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[La storia] Il senzatetto dal cuore d’oro: “Metà delle elemosine per me, metà per i bimbi dell’Africa”

E' ungherese ed ha 52 anni. Da 21 anni è in Italia dove dorme per strada e vive della carità della gente. Otto però è un clochard speciale: metà di quanto raccoglie lo destina alla beneficenza. "Lo dono a chi sta peggio di me”, spiega

Ignazio Dessìdi I. Dessì   
Un clochard (Ansa)
Un clochard (Ansa)

Ventun anni fa ha imboccato il bivio che conduce alla vita di strada, quella dei clochard. Otto Kovacs, 52 anni, di origine ungherese, una volta aveva un lavoro nella sua terra. Dopo aver preso un diploma da tecnico tornitore ha lavorato prima come facchino in un centro commerciale e poi come manovale in tipografia, fino a diventare correttore di bozze. Infine ha fatto il controllore sui treni regionali. Ad un certo punto però quella esistenza regolare non ha ha retto più. Qualcosa è crollato. Otto ha lasciato il suo Paese ed è venuto in Italia dove ha iniziato la sua vita di senza tetto. Ogni giorno a Roma raccoglie il frutto del buon cuore di chi gli passa accanto, e quei pochi soldi gli bastano per mangiare e sopravvivere. Ma non solo: metà di quel denaro Otto lo destina a una Onlus. “Tengo solo il necessario e il resto lo dono alla Associazione Venite e Vedrete”, spiega su Repubblica che ne racconta la singolare storia.

L'insolito senzatetto

Quella Onlus retta da Federico Santi, professore a La Sapienza, e da sua moglie Francesca Chinappi, insegnante, ha sede a Santa Marinella (Roma) e sostiene le missioni in Tanzania e Brasile.

I due ricordano ancora quando quell’insolito senzatetto, divenuto ora la mascotte del centro, si presentò con in mano una busta piena di monete per fare la sua donazione. Non era mai capitato, nella storia della onlus, che si verificasse una cosa simile. E quell'impegno è sempre continuato puntualmente. Da allora Otto avrebbe donato, in circa 5 anni, qualcosa come 2.245 euro. “Soldi che sono andati interamente a uno dei centri per l’infanzia, gestito dalle suore Carmelitane, che abbiamo in Tanzania e Malawi”, spiegano i responsabili della Ong.

Mani che chiedono l'elemosina

La scelta

Finire sulla strada è stata una scelta, almeno stando a quanto dice l'interessato. “Il lavoro non mi dava più soddisfazione – racconta Kovacs – e i soldi non bastavano mai”. Ma la verità completa la conosce solo lui.

Figlio di un minatore, mamma casalinga e una sorella, Otto Kovacs lascia la sua città natale, Székesfehérvar, all’età di 31 anni. “Non volevo più avere pensieri, poi mi scontravo ogni giorno con mio padre che non apprezzava mai il mio lavoro”. Anche da lì quella scelta estrema: “Tutto mi sembrava inutile e davanti a me non riuscivo più a vedere un futuro”.

L'incontro con Sara

Appena giunto nel nostro Paese gira parecchio, dal Nord al Meridione. Una vita tirata all’estremo, tra alcol e slot machine. Una vita in discesa, forse verso l’autodistruzione. Poi un bel giorno nella Capitale incontra una volontaria di Venite e Vedrete: Sara. Siamo nel 2013 e la giovane gli procura cibo, coperte e, soprattutto, gli offre la cosa più preziosa: il calore  umano. Otto viene colpito profondamente dalla solidarietà e dall’affetto trovati all’interno della Ong, così decide di chiudere con l’alcol e con il gioco alle slot e fare qualcosa per sdebitarsi. “Ho cercato un modo concreto per ricambiare l’affetto che ogni giorno ricevevo  - afferma – Sara è stata il tramite per conoscere quell’associazione”, poi è arrivato tutto il resto. Certamente è stato un incontro provvidenziale. Per questo oggi Otto è un clochard ma anche un filantropo. Sicuramente un uomo dal cuore d'oro. Tanto da rinunciare a metà di quanto riesce a racimolare per donarlo al prossimo.

Oggi ha trovato un suo equilibrio cercando di fare, secondo le sue possibilità, del bene a chi ha bisogno e sta peggio di lui. Forse una goccia nel mare, un’azione piccola ma dal significato grandissimo che brilla nel cielo scuro di una società spesso dedita all’indifferenza, dove a volte è vero che chi ha poco si preoccupa del prossimo molto più di chi avrebbe ben altre possibilità.

 

Ignazio Dessìdi I. Dessì   

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