[L’inchiesta] “Questi li ammazzo uno a uno”. Il blitz razzista al Centro d’accoglienza per uccidere i migranti

Perché armarsi e salire al terzo piano di un centro di accoglienza, dove ci sono 27 migranti, e minacciare tutti con frasi, agitando una pistola scacciacani e un coltello? Un’azione che sembra senza senso, anche per la sproporzione delle forze: i migranti, pur più numerosi, si sono limitati a difendersi senza attaccare, senza alzare un dito, quasi chiedendo spiegazioni mentre i due aggressori – uno con precedenti per violenza – continuavano imperterriti il loro monologo delirante. Cosa li ha spinti?

[L’inchiesta] “Questi li ammazzo uno a uno”. Il blitz razzista al Centro d’accoglienza per uccidere i migranti

Non la vogliono sentire, la responsabilità, i pifferai magici di questa ondata di intolleranza di massa che sta trasformando l’Italia da Paese di grandi solidarietà ad avamposto di egoismi e chiusure. Non lo vogliono sentir dire che a furia di soffiare sul fuoco, la fiamma ormai divampa e davvero a quattro disperati italiani, ormai, sembra che non resti che odiare quattro disperati africani, perché il gioco del potere vero questo è: mettere gli ultimi contro altri ultimi, in modo che i primi possano bivaccare indisturbati.

Una rabbia sorda

Non lo vogliono sentire, i cosiddetti leader cosiddetti politici, quelli che si fanno i selfie in spiaggia ironizzando sui barconi dei disperati come navi da crociera, che la tensione che si sente nel Paese, una rabbia sorda e inconcludente, è la diretta conseguenza di una politica che non solo ha smarrito la direzione del futuro ma indica con orgoglio quella oscura e cupa del passato.

Tiro al bersaglio

Quanti fatti devono ancora accadere perché si prenda coscienza di non poter giocare al tiro al bersaglio sul colore della pelle, sulla nazionalità, sull’ardente desiderio di lasciare la propria terra di miseria e morte e correre in un altrove di speranza, come del resto abbiamo fatto e facciamo noi: ci siamo imbarcati sui piroscafi per le Americhe, e non eravamo migliori di chi oggi arriva qui. Gli episodi, ormai, non si contano più. Anzi, qualcuno ci ha provato. Almeno otto gravi ferimenti e aggressioni ai danni di migranti in 45 giorni. Sempre senza alcun motivo, se non il colore della pelle, la nazionalità, una fantomatica percezione di pericolo caricata su chi è più solo, più povero, più spaventato, più indifeso di noi.

Irruzione nel Centro

L’ultima notizia arriva dall’Abruzzo. Ultima per gli sviluppi. I fatti in realtà si sono verificati a giugno. A Sulmona, due italiani, una sera, evidentemente disturbati da qualcosa, decidono di armarsi e fare irruzione in un Centro di accoglienza per migranti. Salgono le scale con una scacciacani. Urlano. "Mo’ questi qua li uccido uno a uno", si sente in un video girato durante la colluttazione. Nel filmato si vede anche la pistola, che per fortuna non è stata usata. È stato invece utilizzato un coltello che si è andato a conficcare nella carne di un migrante di 23 anni, del Gambia.

L’aggravante razzista

I due aggressori, Serafino Di Lorenzo, 39 anni, di Sulmona, e Nicola Spagnoletti, 46 anni, originario della Toscana, furono solo denunciati a piede libero. Adesso, però, saltato fuori il filmato, con la prova evidente dell’uso delle armi e con le frasi pronunciate durante la rissa, per i due è scattato l’arresto. Tentato omicidio con aggravante razzista, questa l’accusa. Ad aggravare la posizione dei due anche l’analisi di alcuni post pubblicati su Facebook da loro stessi dopo l’azione. Toni discriminatori e razzisti avrebbe determinato l’aggravante. Ora i due baldanzosi avranno modo di riflettere chiusi in una cella del carcere di Sulmona, dove saranno presto interrogati anche per capire il movente di un’azione così violenta, e inconcepibile.

Un’azione senza senso

Perché armarsi e salire al terzo piano di un centro di accoglienza, dove ci sono 27 migranti, e minacciare tutti con frasi, agitando una pistola scacciacani e un coltello? Un’azione che sembra senza senso, anche per la sproporzione delle forze: i migranti, pur più numerosi, si sono limitati a difendersi senza attaccare, senza alzare un dito, quasi chiedendo spiegazioni mentre i due aggressori – uno con precedenti per violenza – continuavano imperterriti il loro monologo delirante. Cosa li ha spinti? Gli inquirenti lo accerteranno. Ma la contestazione dell’aggravante razzista non lascia molto dubbi. È la nuova febbre intollerante di questa Italia egoista, smemorata, chiusa, che ormai pensa solo di colpire chi rimane indietro, e di farlo con le proprie mani. Al governo si chiede un selfie e lo slogan giusto. Poi ci pensano loro, ci pensiamo noi. Li prendiamo a calci questi migranti. Poi ci prendiamo a calci tra noi. Sempre tra ultimi, mi raccomando. Sempre tra disperati.