Cambiamento climatico: quale futuro per il nostro Pianeta?

Cambiamento climatico: quale futuro per il nostro Pianeta?
di Adnkronos

(Adnkronos) - Adnkronos ed Expleo hanno fatto il punto sul cambiamento climatico Nella lunga storia della Terra il clima è spesso cambiato seguendo diverse fasi e cicli naturali. Ma il cambiamento climatico a cui assistiamo negli ultimi decenni risulta particolarmente drastico e anomalo, in quanto legato, direttamente o indirettamente, alle attività umane. Viene definito come effetto serra antropico e si va a sommare all'effetto serra naturale, quello secondo cui i diversi gas presenti nell'atmosfera terrestre trattengono in parte il calore solare. Uno dei risultati più evidenti del cambiamento climatico in atto è il manifestarsi di eventi meteorologici e naturali estremi che si ripetono con frequenza e portata sempre maggiore in ogni angolo del mondo. Un tema di scottante attualità quello del cambiamento climatico e dei possibili rimedi per contenerlo, di cui si è discusso a livello globale nella Cop26, la più recente conferenza sul clima delle Nazioni Unite svoltasi a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021.Adnkronos ed Expleo hanno fatto il punto sul cambiamento climatico, sulle conseguenze che questo ha sulle nostre vite e sui possibili scenari futuri sia a livello globale che relativamente al nostro Paese, a partire dai dati forniti da diverse fonti. In particolare, per i dati nazionali le fonti di riferimento sono: ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Osservatorio Nazionale Clima Città di Legambiente. Per i dati internazionali le fonti sono: World Meteorological Organization (WMO), Our World in Data, European Environment Agency (EEA), Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), Food and Agricolture Organization (FAO).Ma prima di tutto è importante chiarire alcuni concetti fondamentali. Cosa si intende per cambiamento climatico?Secondo la definizione fornita dalle Nazioni Unite si intende un cambiamento attribuito direttamente o indirettamente all'attività umana che altera la composizione dell'atmosfera e che si aggiunge alla variabilità del clima osservata su periodi di tempo comparabili.Cosa si intende con eventi estremi?I fenomeni naturali che si verificano in una determinata area, in un determinato periodo, con caratteristiche anomale a livello di potenza, durata, luogo ed estensione. Clima impazzito anche in Italia Temperature in aumento, periodi prolungati di siccità alternati a piogge intense e tempeste che causano alluvioni, inondazioni e frane: il panorama mondiale degli eventi climatici registra con frequenza crescente fenomeni estremi che portano conseguenze sia a livello di perdite umane che di danno economico. I numeri parlano chiaro: secondo il rapporto annuale The Atlas of Mortality and Economic Losses from Weather, Climate and Water, dal 1970 al 2019 si sono verificati 11.072 eventi estremi. Analizzando i singoli decenni del periodo in oggetto, colpisce la crescita del numero di eventi estremi, passati da 711 del periodo 1970-1979 a 3.165 del periodo 2010-2019. Lo stesso rapporto evidenzia, per fortuna, una netta diminuzione di perdite umane, passate da 556.000 del decennio 1970-1979 a 185.000 per il periodo 2010-2019. Al contrario, nell'ultimo decennio si registrano perdite economiche quasi 8 volte superiori rispetto al periodo 1970-1979. Dunque, appare evidente che conoscere gli estremi climatici e le loro variazioni è di grande importanza nella valutazione dell'impatto del cambiamento climatico e nella definizione di strategie di contrasto e di adattamento. A livello di tipologia di evento estremo, la maggior parte dei fenomeni sono legati alle piogge intense che a livello mondiale nei 50 anni dal 1970 al 2019 hanno provocato principalmente alluvioni per il 44% e tempeste 35%. Al terzo posto tra le tipologie di eventi estremi si trovano frane e siccità, ambedue con il 6% del totale. Relativamente all'Italia i dati sulle conseguenze del cambiamento climatico sono raccolti da Legambiente nel report annuale CittàClima. L'edizione più recente del report indica che tra il 2010 e il 2020 in Italia sono stati registrati 946 fenomeni estremi che hanno causato 251 vittime. Tra le tipologie di disastro naturale registrate nell'ultimo decennio su un totale di 1.226, i più frequenti sono stati gli allagamenti 416, seguiti dai danni alle infrastrutture dovuti a piogge intense 347 e poi dai danni dovuti a trombe d'aria 257. Ghiacciai in ritirata Per analizzare scientificamente la situazione dei ghiacciai il principale parametro di riferimento è il bilancio di massa ovvero la differenza tra l'accumulo e le perdite per ablazione (fusione di neve e ghiaccio), in un anno idrologico. In sintesi, se la quantità di neve e ghiaccio accumulata durante l'inverno è maggiore della quantità di neve e ghiaccio fusi durante l'estate, il bilancio di massa è positivo e il ghiacciaio aumenta di volume. In caso contrario il ghiacciaio diminuirà di volume. La tendenza alla deglaciazione emerge chiaramente dai dati ISPRA sulla situazione del bilancio di massa cumulato dei ghiacciai in Italia negli ultmi 30 anni e relativo a un campione di 7 ghiacciai alpini selezionati in funzione della presenza significativa di dati storici e di metodi di stima del loro bilancio di massa. Il saldo è essenzialmente negativo e i ghiacciai italiani perdono costantemente massa con un picco massimo toccato nell'anno 2003. Dal 2013 in poi la diminuzione di massa è però meno significativa rispetto al periodo peggiore registrato dal 1998 al 2012. Innalzamento del livello del mare: finiremo sott'acqua? Uno degli effetti del cambiamento climatico è il progressivo innalzamento del livello medio del mare. Un fenomeno che avviene per diversi motivi. Primo, l'aumento della temperatura media dell'acqua marina con progressiva espansione del volume della stessa che influisce per il 50% sulll'aumento del livello del mare. Secondo, lo scioglimento dei ghiacciai di tutto il mondo che riversano enormi quantità di acqua negli oceani, che influisce per il 22%. Queste e altre percentuali emergono dall'ultimo rapporto "Cambiamenti climatici 2021 – Le basi fisico scientifiche", pubblicato dall'IPCC. Lo studio sul cambiamento climatico evidenzia come dal 1900 ad oggi il livello medio del mare sia aumentato di circa 20 cm. Una crescita che ha avuto una preoccupante impennata negli anni recenti. Infatti, se dal 1901 al 1990 la crescita media annua era di 1,35 mm, dal 2006 al 2018 la crescita media annua è salita a 3,7 mm. Andando avanti di questo passo cosa ci aspetta? Lo stesso IPCC indica diversi scenari ipotizzabili basati sugli effetti prodotti dai livelli di emissioni di gas effetto serra. Secondo lo scenario peggiore il livello del mare aumenterà di circa 1 metro entro il 2100. Nella migliore delle ipotesi invece aumenterà di "soli" 53,8 cm. Inoltre, secondo la ricerca, tra duemila anni il livello del mare aumenterà di circa 2-3 metri, se l'aumento della temperatura media sarà di 1,5°C in più o di addirittura 6 metri in caso la temperatura aumentasse di 2°C. Più notti tropicali, meno giorni di gelo Caldo anomalo, notti tropicali, bolla di calore, sono termini entrati nel linguaggio comune. Ma si tratta di una sensazione seppur piuttosto diffusa o di un reale e percebile aumento della temperatura e della durata delle fasi di caldo intenso? Prima di tutto alcune definizioni. L'anomalia è la differenza tra i valori registrati in un determinato anno e il valore medio riferito a un determinato periodo di riferimento, in questo caso tra il 1961 e il 1990. Dunque, l'anomalia non può essere riferita a un lasso di tempo ristretto o, peggio ancora, a una singola giornata. Il termine "notti tropicali" indica il numero di giorni con temperatura minima dell'aria superiore a 20°C. Con "giorni di gelo" si intende il numero di giorni con temperatura minima assoluta dell'aria minore o uguale 0°C. Fatte le dovute premesse, dai dati ISPRA relativi alla temperatura media in Italia registrata dal 1961 al 2019 risulta che è in atto un aumento generale dei valori, specie negli ultimi anni. In particolare dal 2011 in avanti sono stati registrati 8 dei 10 anni più caldi del periodo di riferimento. La temperatura media più elevata è stata rilevata nel 2018 con aumento di 1,7°C rispetto alla media registrata tra il 1961 e il 1990. In aumento anche il fenomeno delle notti tropicali il cui numero in Italia dal 1997 è sempre stato superiore alla media del periodo di riferimento. Notti insonni a causa del calore per gli italiani specie nel 2003 in cui si sono avute 33,4 notti tropicali in più rispetto al valore medio del trentennio 1961-1990. E il freddo che fine ha fatto? Dal 2006 in avanti i giorni di gelo sono sempre stati inferiori alla media calcolata nei trent'anni di riferimento e in particolare nel 2014 ci sono stati 31 giorni di gelo in meno. Stop global warming La tendenza all'aumento delle temperature medie registrata nel nostro Paese è confermata dai dati ISPRA anche a livello globale con un picco registrato nel 2016, anno in cui si è avuto un aumento pari a 1,4°C rispetto alla media 1961-1990. Nel 2019, l'anno più recente del quale si hanno i dati, l'aumento, pur più contenuto, è stato pari a 1,28°C. Se questi numeri vi sembrano da poco, ricordiamo l'attuale obiettivo dei Governi del mondo di limitare l'aumento medio della temperatura globale attorno a 1,5°C per poter contenere gli eventi climatici più pericolosi. Con un aumento di solo 0,5°C in più ovvero un aumento medio complessivo di 2°C, le conseguenze sarebbero assai più gravi. Di seguito qualche esempio concreto. Con un aumento di 1,5°C della temperatura media il polo Nord sarebbe privo di ghiaccio almeno un'estate ogni 100 anni; con un aumento di 2° C sarebbe senza ghiaccio un'estate ogni 10 anni. Due gradi in più di temperatura media significherebbero la scomparsa del 99% delle barriere coralline, uno degli ecosistemi terrestri a più alta biodiversità. Ma l'impatto sarebbe in generale su larga scala su diversi ecosistemi, sulla salute umana e renderebbe impossibile raggiungere obiettivi fondamentali a livello globale come l'accesso all'acqua potabile, la lotta alla povertà e alla fame. Si stima inoltre che con un amento di 2°C circa 450 milioni di persone nel mondo dovrebbero fare i conti con ondate di calore estremo. Cina, USA e Germania a tutto gas... serra Quali sono i Paesi che immettono più gas serra in atmosfera? Secondo i dati riportati da EEA nel 2019 tra i paesi dell'Unione Europea al primo posto c'è la Germania con 793 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (il dato si riferisce alle emissioni di CO2 ossia anidride carbonica, CH4 o metano, N2O ossido di diazoto). Seguita dal Regno Unito con 455 milioni di tonnellate. Al terzo posto la Francia con 405. E l'Italia? Si trova al quarto posto con 377 Mt Co2 eq. A livello globale gli ultimi dati disponibili da Our World in Data si riferiscono al 2016 e vedono la Cina primo Paese al mondo per emissioni di gas serra con oltre 11,5 miliardi di tonnellate di Co2 eq. stimate. Al secondo posto gli Stati Uniti con 6,1 miliardi di tonnellate, poi l'Unione Europea il cui totale di emissioni dei 28 Paesi membri raggiunge i 3,5 miliardi di tonnellate. Il settore energetico inquina di più Tra i fattori che influiscono maggiormente sul cambiamento climatico globale ci sono le emissioni di gas serra dovute ad attività umane. Dai dati ISPRA relativi al 2018 sulle percentuali di emissioni per settore produttivo al primo posto risulta il settore energetico con l'88% del totale, che corrisponde a 344,3 Mt di CO2 equivalente. Una misura che corrisponde al peso di 1.000 Empire State Building. Dunque, produrre energia ha costi elevatissimi a livello di impatto ambientale. Gli altri settori sono infatti nettamente distaccati: i processi industriali producono il 9% e l'agricoltura l'8% del totale emissioni di gas serra. Un dato incoraggiante è che nello stesso anno preso in esame il cambiamento di destinazione del suolo e le foreste hanno contribuito a ridurre del 9% le emissioni, ovvero è come se avessero annullato le emissioni dell'intero settore agricolo. A livello dei 28 paesi dell'UE i dati più recenti che riguardano il 2019, mostrano che anche in questo caso il maggior contributo alle emissioni di gas serra proviene dal settore energetico (82%), seguito dall'agricoltura 11% e dal settore industriale 10%. La riconversione del suolo e le foreste in questo caso hanno contributo alla riduzione del 6% del totale di emissioni di gas serra. Inquinamento: i traguardi da raggiungere Per contrastare il cambiamento climatico in atto l'agenda per il clima e l'energia dell'UE prevede diversi obiettivi tra cui la riduzione entro il 2030 del 55% delle emissioni di gas serra rispetto ai valori del 1990. Entro il 2050 invece il target ambizioso è il raggiungimento della neutralità climatica. Secondo i dati dell'EEA con le attuali misure le proiezioni indicano una riduzione del 34,9% al 2030, mentre con l'introduzione di ulteriori misure aggiuntive si stima una riduzione del 41,6%, un dato comunque lontano dall'obiettivo del 55%. Durante il 2020 l'emissioni di gas serra complessive dei paesi dell'Unione Europea sono diminuite del 31% rispetto al 1990, andando ben oltre l'obiettivo che era fissato in una riduzione del 20%. Il risultato è stato possibile anche grazie all'aumento dei prezzi dei combustibili fossili e alla pandemia che ha rallentato l'attività di diversi settori produttivi e di conseguenza ridotto le emissioni. Deforestazione: il primato negativo dell'Africa L'impatto del cambiamento climatico riguarda anche la terra e in particolare foreste e aree boschive. Ricordiamo che il polmone green del Pianeta svolge un ruolo primario proprio nel mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, ma non solo. La distruzione delle foreste aumenta il rischio di diffusione delle malattie a seguito della riduzione di distanze tra persone e fauna selvatica come segnalato anche dal report "Pandemie, l'effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi – Tutelare la salute umana conservando la biodiversità" del WWF Italia, secondo cui il 60% delle malattie emergenti sono state trasmesse da animali selvatici. In questo senso è interessante osservare la variazione netta dell'area forestale, ovvero la somma della deforestazione e dell'espansione forestale in un determinato periodo. Il rapporto "Global Forest Resources Assessment 2020" evidenzia come dal 1990 al 2020 il saldo tra deforestazione ed espansione forestale è ancora negativo, nonostante vi sia un generale decremento della deforestazione.