Scandalo affittopoli, oltre 3000 case occupate senza titolo da parenti di ex militari

Chi abita queste case, pur senza avere i requisiti, gode di canoni d'affitto inferiori a quelli di mercato, senza contare che molte spese non vengono conteggiate

L'ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta
L'ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta

Sono più di 18 mila le abitazioni destinate al personale con le stellette della Difesa, di queste più di 5 mila sono occupate da inquilini che non hanno titolo e circa 4 mila sono inutilizzabili. La situazione è nota da tempo, ma i governi, forse per evitare di infilarsi in un pantano di regolamenti e normative, hanno lasciato perdere. La questione è tornata sulle prime pagine dei quotidiani per la vicenda che ha coinvolto Elisabetta Trenta, ex ministro della Difesa nell'esecutivo gialloverde.

La Trenta abita nell'alloggio "di servizio" che le era stato assegnato quando dirigeva il Dicastero. Tutti, anche i 5 Stelle, le hanno chiesto un passo indietro. Lei però ha sempre tenuto duro: ha spiegato che la casa è stata riassegnata al marito, ufficiale dell’Esercito, avendone pieno diritto, in osservanza di ogni regola. Qui è opportuno evidenziare che la procura militare di Roma ha archiviato il fascicolo d'indagine: all'esito degli accertamenti della procura, diretta da Antonio Sabino, non sono emerse infatti ipotesi di reato militare. E' al momento senza indagati e ipotesi di reato anche il fascicolo di indagine avviato dalla Procura di Roma sull'assegnazione di 3.600 alloggi di servizio dell'esercito. Il procedimento, di cui danno notizia Corriere e Messaggero, è stato avviato da una relazione dello Stato Maggiore. Al centro del dossier eventuali abusi o falsi messi in atto dagli attuali occupanti e le omissioni di chi avrebbe dovuto verificare la corretta attuazione delle procedure di assegnazione.

“A prescindere dai progetti per la realizzazione di nuove unità alloggiative, che mal si conciliano con la cronica mancanza di risorse economiche o dai fallimentari tentativi di svendere il patrimonio immobiliare disponibile, il governo dovrà necessariamente e prioritariamente affrontare, con la massima urgenza e fermezza, la questione relativa agli alloggi occupati proprio dagli oltre 5000 “sine titulo”, ha commentato il segretario Sindacato dei Militari Luca Marco Comellini, spiegando che “questi alloggi, una volta liberati, tornerebbero ad essere immediatamente disponibili per essere assegnati agli aventi diritto. Con ciò, oltre alla legalità, verrebbe ripristinato quel principio di “temporaneità” che è alla base del complesso di norme e regolamenti per la conduzione degli alloggi della Difesa”.

Non si può neppure dire che i governi non abbiano avuto tempo per approfondire. Già nel luglio del 2009, dopo un parere del Consiglio di Stato, in una interrogazione scritta presentata dal deputato radicale Maurizio Turco al Ministero della Difesa la questione era stata posta con forza. “… tale situazione determina il protrarsi di una situazione di chiara difformità alla normativa vigente per i non aventi titolo, mentre, non soddisfa le aspettative del personale in servizio che, per regolamento, avrebbe diritto all'alloggio di servizio”, aveva osservato undici anni fa Turco. Che poi aveva chiesto al governo, il premier era Silvio Berlusconi, di indagare su quanti fossero “gli alloggi di servizio di proprietà dell'Amministrazione militare, impropriamente occupati da militari sine titulo, suddivisi per tipologia e per grado gerarchico degli occupanti; quali siano i criteri di alienazione degli alloggi di servizio che non rispondono più ai fini istituzionali delle Forze armate”.

L’obiettivo del deputato radicale era quello di “agevolare i giovani militari in servizio permanente all'acquisto di tali immobili e, contemporaneamente, per non incidere negativamente sulle aspettative del personale sine titulo”. Turco chiedeva all’allora Ministro della Difesa Ignazio La Russa di prevedere, “nell'emanando regolamento”, anche la possibilità, per gli appartenenti alle Forze di polizia a ordinamento civile, di poter acquistare gli alloggi di servizio. Una soluzione che avrebbe permesso all’erario di acquisire in bilancio somme che poi sarebbero potute essere utilizzate per la costruzione di altri immobili; e alla amministrazione militare si sanare situazioni incancrenite. Una eventuale “sanatoria” potrebbe rendere meno difficile la vita di molti “proletari” della divisa. Chi va in pensione dovrebbe lasciare l’appartamento a chi viene dopo, “invece in alcuni casi”, ha spiegato Comellini, “sembra che alcune case siano state ereditate da persone che non hanno alcun titolo”. Il disagio maggiore lo devono sopportare i militari più bassi in grado. “I generali quando vanno in pensione devono liberare la casa, per lasciare spazio a un caporale che viene trasferito, per esempio, dalla Sicilia a Roma e deve pagare l’affitto levando la somma da uno stipendio di 1.300 euro”.