Uno spettacolo contro il flagello del gioco d’azzardo, Don Cannavera: "Non si lucra sulla pelle degli altri”

“Gran Casinò”: un appuntamento per sollevare il velo sul dramma della ludopatia e denunciare una tragedia italiana: 110 miliardi spesi nel 2019 a fronte dei 26 del 2005 con vite spezzate, famiglie distrutte ed enormi costi sociali. E ci guadagnano solo in pochi. Giovedì, comunità La Collina, a pochi passi da Cagliari

Iniziativa contro il gioco d'azzardo. A lato don Ettore Cannavera
Iniziativa contro il gioco d'azzardo. A lato don Ettore Cannavera
di Ignazio Dessì   Facebook: I. Dessì   Twitter:   

Capita spesso, entrando in certi bar o tabacchini, di vedere donne e uomini di ogni età lottare con le slot machine. Molte di quelle persone mettono a rischio  i loro stipendi o le loro pensioni per inseguire i favori della Dea bendata, e non di rado vanno incontro alla rovina. Un fenomeno sempre più preoccupante, purtroppo. Si calcola che in Italia il fatturato del gioco d’azzardo legale sia passato dai 26 miliardi di euro del 2005 agli oltre 110 miliardi dello scorso anno. Per questo Papa Francesco l’ha definito un vero cancro sociale, capace di lasciarsi dietro vite spezzate, famiglie distrutte, terribili dipendenze ed enormi costi sociali.

Per sollevare il velo sul grave problema, per dire no al gioco d’azzardo, la comunità La Collina fondata da don Ettore Cannavera (sede a Serdiana, nell’hinterland di Cagliari) ha messo in programma per il 20 febbraio un’opera teatrale che ha riscosso parecchio successo nel nostro Paese, tanto da essere stata rappresentata anche alla Camera dei deputati. “Gran Casinò, storie di chi gioca sulla pelle degli altri”, della compagnia Itineraria teatro, è infatti un urlo potente contro la devastazione prodotta dal gioco d’azzardo e contribuisce a creare la consapevolezza dei pericoli enormi di questo business perverso gestito dalle lobby del gioco e dalla malavita, come ribadisce il sacerdote-filosofo, noto per l’impegno nell’ambito sociale e attivo nel recupero dei giovani carcerati.

E’ importante parlare dell’argomento, perché questa attività sta avendo negli ultimi anni un tragico sviluppo. “Prima era contenuta – spiega don Cannavera -  ma a 26 anni di distanza dalla sua legalizzazione del 1994 è esplosa nel nostro Paese, tanto da proiettarci al  quarto posto tra le nazioni con il maggior numero di coinvolgimenti, dopo gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone". Una realtà davvero allarmante, resa ancor più evidente  da quegli oltre 110 miliardi di euro spesi nel 2019 dagli italiani per il gioco - come denuncia Avvenire - a fronte dei 26 miliardi del 2005.

Il gioco d'azzardo è un cancro sociale

E la situazione è resa agghiacciante da un ulteriore dato: noi italiani siamo solo l’1 per cento della popolazione mondiale, ma rappresentiamo il 23 per cento del mercato globale del discutibile settore. Insomma “quasi un quarto dell’intero mercato mondiale è nel nostro Paese”, sottolinea don Ettore, invitando tutti a riflettere sull’inquietante realtà e le sue conseguenze. In primo luogo quella della ludopatia.

“Mi è capitato di intervenire in diversi casi per fornire aiuto a persone disperate – racconta il religioso e sociologo – Per fortuna adesso anche chi sviluppa dipendenza dal gioco d’azzardo può andare in una comunità terapeutica, non solo chi è dipendente da sostanze. La mia non si occupa specificamente di questo tipo di persone, ma quelle che hanno bisogno attualmente le indirizzo alla comunità di don Salvatore Morittu con cui abbiamo un rapporto di proficua collaborazione. Noi infatti ospitiamo prevalentemente ragazzi che hanno commesso reati e vengono qui per un percorso di recupero attraverso il lavoro, da svolgere all’interno delle nostre strutture o all’esterno”.

E’ molto importante che il Pontefice abbia posto il dito nella piaga del gioco d’azzardo definendola “un flagello sociale al pari del narcotraffico”, e ponendo davanti alle loro responsabilità i cittadini, l’opinione pubblica e soprattutto  chi ha il potere di decidere, come i componenti della classe politica.

Da più parti si leva a gran voce la richiesta di regolamentare duramente il fenomeno, imponendo dei limiti all’offerta del gioco, ma non è semplice. “A guardare la composizione delle commissioni chiamate a stabilire le regole si ha l’impressione che taluni politici si lascino coinvolgere – fa notare Don Cannavera – ed ex politici vengano assoldati dalle concessionarie di quei giochi. Dietro, del resto, ci sono interessi enormi. Con costi altissimi per la società, tanto da poter fare un parallelismo con la droga: se da una parte lo Stato ci guadagna qualcosa, dall’altra spende molto di più per recuperare le persone coinvolte e limitare i danni. In realtà il gioco d’azzardo fa incassare un sacco di soldi solo a chi gestisce il business. Lo Stato alla fine  deve intervenire per curare i cittadini, farli entrare nelle comunità terapeutiche e sostenerne i costi. Così da una parte guadagna 10 e poi dall’altra spende 20 per recuperare quelli che ci cascano. Anche per questo parliamo di  un terribile cancro per la società, di un business ad ogni costo dove alcuni guadagnano tanto ed altri ci rimettono l’esistenza.

La Collina, comunità di recupero

Un male difficile da estirpare, perché sorretto da un giro di interessi potente e complesso, per battere il quale serve anche una battaglia culturale e informativa. Ed occorre far comprendere, tra le altre cose, che il valore del denaro non può essere slegato da quello del lavoro. Un po’ il concetto base della comunità fondata e diretta da don Cannavera.

“Qui i ragazzi lavorano nell’azienda agricola, nella vigna, nell’ulivetto e nell’orto e imparano che il denaro guadagnato ha un sapore diverso da quello rubato e non va sprecato col gioco d’azzardo. Con il loro guadagno i miei ragazzi si vestono, mettono soldi da parte e destinano una quota alla cassa comune per mangiare e pagare le bollette. Da questo punto di vista La Collina è una comunità impostata diversamente da altre. I soldi della Regione a noi servono solo per retribuire gli operatori che seguono i giovani ospiti. E ciò consente anche rilevanti risparmi sociali. Basti pensare che una comunità come la nostra, con 12 ospiti, riceve dalla regione 200mila euro all’anno con cui paghiamo 5 operatori. Il carcere minorile di Quartucciu, per lo stesso numero di ragazzi, costa invece allo stato 2 milioni di euro all’anno, perché giustamente ha bisogno di 40 poliziotti penitenziari, 5 operatori e 3 psicologi. Per il sistema carcerario intervenire nel settore è dunque molto più dispendioso. Il nostro fare comunità invece consente di recuperare i giovani tramite il lavoro”.

Chi ha sbagliato qui si sente responsabilizzato, trova soddisfazione e vede la vita con nuovi occhi. “Come quel ragazzo che avevamo inserito in un grande albergo della Costa Sud della Sardegna – racconta don Ettore con malcelato orgoglio – e che un giorno mi raccomandò di conservargli bene i suoi 1.100 euro di stipendio. ‘Don Ettore, mi disse, io prima 1.100 euro li buttavo in due giorni comprando cazzate. Ora quei soldi per me sono preziosi’. Ecco – insiste l'educatore - il danaro sudato ha un grande significato. Quello rubato o guadagnato spacciando droga o col gioco d’azzardo non ha lo stesso significato. Noi insegniamo anche questo”.

La ludopatia è un dramma (Ansa)

E’ fondamentale allora far capire a tutti il messaggio, anche a quelli che in questo periodo di crisi economica pensano di risolvere i loro gravi problemi con una improbabile vincita al gioco.

E’ emblematico, da questo punto di vista, che proprio regioni particolarmente contrassegnate dalla crisi, come l’Abruzzo e la Campania – stando a quanto denuncia l’Avvenire - siano ai vertici della classifica di quelle dove si gioca di più. Nelle loro province si giungerebbe al record di 2.000 euro a persona di spesa annua. Mentre a livello nazionale l’importo sarebbe di 1.830 euro medi procapite all’anno, circa 152 euro al mese a persona.

“Mi fa pensare alla nonna che dice al nipotino ‘grattalo tu il grattaevinci perché hai la manina fortunata’ - dice il fondatore della comunità - La speranza insomma è di risolvere tutto col gioco, sperando di arricchirsi. Ma purtroppo quasi sempre il risultato è un altro. Mi è capitato di seguire una persona che si era giocata tutti i suoi beni, perché scommetteva ossessivamente nella speranza di rifarsi di quanto aveva perso. Fino a quando è finita nella disperazione”. Purtroppo a volte uno è povero e si impoverisce ulteriormente. Ci casca sempre di più inseguendo la fortuna. Ma l’unica fortuna certa, nel gioco d’azzardo, è quella delle gente che sui drammi specula. Per questo siamo davvero di fronte a un flagello da arginare in tutti i modi.

La tabella della spesa per Regione (Fonte Avvenire)

Senza tacere  il fatto che anche lo Stato  ci guadagna ed incamera soldi preziosi per le proprie casse. Cosa che non impedisce di pensare almeno a una seria regolamentazione del settore. Anche se il rivoluzionario sacerdote non ha dubbi su quanto andrebbe fatto, se solo fosse possibile. “Io lo abolirei addirittura – dice con convinzione don Cannavera del gioco d’azzardo – perché in definitiva rappresenta una grande iniquità. Lo Stato infatti non tiene conto delle vittime che ci sono. E inoltre, come si diceva, guadagna 10 ma deve spendere il doppio per curare chi cade nell’abisso. Recuperare le vittime della ludopatia, come quelle della droga,  infatti costa, e lo Stato spende per questo cifre enormi. Quindi ai cittadini non conviene che il gioco d’azzardo continui a fiorire. Al massimo può servire a qualcuno per tenere sotto controllo la gente e non  avere problemi, a spegnere in qualche modo l’istinto rivoluzionario e la naturale richiesta di cambiamento, a evitare che molti diventino persone in grado di disturbare il manovratore”.

E allora? “Allora, secondo me, serve una legge per abolire il giocattolo di ‘chi gioca sulla pelle della gente’ – sostiene don Ettore - perché il gioco d’azzardo non dovrebbe esistere. E’ una cosa negativa in tutti i sensi. Magari all’inizio si potrebbe regolamentare, ma sempre di più, in maniera che venga alla fine fatto sparire. Se è un flagello, un cancro sociale, allora bisogna estirparlo”.

Per questo il 20 febbraio, giovedì, c’è la possibilità di assistere a uno spettacolo importante. Segniamocelo: Gran Casinò, per dire no al gioco d'azzardo, anche a quello legalizzato. Presso la comunità La Collina di Serdiana, a due passi da Cagliari. Un evento da non perdere, godibile, duro come un pugno allo stomaco, capace di informare e far riflettere. Con possibilità di dialogare e condividere opinioni.

Il costo della serata è di € 12,00 per gli adulti e € 6,00 per gli studenti

I biglietti possono essere acquistati direttamente  presso la comunità La Collina, località S'Otta snc, a Serdiana (Tel. 070 743923).

 

Per maggiori info e prevendita:

COMUNITA' LA COLLINA, Località S'Otta snc, Serdiana - Tel. 070 743923

OSCAR ROMEO APS - Via Einaudi 26, Cagliari - Tel. 0704671512

PAOLO LAUDICINA - Località Camp'è Luas, Uta - Tel. 335374961

MAMOPIZZA, Via del pozzetto 9b, Cagliari