[La polemica] La confessione di Sgarbi sulla sua pensione senza lavorare dimostra quanto sia importante “Quota 100”

Mezzo secolo di contributi, in maggior parte figurativi: 51 anni di cui quattro riscattati con la laurea, 1 ottenuto per la specializzazione, 26 di distacchi vari tra parlamento, sindacature e mandati da assessore, dei beni culturali con tanto di condanna (subita) e vertenza al tribunale del lavoro (vinta). A 67 anni Sgarbi gode di 51 anni di contributi con se lavorasse da 16, mentre dal 1992 è quasi ininterrottamente nelle istituzioni

Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi

Anche “Quota Sgarbi” ci parla di “Quota cento”. Adesso molti insultano Vittorio Sgarbi, per il suo “outing previdenziale” su Panorama, ma ovviamente sbagliano direzione: invece di protestare dovrebbero dargli una medaglia. Vittorio - nell’intervista che gli ho estorto -ha raccontato con molta sincerità della sua carriera di neo-pensionato, fatta di mezzo secolo di contributi, in maggior parte figurativi: 51 anni di cui quattro riscattati con la laurea, 1 ottenuto per la specializzazione, 26 di distacchi vari tra parlamento, sindacature e mandati da assessore, diavolo dei beni culturali con tanto di condanna (subita) e vertenza al tribunale del lavoro (vinta). A 67 anni gode di 51 anni di contributi con se lavorasse da 16, mentre dal 1992 è quasi ininterrottamente nelle istituzioni.

I pazzi guardano la luna e non il dito, si fanno prendere da un ridicolo moto di rabbia vendicativa “ad personam”, e non capiscono che Sgarbi - che va in pensione a 67 anni, con la Fornero - per il suo gusto dissacratorio ha rivelato la fortuna che altri avrebbero tenuto nascosta, pur di poterne goderne in privato, lontano da occhi indiscreti. Il critico d’arte più famoso d’Italia aggiunge anche che lui vuole lavorare fino alla morte, e che preferirebbe una legge che consentisse a chi vuole restare in attività di farlo e a chi non può più continuare di ritirarsi. Si è - per così dire - autodenunciato. Ed è esattamente questo il punto: che la sua storia ci rivela ancora una volta come la Fornero si una gabbia molto stretta, una autostrada senza uscite, dove solo pochi privilegiati possono andarsene prima.

Tutto il dibattito ruota intorno a questo nodo: Quota Cento, con tutti i suoi limiti e i suoi vincoli, sta suscitando la rabbia e l’ostilità della Commissione europea non per il suo costo ma per il suo primo effetto. Perché è un primo passo per rompere la camicia di forza che dal 2011 tiene bloccate le vite di tanti italiani che hanno dato molto al paese. Più semplicemente: Quota Cento aggiunge dei Caselli all’autostrada che fino a ieri non consentiva deragliamenti. Sei un 62enne che è rimasto intrappolato nel sistema? Puoi uscire al casello del cumulo, se hai anzianità di servizio e requisito anagrafico.

Paghi un pedaggio, certo. Ma intanto, se sei - per esempio - un agente di commercio o un operaio del nord che lavorano dal 1980 e hanno 38 anni di contributi puoi andare in pensione subito perché ai 38 anni di contributi (oppure se ne hai 63 e 37, e così via) invece che restare in attività fino a 67. Sei un lavoratore anziano che sta chiuso nel limbo più devastante, quello di chi dopo essere stato espulso non lavora più, e non riesce ad andare in pensione ancora? Puoi tirartene fuori. Prendendo un assegno ridotto, certo, che però è meglio che niente. Il punto di forza di questa proposta (immaginata come Quota 95 dall’ex ministro del centrosinistra Cesare Damiano) è che il criterio di scelta è quello della libertà dell’individuo, non il vincolo esterno di norme troppo strette, non l’asticella sempre più alta del requisito anagrafico.

Quindi, al contrario di coloro che sono contro questo provvedimento perché lo propone il governo (ad esempio il Pd), io credo che si dovrebbe essere favorevoli a questo provvedimento anche se non si hanno simpatie per il governo. Se non altro perché risolve, con poca spesa, un grande problema sociale. Basti pensare che le salvaguardie per rimediare i danni più gravi della Fornero (le grandi famiglie di esodati) sono costate in questi anni qualcosa come dieci miliardi mentre per finanziare tutta questa misura, che suscita tanta rabbia e tanta ostilità in Moscovici sono stati messi a bilancio sette miliardi l’anno.

Un importo quando ridicolo, rispetto ai problemi che risolve. E soprattutto ai posto di lavoro che libera. Qualcuno dice: ma non ci sarà un nuovo assunto per ogni nuovo pensionato. Pazienza. Ma quelli che si creeranno perché si risolve un problema saranno comunque utili. Qualcuno prova a dare il furbo e dice: ma questi nei pensionati fanno danno ai giovani che la pensione non la vedranno. Ragionamento singolare: solo difendendo le pensioni di oggi si può pensare di tutelare anche quelle di domani: di sicuro non il contrario.

“Quota Sgarbi”, quindi non è una follia, o un gesto di arroganza: è il paradosso di un sistema che con alcuni è ferocissimo, e con altri molto magnanimo. Il sibilo di un sistema molto ingiusto. Dice Sgarbi che è un sistema che non può funzionare. E in questo ha sicuramente ragione. Avrebbe potuto godersi questa pensione di poco meno di 3000 euro (lui dice che per vivere spende 30mila euro al mese) e attendere, con altrettanta discrezione, l’arrivo del vitalizio da parlamentare, che appena cesserà di essere eletto si cumulerà a questo importo. Ha scelto invece di tirare un sasso nello stagno, di raccontare tutto. Pensate che sia il solo? Ovviamente non è così, e il suo caso è solo la punta dell’iceberg. Non prendetevela con lui, che è la cosa più facile e stupida, prendetevela con i tanti che hanno superpensioni bel più generose (con i 3mila euro di Sgarbi ci fanno le mance) e poi sono i primi a predicare il rigore per gli altri.