Dall'"Happy village" al bar che riapre dopo anni: perché le cooperative di comunità salveranno i piccoli borghi

Una "casa di riposo diffusa" sta nascendo a Fluminimaggiore con l'obiettivo di creare un indotto che dia posti di lavoro. E non è l'unico caso. "Le opportunità arrivano anche dal Pnrr", dice Legacoop. L'approfondimento

A Fluminimaggiore si discute in piazza dell'Happy Village
A Fluminimaggiore si discute in piazza dell'Happy Village

A Montemitro, borgo di 329 abitanti, preziosa enclave slava sulle colline molisane, la cooperativa di comunità "Rika" ha fatto rinascere il bar del paese, un luogo essenziale di socialità chiuso ormai da un anno. A San Leo, nell’Alta Valmarecchia riminese, l’iniziativa di "Fer-Menti Leontine" restituisce al paesino il suo storico forno: un "bene identitario", simbolo della sopravvivenza stessa del paese. Un infermiere di comunità che possa fare un prelievo o somministrare farmaci è uno degli obiettivi di cui si è fatto carico il progetto messo su a Sennariolo, piccolo centro del Nuorese colpito anch'esso, senza via di scampo, dal male di (quasi) tutto l'entroterra italiano: la desertificazione sociale ed economica.

Il fenomeno è noto: i servizi essenziali evaporano insieme ai giovani che cercano fortuna altrove. Quelli che restano si dividono le poche opportunità di lavoro, assistendo all'invecchiamento della popolazione e alla perdita culturale, certificata anno dopo anno da tutti gli indicatori demografici. Una vera catastrofe che cancella il futuro dei borghi e non sembra trovare soluzione. Almeno non dalle mani della politica e delle istituzioni. "La cooperativa di comunità prova ad arginare un processo andato già troppo in là", dice Marco Corrias, giornalista Mediaset in pensione e sindaco di Fluminimaggiore, piccolo comune del profondo Sulcis in Sardegna. Nell'area che un tempo era il fiore all'occhiello dell'industria mineraria nazionale - oggi una delle regioni più depresse d'Europa - sta nascendo "l'Happy Village", un progetto avvenieristico pensato dal 71enne, e creato da una cooperativa di comunità che conta già 365 soci, tra cui semplici cittadini, imprenditori, commercianti, associazioni e organismi pubblici, e che proietta nel futuro l'esistenza del borgo. 

Fluminimaggiore diventa l'Happy village

"L'Happy village vuole trasformare Fluminimaggiore in un luogo bello e accogliente nel quale i pensionati, anche provenienti da altre parti d'Europa, pensino di trascorrere gli ultimi anni della loro vita", dice il primo cittadino. Che spiega: "A breve saremo pronti a offrire casa e assistenza sanitaria, anche domiciliare, oltre a servizi quali pulizie, ristorazione, attività per il tempo libero. Insomma, pacchetti completi per la cura della persona", dice, descrivendo non senza entusiasmo una sorta di "casa di riposo diffusa". Attualmente la cooperativa ha acquisito 20 case vuote del paese, su un patrimonio immobiliare ipotetico di 400 unità, e le sta ristrutturando "secondo canoni di ecosostenibilità" per destinarle al progetto.

"Queste abitazioni vengono riattate a spese della cooperativa e dotate di tutti i comfort del caso. I proprietari che le hanno cedute, che sono soci, otterranno un canone d'affitto non appena il bene andrà a reddito", sostiene. Ovvero quando il progetto decollerà. Ma prima ci sono da attivare diversi servizi. Non ultimo la struttura sanitaria che faccia da trait d'union tra l'utente e l'ospedale più vicino. "Ci sono arrivate più di 300 email con altrettante manifestazioni di interesse e richieste di informazioni - spiega Corrias - e abbiamo più di un motivo per essere ottimisti".

Il fatto di godere per buona parte dell'anno di un bel clima e avere il mare a 8 chilometri di distanza, insieme a un sistema museale importante come quello minerario, nelle convinzioni del sindaco possono fare la differenza. "Noi vediamo un futuro nel quale la comunità prospera grazie alla Silver age economy, (che in inglese significa 'economia dell'età d'argento' ndr): vuol dire che ogni anziano che attratto da tutto questo viene a vivere qui, prendendo la residenza, investe 1200-1500 euro della sua pensione e poi, come extra, paga servizi che il territorio gli offre". Quali ad esempio "il servizio bus fino alla spiaggia, l'affitto dell'ombrellone e della sdraio, le attività del tempo libero: tutto intorno si creano nuove professionalità e posti posti di lavoro", dice ponendo un punto fermo. Perché poi, alla fine, l'obiettivo sta proprio lì: i piccoli centri non muoiono se c'è uno stipendio per i giovani.

L'elemento umano al centro di tutto

Le piccole comunità, depositarie della ricchezza culturale, in termini di saperi, tradizioni e conoscenze, sono un bene comune da difendere a tutti i costi. Ma, è la domanda, basterà il progetto di Fluminimaggiore e degli altri borghi "attivi" ad arrestare la forza centrifuga che estromette capitale umano e tradizioni millenarie? "Le cooperative di comunità nascono proprio per questo", sostiene Claudio Atzori, presidente di Legacoop Sardegna che segue diversi progetti in itinere nell'Isola. "Stiamo parlando di vere e proprie cooperative che hanno soci che versano una quota, ovvero le persone che vivono nel borgo, e che credono così di poter recuperare i servizi perduti o crearne di nuovi e necessari", aggiunge.

La cooperativa di comunità di Rika in Molise (foto Facebook)

Qui bisogna fare attenzione, perché l'elemento umano è posto davvero al centro di questo bellissimo progetto di innovazione sociale. "Per l'esperienza che abbiamo noi in tutta Italia - dice Atzori -, le cooperative di comunità funzionano solo se i cittadini ci credono. Prima di arrivare alla firma davanti al notaio c'è un lavoro da portare avanti fatto di incontri, studio della realtà locale e dei bisogni che si vorrebbero soddisfare. E' tutto molto serio", insiste. E allora se in un luogo si crea una produzione di pane e dolci, in un altro si pensa alla gestione delle foreste e al recupero di attività artigianali come quella del falegname, nella lungimirante Ollolai, piccolo centro della Barbagia, apre le sue porte un asilo nido di comunità.

Oppure, la cooperativa nasce intorno a una scelta di autoproduzione energetica. "Qua in Sardegna abbiamo alcuni esempi che si stanno concretizzando proprio in questi mesi: Arborea nell'Oristanese ed Elini in Ogliastra. Intorno a questi due centri - afferma Atzori - si formano due comunità di autoproduzione energetica, risorsa che viene generata, scambiata e i cui profitti possono venire reinvestiti in progetti sociali per la comunità".

Le opportunità del Pnrr per i borghi

E' un tipico caso di società che galoppa rispetto a una classe politica che va al trotto. Per non dire che sta ferma a guardare. "La legislazione in materia è insufficente, almeno in Sardegna. Sono ancora fermi i 300 mila euro messi a bilancio nel 2019 e mai stanziati", dice con amarezza. A dare sostegno ai casi meritevoli allora ci pensa il Fondo mutualistico di Legacoop che sta già finanziando, a tassi agevolati, diversi progetti di comunità. "Se l'idea si regge e funziona, noi ci mettiamo i soldi e aiutiamo a trovarne altri", assicura Atzori. E il momento non è mai stato così fecondo, sostiene. "Si pensi al Pnrr sui piccoli borghi: ad ora sono giunte poche proposte e solo su piccole cose. Ci fosse un tavolo comune di confronto pubblico-privato - e la cooperativa è proprio l'esempio di pubblico-privato che funziona e coopera -, le risorse, spesso 100% a fondo perduto, fluiscono senza ostacoli", sostiene.

Ma una cosa deve essere chiara: le cooperative di comunità devono funzionare anche nei numeri. "I servizi attivati si devono reggere e questo avviene se rispondono a un bisogno reale", dice Matteo Lecis Cocco-Ortu che insieme alla sua società Sardarch si occupa di accompagnare la nascita della cooperativa di comunità di Ortueri. "Nel nostro caso infatti, insieme al Comune e a Confcooperative, si sta lavorando allo statuto e chiudendo il business plan: noi supportiamo questa fase". E niente sembra lasciato al caso. "Le produzioni agroalimentari da recuperare per arrestare la perdita di conoscenza e delle tradizioni, la possibilità di accoglienza e la valorizzazione del 'Parco dell'asino sardo', nel quale magari realizzare attività socio rieducative, in collaborazione con l'Università di Sassari", sono l'obiettivo. Il percorso avviato raggiungerà lo scopo? "Il progetto è visto dalla comunità come un'opportunità per arginare il calo demografico - spiega ancora Lecis -. Il gruppo è molto giovane, diverse ragazze e ragazzi. Ma, e non è un caso, alle riunioni partecipano anche gli anziani, che sostengono la causa di un futuro ancora nel paese per i loro figli". 

Confronto tra generazioni a Ortueri (foto Facebook)