La denuncia shock della carabiniera: "Molestata sessualmente dentro il Comando"

La procura militare di Napoli apre l'inchiesta e chiede il rinvio a giudizio sulla vicenda avvenuta a Catanzaro. Ecco i documenti dell'accusa

La denuncia shock della carabiniera: 'Molestata sessualmente dentro il Comando'
di Paolo Salvatore Orrù   -   Facebook: folgore   Twitter: @OrruPaolo

Sarebbe dovuta essere una normale riunione dell’organo di rappresentanza dei carabinieri (Cobar). E in effetti lo è stata sino a quando, come risulta dagli atti di indagine, la carabiniera scelta L.F. non ha sentito le mani dell’appuntato scelto L.B.P, un superiore, soffermarsi sul fondo schiena.  Un’aggressione sessuale è un fatto di per sé grave, ma in questo caso - se venisse provata nel corso di un dibattimento - lo sarebbe ancora più, perché avvenuta in uno degli uffici del "Legione Carabinieri Calabria" di stanza a Catanzaro, dove il rispetto della legge e delle persone dovrebbe essere considerato sacro.  Dopo lo shock la militare, che fa parte del gruppo di lavoro “criticità ed integrazione del personale femminile” del Cobar, ha lasciato l’ufficio per riferire con il comandante della caserma, che in quel momento non era in sede. 

La denuncia shock: foto

La mancata solidarietà

Ritornata suoi passi, la donna ha sperato di incassare almeno la solidarietà dei suoi colleghi d’ufficio. Niente di tutto questo, anzi i colleghi del Cobar, alcuni dei quali testimoni dell’accaduto, avrebbero, secondo la ricostruzione della denunciante, cominciato la riunione senza di lei. Solo il presunto aggressore, probabilmente preoccupato per la piega assunta dalla vicenda, avrebbe tentato di minimizzare mandandole un sms (“scusami, quando scendi ne parliamo”), ha rivelato l’avvocato della militare, Gianluca Mongelli. Di difficile interpretazione anche il comportamento della linea di comando, che dopo 2 ore di colloquio le avrebbe detto, sempre secondo Mongelli: “Fai quello che ti senti di fare, sappi comunque che stai accusando un collega di un reato molto grave”.

Il rinvio a giudizio

Il disperato (la donna avrebbe pianto per tutta la durata dell’incontro) scambio di idee tra la militare e il suo comandante non ha sortito l’esito sperato, così la carabiniera ha deciso di depositare querela nella sede della procura di Catanzaro e una relazione di servizio che poi è finita alla Procura militare di Napoli. Il pubblico ministero, Alfredo Tammaro, dopo aver valutato le prove fornite da L.F. ha deciso di rinviare a giudizio l’appuntato. Le accuse sono gravi: il militare, che al tempo dei fatti prestava servizio a Paola, dovrà rispondere di ingiuria a un inferiore continuata e aggravata. Perché il 22 maggio del 2015, si legge negli atti, “con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso offendeva il prestigio, l’onore e la dignità” di una inferiore in grado.  L.B.P, secondo l’accusa, si era sistemato alle spalle della collega L.F mettendo in atto, presenti altri militari, gravi atti osceni nei suoi confronti. E rivolgendole parole (“S… quando me la dai”) che l'avvocato ha definito “perlomeno lascive e irriguardose”.

Le dichiarazioni dell'avvocato

Oltre il danno, la beffa. Nonostante la situazione ambientale non fosse delle migliori, “F. ha dovuto continuare a lavorare con il collega nello stesso ufficio dove si sono svolti i fatti: solo dieci mesi dopo il presunto colpevole sarebbe stato chiamato a prestare servizio in un territorio confinante con quello della legione di Catanzaro”, spiega ancora Mongelli. Ora tutte la carte sono nelle mani di Gabriele Casalena, il giudice per le indagini di Napoli, che “visti gli atti” ha fissato l’udienza preliminare per il 14 giugno 2016. “I fatti accaduti nel corso della riunione - ha spiegato ancora Mongelli, “stanno condizionando negativamente la mia assistita, anche perché ha dovuto continuare a svolgere la sua funzione in un ambiente maschile abbastanza ostile”. In effetti, ha anche affermato il legale, “non si capisce perché i due abbiano dovuto continuare ad agire nello stesso ufficio”. Sta di fatto che, qualunque sia l’esito del processo, la denuncia della ragazza “è stata presa in considerazione in misura piuttosto blanda: il buon senso avrebbe voluto che i due avrebbero dovuto operare in sedi diverse”, ha concluso l’avvocato.

Il caso è stato vagliato dal Pdm

Il caso non è sfuggito al Partito per la tutela dei diritti dei Militari (Pdm), che ha colto l’occasione per annunciare la sua volontà di costituirsi parte civile. Questa è una iniziativa che il Pdm continuerà a prendere in tutti quei procedimenti penali in cui è riscontrabile una contrapposizione tra un inferiore di grado e un superiore che sia sfociata in fatti criminali ancora da accertare: “Vogliamo dare supporto alla presunta vittima, mettendoci al rimorchio del processo. Riteniamo infatti che, se l’accusato è ritenuto responsabile, il danno non è arrecato al singolo ma a tutta la categoria”, ha spiegato l’avvocato del PdM Giorgio Carta. Il legale, ha anche precisato, che in Italia non esistono molti casi come quelli raccontati dalla rappresentante Cobar di Catanzaro: “Non esistono problemi generalizzati né di omofobia né di maschilismo in divisa. Abbiamo invece singoli casi che per fortuna nel mondo militare italiano non sono espressione di una tendenza generale”, ha concluso Carta.

Sulla vicenda è intervenuto anche il segretario del Pdm

Sulla vicenda è intervenuto anche Luca Marco Comellini, Segretario del Pdm, secondo il quale "è necessaria una profonda riflessione sulla questione delle molestie sessuali e delle violenze più in generale negli ambienti militari che dovrebbe indurre il legislatore a prendere seri provvedimenti normativi che permettano di garantire alla vittima degli abusi una reale tutela anticipata che in questo caso specifico sembra sia mancata". Inoltre, ricorda Comellini, "gli organismi della rappresentanza militare pesano sulle tasche dei contribuenti per oltre 4 milioni di euro all'anno e quindi sapere che nell'ambito delle riunioni di quel Cobar, che in media costano oltre 2000 euro ogni giorno, avvengono fatti di questa gravità dovrebbe suggerire alla Ministra Pinotti di chiedere al comandante generale dell'Arma, generale Tullio Del Sette, se a parte la spesa, che non trova alcuna giustificazione a fronte dei risultati che nello specifico mi sembrano abbastanza chiari, non sia il caso di utilizzare meglio le capacità dei membri del Cobar Calabria tenendoli impegnati, anche manualmente, in servizi di ordine pubblico a favore della sicurezza dei cittadini".