[L'inchiesta] Il calciatore soffocato con un sacchetto di plastica, la verità ritorna dopo quasi 30 anni. E sconvolge tre famiglie

Il caso archiviato come suicidio è stato riaperto dopo 28 anni. Com'è possibile che un uomo trascinato da un camion che pesa 138 quintali sull’asfalto per 60 metri non abbia nessun segno? Neanche il fango sui vestiti?

Una lapide che ricorda Denis Bergamini
Una lapide che ricorda Denis Bergamini

Adesso Denis Bergamini potrà avere la verità che chiedevano la sua famiglia e sua sorella, Donata, e i suoi amici e tutti quelli che non avevano mai creduto alla versione ufficiale, come Carlo Petrini, centravanti un po’ sfigato del Milan e della Roma, che su questa storia ci aveva scritto pure un libro, «Il calciatore suicidato». Denis Bergamini era un mediano del Cosenza, di quelli tutti anima e cuore come nella canzone di Ligabue, una vita da mediano a rincorrere gli altri e la vita, serie B, e Fiorentina e Parma che lo volevano nel football che conta. Aveva 27 anni, quando il 18 novembre del 1989 fu trovato morto al chilometro 401 della statale Ionica 106 vicino a Roseto Capo Spulico. «Si è buttato sotto il camion», disse la sua ex fidanzata, Isabella Internò. «Non sono riuscito a fermarmi», raccontò Raffaele Pisano, l’autista del Fiat Iveco 180, che passava con il suo carico di mandarini. Il caso fu archiviato subito: suicidio. Ci sono voluti 28 anni e la super perizia medico-legale richiesta dal Gip del Tribunale di Castrovillari, Teresa Riggio, per mettere nero su bianco quello che sua sorella Donata gridava da allora e che la prima autopsia dell’epoca e gli esami del Ris avevano in fondo già ipotizzato: Denis Bergamini è morto «per soffocamento». Dunque, è stato ucciso. Sotto al camion, se davvero c’è mai finito, era già senza vita.

Denis Bergamini

Il primo passo

E’ solo il primo passo di questo mistero così ingarbugliato da essersi perso nella polvere degli anni e di tutte le carte ingiallite ammucchiate sugli scaffali della Giustizia. Perché sin dall’inizio era così pieno di incongruenze e di domande senza risposte da lasciar spazio a un mucchio di ipotesi, anche quelle più fantasiose. Carlo Petrini non aveva scritto cose campate in aria, ma forse s’era sbagliato anche lui, che aveva visto Denis come la vittima di un fosco e tentacolare giro di calcio scommesse. Molto più probabilmente la morte di Bergamini è il delitto di una storia privata. Adesso gli inquirenti ipotizzano il soffocamento con un sacchetto di plastica, e, una volta stordito, un colpo al fianco sinistro con un attrezzo di lavoro per edilizia. Ma se è così, crolla completamente la versione ufficiale, quella che per 28 anni ha retto a tutti i dubbi e a tutte le domande. Quel 18 novembre Denis Bergamini era al cinema con i suoi compagni. I testimoni raccontano che arrivò una telefonata e lui uscì subito. Sulle carte c’è scritto che fuori avrebbe incontrato due persone, rimaste poi non identificate. Isabella Internò, la sua ex fidanzata, disse che lui passò a prenderla a casa alle 16 con la sua Maserati bianca e che andarono verso Roseto, 100 km da Cosenza. Si erano lasciati da due mesi. Era lui che aveva interrotto la storia. Era innamorato di una ragazza delle sue parti, Boccaleone di Argenta (Ferrara), e sua sorella Donata dice che era felice e che voleva sposarsi. La storia con Isabella era durata 4 anni, un amore anche turbolento, tra alti e bassi e con un aborto di poco tempo prima, quando lei gli aveva detto che era incinta e lui si era rifiutato di sposarla: «non posso restare una ragazza madre a Cosenza», aveva pianto l’ex fidanzata, «sarei rovinata». Avevano deciso di fare l’intervento a Londra. E il loro amore era finito così. Ma quel giorno, raccontò Isabella, era venuto a prenderla per chiederle di andare via con lui, che non ne poteva più del mondo in cui viveva. «Voleva andara alle Hawai o in Ammazzonia, ma io gli dissi di no». Per questo si sarebbe ucciso, urlando «Ti lascio il mio cuore» mentre si gettava sotto il camion. A verbale, davanti al sostituto procuratore Ottavio Abbate, Isabella Internò a domanda risponde: «Si è buttato sotto le ruote, tuffandosi nella stessa posa che si usa quando uno si tuffa in piscina, le braccia protese in avanti, il corpo teso orizzontalmente». Raffaele Pisano, l’autista del camion, conferma tutto: «Non sono riuscito a evitarlo e l’ho trascinato per più di 50 metri». Cinquantanove, precisa il verbale dei carabinieri arrivati sul posto.

"Quelle mani protese"

Ma quelle mani «protese in avanti» non avevano un graffio. E pure i piedi, le gambe, le spalle. C’è solo una piccola abrasione sulla fronte, vicino all’attaccatura dei capelli, sul lato sinistro, una macchia grigio cenere venata di rosso. Anche i vestiti sono intatti, il gilet di raso, la camicia, i pantaloni, le scarpe di pelle, i calzini a losanghe tirati su fino al polpaccio. E pure il suo orologio non è rotto ed è senza segni. L’hanno restituito a Donata, che lo tiene ancora accanto a sé, in camera: il quadrante senza la minima scalfittura, il cinturino in pelle marrone perfettamente liscio, le lancette che girano, e continuano a girare da allora, come una ossessione senza fine che insegue la verità negata. I dubbi sono scritti nero su bianco dai Gis: com’è possibile che un uomo trascinato da un camion che pesa 138 quintali sull’asfalto per 60 metri non abbia nessun segno? Neanche il fango sui vestiti?, perché quel giorno pioveva e c’erano le pozzanghere sulla strada. Però tutto questo non è bastato per riaprire le indagini. Neanche le testimonianze dei suoi compagni che avevano raccontato come lui fosse un ragazzo felice e allegro, che non sembrava proprio pensare a nessun suicidio, molto esuberante, sempre pronto tutti i giorni a organizzare uno scherzo negli spogliatoi. Michele Padovano, calciatore poi passato alla Juve e al Napoli, era un grande suo amico e, come ha rivelato il procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, disse che il giorno del funerale lo fecero salire a casa di Isabella e li trovò che avevano le tavole imbandite di paste come a una festa. Forse erano normali usanze. Però, quel giorno l’ex fidanzata si fa accompagnare in un bar, dopo la morte di Denis, e dice al signore che aveva fermato di chiamare lui i carabinieri. Lei, invece, telefona a sua madre e a Gigi Simoni, l’allenatore del Cosenza. Ora che gli esami medici riaprono il caso, anche le cose più banali possono sembrare strane.
Isabella oggi ha 45 anni, una bella famiglia felice e due figlie. E’ indagata per omicidio. E Raffaele Pisano che di anni ne ha 79 per falsa testimonianza. La verità che ritorna può diventare un incubo. Anche Donata ha delle figlie. Le hanno sempre chiesto come era morto lo zio. «E io non ho mai saputo cosa rispondere». Gli diceva: «Stiamo cercando la verità». Oggi che è più vicina, ti accorgi che fa ancora più male dopo quasi 30 anni. La verità è come la rivouzione. Non è una passeggiata.