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La corsa al vaccino contro il Covid non è solo contro il tempo. Il caso di Moderna

La società americana sta lavorando su una tecnologia innovativa basata sulla relazione tra il genoma del virus e quello degli anticorpi

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
La corsa al vaccino contro il Covid non è solo contro il tempo. Il caso di Moderna

La corsa al vaccino contro il Covid-19 non è solo una corsa contro il tempo, è anche un’accesa competizione globale. E non bisogna lasciarsi ingannare dai proclami decoubertiani fatti più o meno da tutti i concorrenti e dai rispettivi governi secondo i quali l’importante non è chi trionferà, ma che qualcuno vinca e sconfigga il virus. Non è così. In palio ci sono profitti miliardari per chi arriverà a produrre per primo un vaccino efficace e la possibilità di accelerare la ripresa economica del paese che si aggiudicherà la produzione. Arrivare primi vuol dire riprendersi dalla pandemia e tornare forti mentre gli altri sono ancora deboli, vuol dire soldi e potere. 

Il tentativo di Moderna

Tra i tentativi in fase più avanzata, oltre a quello dell’Università di Oxford in partnership con l’IRBM di Pomezia e a quello della cinese CanSino, c’è quello della statunitense Moderna che sta lavorando su una tecnologia innovativa basata sulla relazione tra il genoma del virus e quello degli anticorpi. La società è stata la prima impresa americana ad arrivare con un vaccino alla fase dei test clinici e il 18 maggio ha pubblicato i primi risultati, apparentemente incoraggianti: i risultati della prima delle tre fasi di sperimentazione condotti su 45 volontari sani hanno evidenziato una risposta immunitaria positiva. 

I test della fase 2 su 600 volontari dovrebbero iniziare alla fine di luglio e saranno dirimenti per capire se e quanto la cura sia efficace. A circa metà del campione verrà somministrato il vaccino, mentre agli altri verrà dato un placebo, ovvero una sostanza priva di effetti. Nel caso le cose dovessero andare bene si passerà all’ultima fase con la sperimentazione su migliaia di persone affette da Covid-19 per poi eventualmente passare alla produzione. 

Una tecnologia innovativa

Fondata nel 2010, Moderna non è una multinazionale del farmaco o delle biotecnologie, è relativamente giovane e a dire il vero ha un curriculum ancora piuttosto breve. Ha da subito puntato su un nuovo tipo di tecnologia, quella del RNA messaggero o mRNA, divenendo uno dei soggetti più attivi nel campo. In breve e assai grossolanamente, tanto da rischiare la fucilazione da parte di genetisti, biologi e via dicendo, si tratta di intervenire sull’elemento che trascrive le informazioni genetiche nelle cellule umane con l’obiettivo di indurre la produzione di anticorpi rispetto a un determinato virus. Manipolazione genetica a fin di bene insomma.

Negli anni ’10 la tecnologia non sembrava essere particolarmente efficace e lo scetticismo riguardo a chi la utilizzava e ne propagandava le virtù era piuttosto diffuso. Essa pareva comportare anche alcuni problemi di sicurezza che compromisero ad esempio il tentativo di Moderna di trovare una cura per la sindrome di Crigler-Najiar, una rara malattia genetica del fegato. La cura non arrivò mai alla fase del test su esseri umani. C’è da dire che a oggi Moderna non ha ancora mai sfornato un prodotto che abbia concluso tutte le fasi della sperimentazione e che al momento sul mercato non esiste alcun vaccino basato sul mRNA. 

L’intuizione del CEO

Ora però le cose sembrano stare andando diversamente. E molto pare dovuto all’amministratore delegato della società, Stéphane Bancel. Francese, 47 anni, Bancel è un leader carismatico, coinvolgente, assai esigente e a quanto pare dotato di un intuito non comune.   

A metà dello scorso gennaio il CEO di Moderna lesse un articolo sul Wall Street Journal che parlava dello scoppio di una misteriosa epidemia nella Cina centrale. Incuriosito, inviò una mail al dottor Barney Graham vice direttore dello statunitense Vaccine Research Center presso il National Institutes of Health, una delle otto agenzie federali che si occupano di salute pubblica, ma il dottor Graham rispose che ancora non se ne sapeva nulla. Dopo qualche giorno però si rifece vivo annunciando che si trattava di un nuovo coronavirus. Bancel gli rispose chiedendogli di fargli sapere quando avrebbero avuto la sequenza genetica del nuovo virus: Moderna era pronta e interessata a dedicarsi alla ricerca di un vaccino. 

42 giorni

Il 13 gennaio le autorità cinesi annunciarono di aver sequenziato il virus, era ora di darsi da fare: Bancel chiese ai suoi di sviluppare un vaccino entro 60 giorni. La squadra di Moderna dedicata al progetto, un team di circa cento persone tra cui l’italiano Andrea Carfi, fece di meglio e il 24 febbraio spedì il vaccino mRNA-1273 al National Health Institutes perché procedesse con i test della prima delle tre fasi di sperimentazione necessarie per arrivare alla produzione e commercializzazione. Erano passati solo 42 giorni. Bravi. Ma a non tanto da riuscire a impressionare il loro amministratore delegato che a quanto pare ritiene che si possa fare di meglio. 

Un ingegnere prestato alle biotecnologie

Stéphane Bancel è uno atipico nel suo settore, quasi un alieno. Tanto per iniziare è un ingegnere, non un biologo o un genetista. E a quanto pare non è mai stato un genio nella materia, a scuola i suoi voti in biologia erano piuttosto mediocri. “È un ingegnere, ma ha la capacità di studiare come un pazzo per capire la scienza” ha dichiarato al Financial Times Michel Baguenault, che lavorava per BioMérieux, una società francese di diagnostica dove Bancel è divenuto amministratore delegato alla tenera età di 33 anni. L’attuale vice di Bancel, Stephan Hoge, aggiunge che Bancel è “un capo, uno intenso, il cui pensiero va oltre”. 

E in effetti sull’epidemia di Covid-19 ha avuto sicuramente più fiuto di tanti suoi colleghi. All’inizio di febbraio, ad esempio, Baguenault si domandava perché il suo ex capo fosse così preoccupato per quel virus, “a marzo ho capito che aveva ragione, sapeva che il Covid-19 avrebbe causato parecchi danni nel mondo”. 

Voglia di sfondare

Dopo aver lavorato nell’azienda farmaceutica Eli Lilly dove sovrintendeva alla produzione, Bancel è divenuto amministratore delegato di Moderna e ha imposto un approccio nuovo. Per l’ingegnere francese Moderna non doveva essere una delle solite aziende biotech, di quelle che tendono a focalizzarsi su un singolo farmaco per un decennio o giù di lì. Doveva invece essere qualcosa di simile alle aziende della Silicon Valley, caratterizzata dalla stessa spinta, dallo stesso desiderio di farcela, di sfondare. Uno shock per una parte dei suoi dipendenti abituati a lavorare più in un clima da accademia che non in quello duro ed esigente di una società che vuole crescere rapidamente. “Bancel crea un ambiente di lavoro esigente in cui non c’è posto per la compiacenza” ha ricordato Thierry Bernard, amico ed ex collega del capo di Moderna. 

Greg Licholai, ex presidente per le malattie rare presso la stessa Moderna ha detto che Bancel era un ammiratore della strategia di Uber “il che spiega molto del suo business model” – ha dichiarato Licholai – “Stéphane voleva crescere il più in fretta possibile”. 

I dubbi e quel qualcosa di magico

Non sorprende che l’approccio di Bancel non entusiasmi tutti nell’ambiente e che sollevi più di un dubbio. Tra di essi uno dei più citati è quello della trasparenza, questione riemersa anche con la pubblicazione dei dati riguardanti i test sul vaccino contro il Covid-19. 

Nel 2016 la prestigiosa rivista “Nature” criticò la società per la scarsa pubblicazione di articoli scientifici riguardanti le ricerche che stava conducendo. Da allora Moderna si è data da fare e ha pubblicato articoli su riviste accademiche, ma ha continuato in una pratica che molti ritengono poco ortodossa, ovvero quella di divulgare i risultati raggiunti attraverso comunicati stampa ancora prima che il National Institutes of Health, che sovrintende alle sperimentazioni, renda noto il suo parere a riguardo. 

È quello che è accaduto anche con le ricerche sul vaccino contro il Covid-19. I risultati sono stati annunciati pubblicamente prima di ogni conferma pubblica e sulla base tra l’altro di elementi che potrebbero avere un significato limitato. Senza la validazione e la conferma di esterni che hanno spulciato i dati è difficile capire cosa effettivamente Moderna abbia in mano. “È per questo che non si fa scienza con i comunicati stampa” ha dichiarato al Financial Times il professor Peter Hotez che lavora su un vaccino al Baylor College of Medicine. 

Moderna si è difesa affermando di aver lavorato con il National Institutes of Allergy and Infectious Diseases nell’esame dei dati prima di pubblicare il comunicato stampa e comunque c’è da dire che sicuramente non è l’unica società biotech che anticipa i risultati ottenuti da una nuova cura prima della conferma ufficiale. “Però Stéphane lo fa e riesce a far salire di miliardi la valorizzazione della società? C’è qualcosa di magico nel modo in cui agisce e comunica” ha dichiarato il suo ex collega Licholai. 

Annunci e andamento di borsa

In effetti dopo il comunicato stampa del 18 maggio il titolo di Moderna è balzato del 20% facendo raggiungere alla società una capitalizzazione di 27 miliardi di dollari. Tanto per capire quello di cui si parla, lo scorso 3 gennaio un’azione Moderna valeva 18,89 dollari e il 13 marzo, dopo un piccolo crollo, era ancora a 21,30; il 22 maggio, dopo l’annuncio sui risultati della sperimentazione ne valeva 69 tondi tondi. Valore più che triplicato in due mesi. Se qualcuno di voi è stato così in gamba da comprare azioni Moderna prima dei giorni del lockdown, complimenti. 

Un altro balzo del 21% si era avuto dopo il comunicato stampa del 16 aprile nel quale Moderna annunciava l’accordo raggiunto con il governo americano che si impegnava a finanziare con 483 milioni di dollari la fase 3 dei test, quella finale che coinvolge migliaia di persone, e l’eventuale messa in produzione. Fiducioso e ottimista, il comunicato stampa fa riferimento alla produzione di milioni dosi per la fine del 2020 e di decine di milioni di dosi nel 2021 anche grazie all’accordo decennale con il produttore farmaceutico svizzero Lonza. 

“Nessuno s’aspettava che Moderna divenisse una società da 20 miliardi di dollari che vende vaccini” – ha dichiarato il dottor Licholai al Financial Times – “Cinque anni fa, sarebbe stato un pensiero assurdo. Ma il mondo è cambiato completamente durante la pandemia”. E il cambiamento ha trasformato il bruco in farfalla. Sempre che il potenziale vaccino funzioni e sia sicuro.

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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