[L'analisi] I vertici dell'Arma depistarono il caso Cucchi, nomi eccellenti nella rete degli inquirenti

Dopo la testimonianza di Francesco Tedesco gli inquirenti vogliono capire fino a che livello i Carabinieri fossero a conoscenza del ‘trattamento’ subito dal geometra alla stazione Casilina la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 dopo l'arresto per droga

Stefano Cucchi
Stefano Cucchi

La testimonianza di Francesco Tedesco, uno degli uomini in divisa imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il geometra trentunenne arrestato per droga nel 2009 e morto dieci giorni dopo per le percosse ricevute durante la detenzione, sta dando i suoi frutti. Molti altri carabinieri, anche di alto rango, sono finiti sotto la lente della procura nell’ambito degli atti falsificati sulla morte del giovane. Dal giorno successivo il colpo di scena di Tedesco al processo, gli inquirenti vogliono capire fino a che livello i vertici dell’Arma fossero a conoscenza del ‘trattamento’ subito da Cucchi alla stazione Casilina la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 dopo l'arresto per droga.

Ecco come è morto Stefano Cucchi (ricostruzione grafica lettera43.it)

Per fare luce sul caso è già stato interrogato il luogotenente Massimiliano Colombo, il comandante della stazione di Tor Sapienza dove venne portato Cucchi. Colombo, indagato per falso ideologico, ha subito una perquisizione nei giorni scorsi: a chiamarlo in causa, anche se non direttamente, è stato Francesco Di Sano, il carabiniere scelto della caserma di Tor Sapienza che ebbe in custodia Cucchi e che è stato ascoltato in aula il 17 aprile scorso nel processo a cinque militari dell'Arma (accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia). In quell’occasione il militare, ora indagato anche lui per falso, ammise di aver dovuto ritoccare il verbale sullo stato di salute di Cucchi senza precisare da chi gli fu chiesta la modifica. "Certo il nostro primo rapporto è con il comandante della stazione, ma posso dire che si è trattato di un ordine gerarchico", ha detto in aula Di Sano. Ed è questa gerarchia che la Procura di Roma vuol ricostruire.

Il momento investigativo è delicato, Colombo ha collaborato quando gli è stato richiesto di ricomporre una storia occultata per molti anni, ma che è riemersa dopo i sequestri di mail e comunicazioni cancellate, ma che la memoria di un server ha consentito di ripristinare. A breve su questo argomento sarà sentito come persona informata sui fatti anche il piantone Gianluca Colicchio. Anche lui durante il processo ha sostenuto di anomalie contenute in una relazione di servizio. Secondo Repubblica in tutta questa saga di atti nascosti o falsificati potrebbe esserci anche la manina degli alti vertici dell’Arma. Il quotidiano romano sostiene che era stata la catena di comando di Roma (generale e ufficiali) a depistare sul pestaggio del ragazzo. Sempre per Repubblica, dagli atti in suo possesso sarebbe emersa un’operazione di manipolazione di verbali e annotazioni di servizio, di registri interni e comunicazioni all’autorità giudiziaria, che si consumò tra il 23 e il 27 ottobre.

Certo, tutto è ancora da dimostrare, ma pare che gli ordini fossero stati trasmessi in via gerarchica (come ha spiegato Di Sano ndr) ed ebbero il suo sigillo in una riunione del 30 ottobre negli uffici del generale di brigata e allora comandante provincia di Roma Vittorio Tomasone, che oggi è generale di corpo d’armata. Con lui sarebbero coinvolti almeno tre ufficiali: ”L’allora comandante del Gruppo Roma, il colonnello Alessandro Casarsa (oggi comandante del reggimento corazzieri del Quirinale) e i due ufficiali che a lui gerarchicamente erano sotto-ordinati quali comandanti di compagnia: il maggiore Luciano Soligo (allora comandante della compagnia Talenti Montesacro) e il maggiore Paolo Unali (allora comandante della Compagnia Casilina). Infine, i marescialli Roberto Mandolini (vice comandante della stazione Appia) e il maresciallo Massimiliano Colombo (comandante della stazione Tor Sapienza)”. L’ordine di falsificare gli atti emergerebbe, per Repubblica, da una mail consegnata agli inquirenti dal maresciallo Massimiliano Colombo".

Le carte dimostrerebbero che a dare l’ordine di falsificare annotazioni di servizio, redatte da due appuntati, Francesco Di Sano e Gianluca Colicchio, ovvero i due piantoni che presero in carico Cucchi la notte dell’arresto, giunse dal comando di compagnia Talenti-Montesacro. È da quel comando che gerarchicamente dipendeva la stazione di Tor Sapienza. Gli inquirenti ora vorrebbero sapere se il Comando ha agito ‘motu proprio’ o ha ricevuto a sua volta un comando dal generale Tomasone. La stessa domanda se la sono posta anche i legali della famiglia Cucchi che, qualche giorno fa, ha fatto sapere che il generale Vittorio Tomasone "sarà ascoltato in aula entro gennaio su nostra richiesta". Tomasone, attuale comandante Interregionale di Napoli, era comandante provinciale dei carabinieri di Roma all'epoca dei fatti. Il generale Vittorio Tomasone sarà ascoltato dai legali dei Cucchi in merito all'inchiesta amministrativa interna eseguita sulle cause del decesso del giovane e sulle rassicurazioni fornite all'epoca dei fatti ai familiari di Stefano Cucchi.

Si è aggravata intanto la posizione di Raffaele D’Alessandro, uno dei carabinieri accusati di aver picchiato a morte Stefano Cucchi. Ad accusarlo questa volta l’ex moglie Anna Carino. La donna, intervistata da Le Iene, ha raccontato come D’Alessandro parlasse di quella fatidica notte del 22 ottobre 2009: “Era solo un drogato di merda. Queste parole le ha sempre dette”.  “Lo raccontava divertito, col sorriso, mi inquietava questa sua tranquillità nel parlare di ciò che avevano fatto a quel ragazzo”, ha spiegato la Carino. Un carattere particolare quello di D’Alessandro. Racconta l’ex moglie: “Mi faceva paura, era gelosissimo, mi chiedeva sempre dove fossi, con chi fossi, con chi avessi parlato. Tante volte per le sue urla ci chiamavano, perché le sue grida erano impressionanti”. La Carino nel 2015 si è presentata davanti alla Procura di Roma per portare la sua testimonianza.

Intanto, nel corso del procedimento penale, il G.U.P. del Tribunale di Roma ha rilevato la prescrizione in ordine al reato di abuso di autorità contro arrestati o detenuti contestato a Tedesco, D'Alessandro e Di Bernardo, pronunciando sentenza di proscioglimento. Così, essendo la vicenda penale irrevocabilmente conclusa per quel reato, si è proceduto all'esame del giudicato penale, obbligatorio ai sensi di legge. Il 13 aprile 2018 è stata acquisita la sentenza, il 6 luglio 2018, è stata decisa e avviata un'inchiesta formale a carico dei tre militari, con contestazione degli addebiti fra il 9 e il 10 luglio 2018. Il termine per concludere l'inchiesta scade l'8 gennaio 2019.

Il Vice Brigadiere Tedesco e i Carabinieri Scelti D'Alessandro e Di Bernardo sono stati sospesi precauzionalmente dall'impiego, decisione discrezionale connessa a procedimento penale, nel febbraio 2017, a seguito della richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità contro arrestati. La misura, si apprende in ambienti dell'Arma dei Carabinieri, non è stata adottata nei confronti del Maresciallo Capo Mandolini e dell'Appuntato Scelto Nicolardi, imputati per falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e calunnia aggravata, poiché per quei reati non era possibile.