i poveri come soggetti attivi della Chiesa e leva efficace di una grande trasformazione sociale. Queste convinzioni sociale hanno messo in circolo una diffusa resistenza al suo pontificato.

Come vincere crisi democratica e populismo. La ricetta di Francesco per un mondo nuovo

Chi volesse capire perché un Papa tanto umano e vicino alla gente come Francesco ha suscitato e continua a suscitare una resistenza decisa e sorda al rinnovamento, potrebbe leggere con profitto la sua presentazione dei Movimenti popolari, sintesi del suo pensiero sociale, contenuta nel volume in lingua spagnola “La irruzione dei movimenti popolari. Rerum Novarum del nostro tempo” curato dalla Pontificia Commissione per l’America Latina, edito di recente dalla Libreria Editrice Vaticana (Lev). Il volume raccoglie gli atti di un convegno, ma la prefazione ai numerosi e qualificati interventi offre una sintesi lucida e completa di una visione alternativa di Francesco sia al mondo centrato sul potere del denaro che ha originato schiere di poveri e di esclusi, sia alla visione populista, ritenuta una risposta illusoria e pericolosa alla domanda di giustizia e di eguaglianza.

Nella visione di Francesco che parte dal basso ispirandosi al Vangelo e non a teorie politiche, i Movimenti popolari nel mondo sono la leva di una grande trasformazione sociale mentre è evidente la crisi transnazionale della democrazia liberale, frutto della trasformazione umana e antropologica, prodotto della globalizzazione dell’indifferenza. “Questa globalizzazione - rileva il papa - ha generato un nuovo idolo: quello “della paura e della sicurezza, di cui  uno dei segni più tangibile è oggi la familiarità con le armi e la cultura del disprezzo, caratteristica del nostro tempo che un noto storico  ha definito come l’età della rabbia. La paura è oggi il mezzo per manipolare la civiltà, l’agente che genera  xenofobia e razzismo”. Non bisogna invece dimenticare la “collera dei poveri” che richiede il superamento di quei sistemi economici che mettono al centro il denaro anziché l’uomo e i suoi bisogni. L’ascolto degli esclusi resta la via efficace per superare la stessa crisi della democrazia liberale. La visione di Francesco non è un’utopia soggettiva, solitaria e frammentaria ma, oltre che nel Vangelo, è ben radicata nel pensiero sociale della Chiesa specialmente suscitato dal concilio Vaticano II.

L’importanza dei poveri, il progresso della giustizia nel mondo, l’importanza della solidarietà, la dignità del lavoro sono tutti temi presenti nell’insegnamento dei papi da Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI. Accusare Francesco di eresia significa estendere a tutti i papi degli ultimi 50 anni la stessa accusa. Forse i critici del papa gesuita lo hanno sottovalutato, preferendo teorizzare una Chiesa a loro piacimento anziché secondo il Vangelo. E forse per questo dallo scritto di Francesco appare una forte determinazione e una singolare serenità a proseguire nel suo sostegno ai Movimenti popolari. Sostegno che non significa militanza del Papa, ma “genuina solidarietà”, decisione di “accompagnarli nel loro cammino autonomo” poiché  questa rete di movimenti transnazionali, transculturali e di diversa cultura religiosa rappresentano “una forma tangibile storica, un modello poliedrico  di un diverso paradigma sociale, quello della cultura dell’incontro. Una cultura interessata a capire l’altro, il diverso da sé”.

E’ il mondo degli esclusi che si popola di capacità, affidabilità, possibilità per un mondo nuovo. Un “arcipelago di gruppi, associazioni, movimenti, lavoratori precari, famiglie senza casa, contadini senza terra, ambulanti, lava vetri ai semafori, artigiani di strada, rappresentanti del mondo dei poveri, di esclusi, di non considerati, di irrilevanti, che tengono odore del quartiere, del popolo, della lotta rappresentano nel panorama del nostro mondo contemporaneo, un seme, un germoglio che come il granello di senape darà molto frutto: la leva di una grande trasformazione sociale.

Il Papa ha molta fiducia in questo futuro che si intravede e che non sta unicamente nelle mani dei grandi dirigenti, delle grandi potenze e delle elite, ma è riposto specialmente nelle mani dei popoli e nella loro capacità di organizzarsi”, nella mani dei poveri non rassegnati.

I Movimenti popolari  sono una testimonianza concreta che mostra come sia possibile “contrastare la cultura dello scarto”. Specialmente in questa stagione  di paralisi e disorientamento la partecipazione politica dei Movimenti popolari “può vincere la politica dei falsi profeti che sfruttano la paura e la disperazione e predicano un benessere egoista e una sicurezza illusoria”,

Francesco si dice convinto che al presente stato di cose rappresentano “una grande alternativa sociale, un grido profondo, un segno di contraddizione, una speranza che tutto può cambiare. Nel desiderio di non uniformarsi al pensiero unico centrato sulla tirannia del denaro, mostrando con la propria vita, il proprio lavoro, la propria testimonianza che è possibile resistere, attuando con coraggio i buoni propositi controcorrente. Mi piace immaginare questo arcipelago di scartati dal sistema che sta compromettendo l’intero pianeta, come sentinelle che – nonostante l’oscurità della notte – scrutano con speranza un futuro migliore”.

Francesco è convinto che “l’antidoto al populismo e alla politica spettacolo sta nel protagonismo dei cittadini organizzati, in particolare con quelli che creano - come nel caso di tante esperienze presenti nei Movimenti popolari - nella loro quotidianità, frammenti di un altro mondo possibile, che lottano per sopravvivere all’oscurità dell’esclusione”.