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[La polemica] Il grande corno rosso, l'assurdo monumento che divide Napoli. Ci prendiamo in giro da soli

Paralizzata da una classe dirigente inesistente, da una borghesia autoreferenziale e chiusa, da un popolo con le ferite aperte e nessun dolore, perché anestetizzato ormai proprio dalla mozione dell'orgoglio, della bandiera alta, della bellezza invocata anche da chi ne è escluso; la città sembra ferma, stretta, incapace di articolare anche un dibattito con un senso compiuto

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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Esistono due Napoli. Forse anche di più. Ma due di sicuro. La prima si bea di quello che è. La seconda si danna per quello che non riesce a essere. La prima si guarda allo specchio e si trova irresistibile, la seconda si guarda le piaghe e si trova invivibile. La prima si pavoneggia, la seconda si tormenta. La prima non accetta critiche e considera qualunque denuncia sociale una diffamazione, la seconda indica solo ritardi, disservizi, inciviltà “per far aprire gli occhi”. Perché la seconda vuole che tutto cambi mentre alla prima, in fondo, piace tutto così. Sono due Napoli inconciliabili, due stili, due linguaggi, due modi di vivere. Due caratteri che non riescono più a parlarsi perché qui si è radicalizzato il folclore, e quindi anche l'anti-colore. Si è estremizzato il dibattito e non si riesce più a vedere la bellezza senza farne propaganda e i problemi senza farne dramma. Stretta tra il macchiettismo e il tremendismo, Napoli sembra ormai, per questa radicalità, luogo di nessuna ricerca culturale, di nessun dubbio, di ormai smarrita tensione intellettuale. Non c'è ricerca, solo tifoserie.

Il corno rosso che si vedrà da Capri

Va letta così anche l'ultima vicenda del corno rosso sul lungomare, che ha acceso – si fa per dire – il dibattito di ferragosto in città. E' successo che l'amministrazione comunale del sindaco con la bandana De Magistris ha aggiudicato alla impresa Italstage, che aveva già allestito lo scorso Natale un enorme albero di tubolari di ferro pieno di ristoranti e negozi, il compito di tirare su un'altra attrazione spettacolare per il prossimo inverno. L'impresa si è inventata il corno gigantesco. Monterà sul lungomare di Napoli un corno rosso di 60 metri di altezza e 30 di larghezza, che si vedrà da Capri, e che da ottobre a gennaio sarà una sorta di nuovo simbolo di Napoli. All'interno, ovviamente, ristoranti, bar, locali, sul modello di un centro commerciale.

Napoli e la scaramanzia

La scelta del corno rosso è stata fatta per indicare il tema di Napoli e la scaramanzia. Cioè il legame tra la città e quel mondo di superstizioni, invocazioni, destino, magia e fantasia che è diventato negli anni uno degli stereotipi più diffusi per indicare il suo popolo. Proprio su questo punto si è aperta una discussione, che ha riguardato in realtà più alcuni salottini culturali su giornali ormai letti solo da chi li scrive, che la città. Per alcuni giorni ci si è divisi tra favorevoli e contrari: con i primi, in buona sostanza, a dire che in fondo non c'è niente di male a giocare un po' con i luoghi comuni, accusando i secondi di essere verbosi, seriosi e pesanti. E i secondi, invece, a denunciare il cattivo gusto, la pacchianeria, la volgarità, il manierismo di quella installazione e, un po', di tutto il discorso su Napoli che viene condotto da alcuni ambienti, della politica e non sono.

Le due Napoli

Si torna, forse, alle due Napoli dell'inizio. C'è chi considera la città chiusa nel perimetro di un paesaggio. La skyline di Posillipo e Mergellina. Le belle case. Il mare. Il Vesuvio (ma solo in lontananza). Un pochino di centro storico ma non troppo. Il tutto condito nella salsa al pomodoro del cuore d'oro, della città dell'amore, del mandolino, della pizza fritta, del “succede solo a Napoli”, arrivando a indicare come medaglie d'orgoglio anche qualche piccola furbizia, qualche strappo alla regola. E occultando sistematicamente i problemi, minimizzandoli, ignorandoli o – quando proprio non si può non vederli – attribuendoli a una causa esterna, che è quasi sempre un potere: ora il governo nazionale, ora i cattivi del nord, a volte perfino i Savoia. Mai se stessi.

La falange del tremendismo

D'altra parte c'è poi la falange del tremendismo, l'esercito della tragedia, quello che riesce a raccontare solo le tinte foschissime. Chiude il sipario sulla bellezza, sulla storia, sulla tipicità, sulle potenzialità, anche sulla complessità, e sembra travolta dalle emergenze stesse che denuncia, fino a farne icona, manifesto di se stessa, arrivando addirittura ad affezionarsi, come in una sindrome di Stoccolma, al problema di cui invoca la soluzione, che ovviamente non propone.

Una cosa e il suo contrario 

Il rischio, in questo clima, è di perdere la direzione della ricerca, che è poi il tratto vero delle città dove fioriscono le culture, cioè i dubbi. Non è il corno rosso gigante a creare la volgarità ma è la volgarità a creare il corno rosso gigante. E' il vuoto che genera l'orrore e non è il contrario. Perché è possibile immaginare qui e ora una cosa così? Perché si è strutturato esattamente questo dibattito, che ci toglie anche il gusto di prenderci in giro da soli. In fondo, giocare con gli stereotipi è divertente. Se una città è capaca di ironizzare sugli stessi luoghi comuni di cui è vittima, si dimostra alta e potente. Ma deve proporre, insieme al corno, o a Totò, o alla pizza e al mandolino, anche il suo contrario. Cioè, modernità, innovazione, strategia, progetti.

Giocare con i luoghi comuni

Se Napoli elevasse il corno rosso a protezione ridanciana e folcloristica di una città dove poi le cose funzionano, ci sarebbe da ridere e applaudire. Vedete? Giochiamo con noi stessi. Ci prendiamo in giro da soli, esaltiamo le nostre tipicità, ci rendiamo unici e riconoscibili ma insieme al corno vi diamo trasporti pubblici, illuminazione, servizi per il turismo, sicurezza, decoro urbano, e così vi sorprendiamo, perchè ci impossessiamo del luogo comune, ne facciamo bandiera, ma poi lo svuotiamo, e vi lasciamo senza fiato.

L'ombrello della bellezza

Invece, no. Napoli sembra mettersi sotto l'ombrello della bellezza e della tipicità, costruendo questa sfida perpetua tra chi la ama e chi la diffama, solo per non guardare la sua impreparazione alla sfida dell'innovazione, e il suo spaventoso immobilismo di fronte a potenzialità che si perdono nell'assenza di una visione. Paralizzata da una classe dirigente inesistente, da una borghesia autoreferenziale e chiusa, da un popolo con le ferite aperte e nessun dolore, perché anestetizzato ormai proprio dalla mozione dell'orgoglio, della bandiera alta, della bellezza invocata anche da chi ne è escluso; la città sembra ferma, stretta, incapace di articolare anche un dibattito con un senso compiuto. Sotto il corno, niente, insomma. Ma viviamo così, felici e inconsistenti, a girare per ristoranti, a fingere di discutere, discussioni che nessuno sente.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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