Fotografie, ossa e frammenti di stoffa: così la patologa restituisce identità ai migranti morti in mare

Cristina Cattaneo lavora dal 2013 alla catalogazione dei reperti dei migranti morti nel Mediterraneo. A lei si rivolge chi cerca le tracce di un figlio o di un amico svanito nel nulla

Fotografie, ossa e frammenti di stoffa: così la patologa restituisce identità ai migranti morti in mare

Si chiama Cristina Cattaneo e dal 2013 analizza ossa, vestiti, effetti personali per risalire all'identità di chi, attraversando il Mediterraneo in cerca di un'altra opportunità, ha perso la vita. Sono 40 mila le persone morte nel tentativo di arrivare in Europa dal 2000 a oggi secondo l'Organizzazione mondiale per le migrazioni. E di una piccola parte di questi si è già ottenuto un nome e una provenienza certa. Cattaneo è docente di Medicina legale all'Università degli studi di Milano ed è la direttrice del Labonof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense. Da anni ormai la sua attività principale  è quella rivolta a restituire un'identità alle migliaia di morti del mare. Quelli a cui nessuno pensa e che rischiano di cadere nell'oblio.

Eppure da quando il gruppo di ricerca è stato costituito - l'anatomopatologa oltre che docente è stata anche perita dei Tribunale in alcuni casi noti alle cronache, quali quello di Yara Gambirasio e Serena Mollicone - a Cattaneo e ai suoi collaboratori si rivolgono persone provenienti da ogni parte d'Europa. Parenti o amici in attesa un congiunto o conoscente e di cui da anni hanno perso le tracce. Grazie a questo alacre lavoro un database è a disposizione per raccogliere dettagli di vite che non ci sono più.

Giovani e giovanissime vite

I reperti parlano quasi sempre di giovani e giovanissime vite, come le 1000 circa perite nel naufragio avvenuto nel Canale di Sicilia il 18 aprile del 2015, la peggior tragedia della storia recente del Mediterraneo. Sono 525 i corpi recuperati dopo l'affondamento del barcone e di questi un terzo aveva tra i 15 e i 17 anni. Sono serviti due mesi - una lotta contro il tempo - per eseguire le identificazioni. I dati sono tutti lì, a disposizione di chi cerca una risposta a quel vuoto dato dall'aver perso le tracce di una persona cara.

Così una donna ha potuto guardare le foto dell'archivio dell'Istituto con base operativa in Sicilia e da due frammenti di carta, che riportavano dei numeri, riconoscere la calligrafia del figlio e trovare la pace che da anni andava cercando. O un uomo, residente in Europa, è riuscito a trovare le tracce della fine tragica della sorella e, dichiarandone la morte, ha potuto adottare il nipote orfano.

I reperti catalogati

Il lavoro di catalogazione ha riguardato i corpi recuperati, alcuni interi, altri solo per parti, e ancora vestiti o effettti personali. Una ragazza aveva un giubbotto con cucito all'interno un sacchetto con della terra, con ogni evidenza la sua terra, l'Eritrea. Un altro dentro una tasca, anch'essa cucita, aveva un compito scolastico di matematica. L'elemento più importante della sua vita passata nella proiezione verso quella futura fatta di sogni. E poi parti di documenti, tessere della biblioteca o maglie dei calciatori delle squadre europee, corani, rosari buddisti e rosari cristiani. Pezzi di vita.

Quello che ha fatto l'Italia con il suo centro per l'identificazione dei migranti morti in quella tragedia di tre anni fa e in quelle precedenti forse è un unicum. Il libro scritto dalla docente Cristina Cattaneo e pubblicato per Cortina editore, dal titolo Naufraghi senza volto servirà a far capire che i "nostri" morti e il "loro" morti hanno la stessa dignità e dietro ci sono le stesse mamme, gli stessi figli e gli stessi amici che aspettano di sapere qual è la sorte del loro caro scomparso nel nulla.