Lì, dove donne e giovani vengono fatti sparire per “lavare” l’offesa. I casi inquietanti di Vibo Valentia

Una donna scomparsa da tre anni e un 26enne ucciso perché fidanzato con la donna sbagliata. Un processo e una sola consapevolezza: le dinamiche sono quelle care alla 'ndrangheta

Lì, dove donne e giovani vengono fatti sparire per “lavare” l’offesa. I casi inquietanti di Vibo Valentia

Una donna scomparsa da tre anni, dal giorno in cui ricorreva il primo anniversario del suicidio del marito, di cui viene ritenuta la causa. Un 26enne, fatto sparire nel nulla nell’ottobre 2018, perché la fidanzata aveva avuto una breve relazione con il nipote di un boss di 'ndrangheta, il quale avrebbe attirato il giovane in una trappola per ucciderlo. Due casi, che oggi arrivano a una parziale ricostruzione giudiziaria, con l’arresto di due persone, ritenute coinvolte nei delitti. Sia Maria Chindamo, che il giovane Francesco Vangeli, sarebbero stati uccisi e fatti scomparire, con le dinamiche più care alla ‘ndrangheta.

Ventunesimo secolo, Calabria, provincia di Vibo Valentia

Sarebbe stata uccisa e il suo cadavere fatto sparire, Maria Chindamo, l'imprenditrice scomparsa il 6 maggio 2016 in Calabria. TiscaliNews ha già trattato la vicenda, inquietante, in cui si legano vicende familiari ad altre economiche e criminali. Dopo anni di indagini, la Procura di Vibo Valentia e i carabinieri sono riusciti a delineare una parte della vicenda, arrestando un uomo per concorso in omicidio, Salvatore Ascone, detto “U Pinnularu”, 53enne considerato vicino alla cosca Mancuso di Limbadi.

Una vicenda che si allarga: in tre avrebbero manomesso l'impianto di videosorveglianza della villetta di Ascone, impedendo ogni registrazione, al fine di aiutare gli autori materiali del rapimento e della scomparsa della donna. Gli altri due indagati, oltre ad Ascone, sono il romeno Gheorge Laurtentiu Nicolae, di 30 anni, ed uno stretto congiunto di Salvatore Ascone, all'epoca dei fatti minorenne. Per tutti l'accusa è di concorso in omicidio. Restano, invece, da individuare gli autori materiali del rapimento e dell'occultamento del cadavere, così come il movente del delitto.

L’ipotesi inquietante è che Maria sia stata punita proprio per aver lasciato il marito. Per aver avuto l’idea, folle in determinati luoghi e contesti calabresi, di volersi rifare una vita, di voler ricominciare, di voler amare nuovamente. Accanto alla pista dell’”onore”, gli inquirenti non stanno trascurando anche le attività economiche che Maria stava portando avanti su terreni che deteneva insieme all’ex marito e che potevano essere reclamati da qualcuno.

L'imprenditrice agricola di 44 anni di Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, sarebbe stata uccisa, forse già quel 6 maggio 2016, da quando non si è saputo più nulla di lei. I controlli dei carabinieri scattati nell'immediatezza in abitazioni e aziende agricole in una vasta area del Vibonese e nella zona di Laureana di Borrello, il centro del Reggino in cui Maria Chindamo risiedeva con i tre figli, non diedero mai esito. In più occasioni i militari, coadiuvati dai cani molecolari della Polizia di Stato, hanno verificato la presenza di tracce sui terreni che potessero supportare le attività di ricerca finora svolte. Hanno sentito potenziali testimoni, ma nessuno ha mai detto nulla.

L’unico a parlare, il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso che ha rivelato agli inquirenti come Salvatore Ascone avesse una vera e propria ossessione nel controllare sempre il perfetto funzionamento delle telecamere delle proprie proprietà. Figlio del boss Pantaleone Mancuso, detto “l’ingegnere”, Emanuele Mancuso da mesi collabora con la giustizia con una scelta clamorosa e rivoluzionaria, soprattutto per un casato di ‘ndrangheta così importante come quello dei Mancuso. Il collaboratore ha scoperchiato dunque quella cappa di omertà su cui si fonda la cultura mafiosa.

Le rivelazioni della "scatola nera"

Al resto, hanno contribuito le indagini di natura tecnica. La "scatola nera" del sistema di videosorveglianza, una volta scoperchiata, avrebbe messo in luce le manovre effettuate esattamente la sera prima della scomparsa di Maria Chindamo e che si ritiene propedeutiche alla commissione del delitto, pianificato per la mattinata successiva ad opera degli esecutori materiali messi in condizione così di operare in maniera indisturbata e con la sicurezza di non essere ripresi e, quindi, individuati. Proprio il mancato funzionamento delle telecamere il giorno dell'omicidio della donna sarebbe stato oggetto di un colloquio tra Emanuele Mancuso e gli Ascone dopo la scomparsa della donna. "Salvatore Ascone mi disse - spiega agli inquirenti il collaboratore di giustizia - che le telecamere erano spente proprio quel giorno".

"Maria era una donna felice e libera di questa terra – dice il fratello dell’imprenditrice, Vincenzo Chindamo - una donna che, nonostante non sia più tra noi, ancora urla giustizia. Oggi mia madre compie 81 anni e almeno, di fronte a questa notizia, può rincuorarsi almeno un po', anche se il dolore per la scomparsa della figlia resterà sempre presente. Mi aspetto che presto verranno fuori altri risultati investigativi che faranno piena luce sul delitto"

La provincia di Vibo Valentia, probabilmente la più pericolosa della Calabria in questo momento, dove donne e giovani scompaiono nel nulla, come accadeva decenni fa, per dare un segnale a tutti: non solo l’eliminazione fisica, ma anche quella morale, del ricordo, tramite l’occultamento del cadavere. E’ il caso del giovane Francesco Vangeli, scomparso da Vibo Valentia nell’ottobre 2018. Proprio nelle ore in cui la Procura di Vibo Valentia ricostruisce una parte del delitto Chindamo, la Dda di Catanzaro chiude il cerchio sull’atroce delitto avvenuto a pochi chilometri di distanza.

Ancora una volta, una vicenda in cui si intrecciano fatti personali a un contesto di ‘ndrangheta opprimente. La persona finita in manette, infatti, è Antonio Prostamo, 30 anni, di San Giovanni di Mileto, nipote dei boss Nazzareno e Giuseppe, quest'ultimo ucciso nel 2011, mentre il primo sta scontando l'ergastolo. Antonio Prostamo avrebbe intrattenuto una relazione sentimentale con la ragazza di Francesco Vangeli, sino alla decisione di far sparire il giovane di Filandari. La sua auto era stata trovata bruciata nei pressi dello svincolo di Mileto dell'A2 Autostrada del Mediterraneo, ma il corpo non è ancora stato ritrovato.

Il giovane, secondo quanto è stato appurato, sarebbe stato colpito con un fucile, messo in un sacco di plastica, ancora morente, e gettato nel fiume Mesima. Sarebbe morto in modo atroce, dopo una agonia di qualche minuto. "Si tratta - ha dichiarato il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri - di un'indagine completa, rafforzata da solidi elementi probatori. La madre della vittima è venuta più volte in Procura e dai Carabinieri, a lei abbiamo sempre detto di avere pazienza e fiducia nel nostro operato".

Un territorio, quello di Vibo Valentia e della sua provincia, schiacciato dallo strapotere della ‘ndrangheta. Della cosca Mancuso, in particolare. Dove le persone oneste spesso perdono la cosa più preziosa: la speranza.

Proprio a Limbadi, regno del clan, dove nell’aprile 2019 il giovane Matteo Vinci venne fatto saltare in aria con un’autobomba, piazzata dal clan Mancuso per il rifiuto della famiglia Vinci-Scarpulla di cedere i loro fondi agricoli, confinanti con quelli di proprietà della famiglia mafiosa.

Fatti e dinamiche che sembrano appartenere ad altri tempi, lontani, a quelli della strategia del terrore. Ad altri luoghi, quelli teatro di guerre, magari in Paesi considerati del Terzo Mondo. E invece siamo in Calabria, nella democratica Italia, nella civile Europa.