Bossetti, condannato all'ergastolo per un atto di fede. Per questo la giuria si è spaccata

Giusta o sbagliata questa seconda condanna si regge su di un atto di fede: su un esame, cioè, che è stato compiuto solo nei laboratori dei Ris, in fase investigativa, che è stato compiuto in condizioni di non garanzia, che non è stato filmato, che secondo l'accusa non è addirittura più ripetibile perché il campione è stato esaurito durante le indagini

Bossetti, condannato all'ergastolo per un atto di fede. Per questo la giuria si è spaccata

Come si spiega la contraddizione tra l'apparente verdetto-fotocopia tra il primo e il secondo grado del processo Yara, e l'incredibile spaccatura nella giuria, con quindici lunghe ore di camera di consiglio prima di arrivare alla sentenza?

Che significato ha una discussione così prolungata per partorire una sentenza che, apparentemente, è identica alla prima?  Semplice. Perché i dubbi emersi nel processo di primo grado sono stati ancora di più ingigantiti dal processo di secondo grado. E perché la richiesta forte della difesa, e dell'imputato - quella elementare di poter ripetere il test del DNA sul testo del campione conservato - avrebbe messo in crisi l'impianto accusatorio di tutto il processo.

Giusta o sbagliata, infatti, questa condanna si regge su di un atto di fede: su un esame, cioè, che è stato compiuto solo nei laboratori dei Ris, in fase investigativa, che è stato compiuto in condizioni di non garanzia, che non è stato filmato, che secondo l'accusa non è addirittura più ripetibile perché il campione è stato esaurito durante le indagini. Anche questo è un bel paradosso: tra il primo e il secondo grado, infatti, malgrado la durezza delle due condanne all'ergastolo, si sono via via sgretolate tutte le prove indiziarie che servivano da sostegno all'accusa. È saltata la ricostruzione dei tempi ipotizzati dagli inquirenti. È diventata quasi incredibile la mancanza di un movente che l'accusa non ha mai definito.

Sono entrate in crisi le ipotesi investigative sui furgoni e sulle microsfere che i Ris sostenevano di aver ritrovato sui sedili. Non era stata mai trovata una sola prova della relazione e della conoscenza tra Yara e il muratore di Mapello. Ed ecco perché di fronte a questo quadro di contorno incerto e fumoso la divisione tra i giudici, popolari e togati, riguardava la richiesta numero uno messa in campo dai legali di Bossetti: la superperizia sul Dna. "Concedetemi la superperizia - aveva chiesto Bossetti nella sua ultima autodifesa- così posso dimostrare con certezza la mia estraneità ai fatti. Non posso essere condannato con un Dna anomalo, strampalato, dubbioso".

E qui iniziano tutti i problemi dell'accusa: i due campioni riconoscibili del cosiddetto Ignoto Uno - come ormai è noto - appartengono a due frammenti della mutandina di Yara: il famoso g20, quello su cui si trovava la percentuale più alta (in proporzione) di Dna, e un altro campione ritrovato sull'elastico. Ripetere la perizia su tutto il reperto - questo era il timore dell'accusa - avrebbe potuto dare un esito negativo: visto che questi due frammenti erano andati esauriti per i tanti test condotti dagli inquirenti, il rischio era che non si trovasse più alcuna traccia di ignoto numero uno. 

Nei giorni dell'arringa, la difesa aveva avuto buon gioco a dimostrare, con delle slides dedicate campione per campione, con meticolosa precisione, tutte le anomalie nella raccolta delle tracce. In alcuni casi l'analisi era avvenuta con kit scaduti, in altri dopo la presenza di fattori contaminanti, in altri ancora con   Intensità e quantità di fluido non abbastanza intensa. 

Il genetista della difesa, Marzio Capra, non ha avuto difficoltà a dimostrare tutte queste approssimazioni, carte alla mano, risalendo ai ferogrammi, cioè ai tracciati originali degli esami. Ma non c'è stato nulla da fare. Mettere in discussione il DNA avrebbe significato togliere anche l'ultimo tassello di una costruzione accusatoria traballante e approssimata. Il processo era iniziato con l'accusa impegnata a sostenere che i tabulati provavano in maniera certa la presenza di Bossetti a Brembate (e il dibattimento ha dimostrato che data quella cella poteva il muratore poteva essere anche a casa sua), l'accusa diceva che il furgone era indubitabilmente quello di Bossetti (e la difesa ha dimostrato che non era vero), il Pm ha cercato in ogni modo di sostenere che non c'erano dubbi sul DNA, ma dalla stessa perizia dell'accusa è risultato che il DNA mitocondriale di Ignoro numero non corrisponde a quello di Bossetti.

Nel secondo grado avevano preso corpo tutti i dubbi già prodotti dalla perizia sul cadavere, sul luogo di conservazione del corpo. La testimonianza meticolosa e sicura del papà di una compagna di Yara - il signor Francese, l'ultimo che ha visto la ragazza viva - aveva spostato almeno alle 18.42 l'orario di uscita della ragazza dalla palestra. E in questo incontro Yara era ancora dentro i locali del centro sportivo di Brembate.

Ma questa datazione accorciava tutti i tempi immaginato dall'accusa. Bossetti avrebbe dovuto prelevare Yara (che secondo gli inquirenti non ha opposto resistenza) correre fino a Chignolo, martirizzarla, trascinarla in mezzo al campo, abbandonarla li agonizzante, e poi tornare indietro a tempo di record. Perché? Non precisare il movente per l'accusa è l'unico modo per non esporsi su un tema cruciale su cui non aveva trovato nessun riscontro: Yara e Bossetti si conoscevano? Bossetti aveva un movente sessuale? Esisteva una relazione tra i due? 

L'unica cosa certa emersa dal dibattimento è che la ragazza aveva mangiato a casa, il giorno della scomparsa, non aveva cominciato con nessuno, non aveva mandato messaggi o sms (lo dicono le stesse perizie dell'accusa), non aveva comunicato sui social network. A parte Madre e sorella - dunque - non solo Bossetti, ma nessun altro, sapeva che la ragazza sarebbe andata in palestra a portare il suo stereo per le prove di un saggio di danza. Ma allora perché un quarantenne come Bossetti, la cui vita è stata passata ai raggi X, senza nessun precedente di reati sessuali, che conduceva una vita apparentemente regolare e noiosa, che non risponde a nessun profilo criminale conosciuto, avrebbe dovuto rapire la ragazza? Non indicare un movente e una dinamica di delitto ha permesso di non rispondere a questa domanda che avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza e non un dettaglio del processo. 

Ecco perché, arrivati all'ultimo nodo del DNA i giurati  evidentemente sono stati presi dal dubbio. Tra i giudici - otto, due togati e sei popolari - erano molte le domande senza risposta. La superperizia, dunque. Necessaria per la difesa, inutile per il procuratore generale Marco Martani (accusa) è diventata il terreno di scontro su cui sono precipitati tutti i dubbi sulle indagini che - come è noto - erano iniziate con l'arresto di un muratore Mohammed Fikri, che poi è stato prosciolto è considerato estraneo ai fatti. 

La vicenda di Bossetti, però, non riguarda Bossetti. Riguarda i diritti di tutti noi: è la prima indagine in cui ci si fonda quasi esclusivamente sul DNA, la prima in cui si nega alla difesa persino l'accesso ai reperti. Pone un problema di diritti e di garanzie, perché in ogni caso è destinata a fare scuola: ecco perché - vedi Perugia - bisogna attendere la Cassazione per capire se sulla sentenza di ergastolo verrà davvero scritta la parola fine.