Garlasco, Dna compatibile ma debole: tutte le novità sulle indagini
La traccia genetica è compatibili con la famiglia Sempio, ma parziale, mista e degradata: la perita parla di Dna “non consolidato”
Nel caso Garlasco torna al centro la prova più delicata: il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi. La perita nominata dal giudice, Denise Albani, è chiamata a stabilire se in quel materiale biologico ci sia la traccia genetica di Andrea Sempio, oggi indagato per l’omicidio in concorso della giovane uccisa il 13 agosto 2007. Il dato che emerge, da quanto risulta all’Adnkronos, è che si tratta di un Dna “compatibile” con la linea maschile della famiglia Sempio, ma non di un profilo pieno, né tantomeno “pulito”: parliamo di un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità”, un risultato che la stessa esperta definisce “non consolidato”. In altre parole, la traccia indica un possibile contesto familiare ma non arriva a puntare il dito su una singola persona. La relazione scritta non è ancora stata depositata, ma le considerazioni che filtrano confermano l’impostazione già illustrata dalla perita in aula a fine settembre: la prova genetica esiste, ma è fragile, incompleta, e va maneggiata con estrema cautela. È questo il terreno su cui si gioca un pezzo cruciale dell’incidente probatorio che precede l’udienza del 18 dicembre.
Un aplotipo parziale misto: numeri, soglie e limiti della prova
Alle parti, la perita ha inviato via pec un quadro dettagliato di come ha affrontato l’analisi biostatistica. Non una conclusione secca, ma una spiegazione metodologica: vengono illustrati la procedura seguita, le tabelle con le percentuali statistiche rispetto alla banca dati, la soglia utilizzata per la comparazione, i parametri tecnici scelti per valutare la traccia. Tutto materiale che gli avvocati e i consulenti di parte dovranno studiare in vista dell’udienza del 18 dicembre, quando il Dna finirà di nuovo sotto la lente del tribunale. La relazione completa, con le conclusioni ufficiali, sarà depositata a inizio dicembre, ma l’impianto di base è già chiaro: il risultato non raggiunge il livello di una comparazione individualizzante, e conserva margini di incertezza che non possono essere ignorati.
Da quanto trapela, i primi risultati confermano quanto la stessa Albani aveva già detto, a chiare lettere, nell’udienza del 26 settembre. Lì la perita aveva messo subito in guardia da letture semplicistiche del dato genetico, spiegando che il materiale trovato sulle unghie di Chiara è sì riconducibile alla linea maschile Sempio, ma dentro i confini di un “aplotipo parziale misto non consolidato”. In termini pratici, significa che il Dna è miscelato ad altre tracce, risulta degradato dal tempo e dalle condizioni del reperto e non mantiene la stabilità necessaria a riprodurre lo stesso identico risultato a ogni analisi. Un quadro molto diverso, sottolinea la perita, da quello emerso in altre situazioni del fascicolo, come la contaminazione sulla garza, dove i test avrebbero dato riscontri più netti e ripetibili.
Le parole della perita in aula: il Dna non può “dire Tizio”
In aula, a settembre, Denise Albani ha fissato un punto che torna oggi con forza nel dibattito processuale. "Non potrò mai dire, e ci tengo a sottolinearlo, che quel profilo è di Tízio, perché è proprio concettualmente sbagliato essendo un aplotipo", ha spiegato la perita, ripresa nei verbali dell’incidente probatorio. L’unica deduzione che si può trarre, ha precisato, è quella di “un contesto familiare di appartenenza, ma sicuramente non va a individuare una singola persona”. È una precisazione che vale non solo per il nome di Andrea Sempio, ma per chiunque si voglia associare direttamente a quella traccia.
Nel suo intervento, l’esperta ha insistito su un concetto che definisce la cornice dell’intera perizia: il materiale rinvenuto sulle unghie di Chiara Poggi è un “aplotipo parziale misto non consolidato” e “questo è un dato oggettivo”. Un profilo parziale, infatti, non si comporta come il classico Dna “da manuale”: se lo si analizza più volte, non garantisce sempre lo stesso responso, proprio perché la degradazione e la natura mista del campione introducono margini di variabilità. È qui che il confronto con altri reperti del fascicolo – come la già citata garza, dove la contaminazione avrebbe offerto risultati riproducibili – diventa centrale per capire quanto peso probatorio attribuire alla traccia sotto le unghie. In sintesi, per la perita il Dna parla, ma parla piano e in modo ambiguo, e proprio per questo non può essere trasformato, da solo, in una prova definitiva.
La linea della difesa Sempio sui dati biostatistici
Dall’altra parte, la difesa di Andrea Sempio legge i numeri della perizia come una conferma della propria tesi: quel Dna, così com’è, non incastra nessuno. Il pool difensivo – gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Tccia con i consulenti Marina Baldi e Armando Palmegiani – mette subito i paletti: "Le indiscrezioni riguardano meri dati biostatistici e non una perizia completa: anche ove fossero stati correttamente interpretati, non saremmo né sorpresi né preoccupati: sarebbe solo confermato quanto sostenevano, cioè che non è una comparazione individualizzante e, soprattutto che il Dna è misto: quindi se venisse confermato che l’autore dell’omicidio è uno non avrebbe già per questo valore probatorio", affermano i legali.
Nella lettura della difesa, dunque, l’uso di dati biostatistici e percentuali non basta a trasformare una traccia debole in un indizio solido. L’idea è che, finché il Dna resta misto e non individualizzante, il rischio di sovrainterpretare quei numeri sia troppo alto. In altre parole, non si può passare da una compatibilità con un aplolineage familiare a un’accusa a carico di una singola persona senza colmare prima una serie di buchi logici e probatori. È su questo terreno che la difesa continuerà a muoversi nell’udienza di dicembre, cercando di smontare qualunque tentativo di usare la traccia genetica come pilastro centrale dell’accusa.
Il nodo decisivo: come e quando si è formata la traccia di Dna
Per i difensori di Sempio, però, il vero cuore del problema non è solo la qualità tecnica del Dna, ma il suo significato temporale e dinamico. "Soprattutto, mancano i dati decisivi che rendono quel Dna probante rispetto all’omicidio: fu da contatto diretto fra i due corpi o da contatto con lo stesso oggetto? E quando avvenne il contatto? Senza queste risposte ogni valutazione è affrettata", sottolinea ancora il pool difensivo. È la domanda che, in effetti, accompagna molte indagini fondate sul Dna: una traccia può provare un contatto, ma non sempre dice quando, come e perché quel contatto è avvenuto.
Nel caso Garlasco, questa distinzione pesa moltissimo. Una cosa è una traccia fresca, coerente con la dinamica di un’aggressione; un’altra è un Dna che potrebbe essersi depositato in un momento precedente, tramite un oggetto condiviso o una situazione diversa dal fatto di sangue. Senza chiarire questi passaggi, insiste la difesa, la compatibilità genetica rischia di restare sullo sfondo, come un dato suggestivo ma non decisivo. E finché il materiale sotto le unghie di Chiara Poggi resterà un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità”, il tribunale dovrà decidere quanto spazio concedergli nell’architettura probatoria del processo, tra il diritto alla verità e il principio che nessuno possa essere condannato sulla base di una prova che, da sola, non regge il peso del dubbio ragionevole.


















