Marco Travaglio: “Grande clamore mediatico per papà Di Maio, poco per la trattativa Stato Mafia”

Duro intervento del direttore del Fatto a proposito dell'uso dell’informazione in Italia che utilizzerebbe due pesi e due misure.“Dalla saga Spelacchio alla sitcom Casa Di Maio – osserva Travaglio - quella che chiamiamo informazione non ha più nulla a che vedere col diritto dovere di informare. Chi usa il nulla per attaccare chi ha il torto di aver vinto le elezioni denigra se stesso e la categoria"

Marco Travaglio
Marco Travaglio
TiscaliNews

Sono toni molto duri quelli che Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, riserva oggi al ruolo dell’informazione in Italia. Il ragionamento parte dalla considerazione di quanti “articoli di giornale, servizi Tg e dibattiti da talk show e social sono stati dedicati al padre di Di Maio” e quanti invece a un fatto della rilevanza della “sentenza sulla trattativa Stato-mafia”.

Per il noto giornalista “da una parte abbiamo tre o quattro operai in nero, tre o quattro abusi edilizi, una betoniera, una carriola e un mucchietto di mattoni abbandonati nella micro-ditta dei genitori di Di Maio (che per ora non risulta aver fatto un bel nulla). Dall’altra abbiamo la Corte d’Assise di Palermo che condanna penalmente Marcello Dell’Utri, inventore di FI (partito che ha dominato la scena politica dal 1994 all’altro ieri), e i massimi vertici del Ros dei Carabinieri del 1992-’96, per aver aiutato gli stragisti di Cosa nostra a ricattare lo Stato a suon di stragi…”.

Travaglio scrive che “molti altissimi rappresentanti delle istituzioni mentirono o dimenticarono per anni il proprio ruolo in quel turpe negoziato, ostacolando l’accertamento della verità”. Ricorda inoltre che “mentre B. era al governo Dell’Utri riceveva nella sua villa a Como il boss Mangano e gli spifferava in anteprima le leggi pro mafia” e che “senza la trattativa Ros-Ciancimino-Riina-Provenzano, non ci sarebbe stata la ‘accelerazione’ che indusse Cosa Nostra a sterminare Borsellino e la sua scorta appena 57 giorni dopo aver assassinato Falcone, la moglie e la scorta”.

Il direttore del quotidiano mette in risalto come i giudici abbiano scritto che “senza la trattativa le stragi mafiose si sarebbero interrotte con l’arresto di Riina…" e quindi in definitiva "fu la trattativa a causare gli eccidi del ’93 a Roma, Firenze e Milano (10 morti e 30 feriti)".

Eppure “da due settimane il caso Di Maio (padre) occupa le prime pagine dei quotidiani, le homepage dei loro siti, i titolo dei tg, i dibattiti nei talk e sui social, i discorsi nei bar. Invece all’agghiacciante sentenza Trattativa, che chiude in primo grado uno dei processi più cruciali dell’ultimo cinquantennio…giornali e tg hanno dedicato un paio di servizi il primo giorno, e nemmeno fra i principali, poi il silenzio. Zero dibattiti, approfondimenti, inseguimenti modello Iene. Zero domande e dunque zero risposte…”

Notevole la differenza con quanto capitato a Di Maio, “intervistato quattro volte da Le Iene” che “bene ha fatto a rispondere e non  fuggire dal retro come facevano quelli di prima, o seppellirli sotto valanghe di cause civili o minacciare di spezzargli le gambe…”

E, sempre ad avviso di Travaglio, “bene ha fatto suo padre ad ammettere le sue colpe e mettersi a disposizione delle autorità…”. Il giornalista si chiede se sia “normale” che così poco abbiano fatto i media per approfondire la vicenda sui presunti rapporti Stato-mafia. Che “nessuno abbia mai dovuto spiegare o discolparsi per fatti lievemente più gravi di una vasca posticcia, tre ruderi e quattro laterizi?. Quale devastazione intellettuale…ha ridotto l’informazione in questo stato?”.

Travaglio osserva che può dirsi  probabilmente che le 5.252 pagine della sentenza Trattativa non le ha lette nessuno. Annuncia che verrà “pubblicata una sintesi di un decimo nel libro Padrini fondatori” curato da lui e Marco Lillo”, (edizioni Paperfirst) ma mette in chiaro che “sappiamo tutti che non è questo il punto”. La verità, a suo giudizio, è che “dalla saga Spelacchio alla sitcom Casa Di Maio, quella che chiamiamo informazione non ha più nulla a che vedere col diritto dovere di informare. Quanti pensano di usare il nulla per gettare discredito su chi ha l’unico torto di aver vinto le elezioni, non si accorgono che stanno sputtanando se stessi e l’intera categoria”.