[Il commento] Il bimbo di 8 anni e la famiglia in vacanza. L’Italia che abbiamo costruito sta uccidendo i nostri figli

Samuele Robbiano aveva 8 anni. La sua innocenza è la nostra colpa, la colpa di tutto quello che abbiamo costruito su territori fragili e magnifici, senza pensare ai nostri figli, a quello che gli potrà cadere addosso. Quanti altri ponti Brooklyn esistono in Italia, quante altre tragedie come questa incombono su di noi?

Un'immagine del piccolo Samuele

L’Italia che ci cade in testa non è solo questo ponte crollato con tutta la sua storia sulle nostre coscienze, questi cumuli di macerie che ricoprono ancora il torrente in secca, e non è solo l’odore della morte che abbiamo conosciuto un’altra volta all’improvviso, ma è questo senso di prossimità al suo baratro spirituale, questa vicinanza al destino tragico della vita, che da noi ha sempre colpe comuni, che ci riguardano tutti. E forse non è un caso che il primo corpo inerme che hanno estratto da quelle rovine, la prima vittima che ha consegnato il suo nome a questo lungo elenco di croci, sia stato quello di un bambino di otto anni sorretto dalle braccia pietose di uno di quegli uomini con la divisa che aveva scavato con le mani fra il terriccio e le pietre nel vano tentativo di salvarlo, uno di quegli uomini che ci puliscono la coscienza, mentre piangeva camminando sui detriti per portarlo fuori da lì, lontano dal luogo dell’orrore.

Non sapevamo ancora come si chiamava. Samuele Robbiano, e aveva 8 anni. La sua innocenza è la nostra colpa, la colpa di tutto quello che abbiamo costruito su territori fragili e magnifici, senza pensare ai nostri figli, a quello che gli potrà cadere addosso. Quanti altri ponti Brooklyn esistono in Italia, quante altre tragedie come questa incombono su di noi? Dentro la sua macchina grigia, o forse nera, di un colore indistinguibile in questo scenario rovinoso di ferraglie fra macerie, c’era un pallone e c’erano i secchielli per la spiaggia. C’erano i giochi delle sue vacanze. Papà Roberto e mamma Ersilia avevano caricato anche degli ombrelloni, che sarebbero serviti in qualche spiaggia libera della Sardegna. Poi hanno tirato fuori pure loro, dallo scheletro distorto della macchina.

Altre due famiglie sono morte in quel crollo, una di Pinerolo, Andrea Vittone, Claudia Possetti e i figli di lei, Manuele e Camilla Bellasio, che stavano partendo per le vacanze, e una terza, Alessandro Robotti e Giovanna Bottaro, di Arquata Scrivia, che stava tornando, dopo aver trascorso qualche giorno a Varigotti. Giovanna non l’hanno ancora ritrovata: è dispersa. E’ l’Italia delle vacanze che è morta su quel ponte che ci è crollato addosso, l’Italia assassinata dal cemento, «l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura», quella dei quattro amici di Torre del Greco che erano partiti in macchina per raggiungere prima Nizza e poi la Spagna, e stavano viaggiando senza paura, passando lungo il mare, questi boschi chiusi fra le ville e poi Genova, questi paesaggi meravigliosi, questa grandezza lontana.

Uno di loro, Giovanni Battiloro, era un operatore video, free lance, che lavorava anche per delle tv. Per ricordarlo, stanno cercando qualche sua ripresa, qualche immagine che aveva fatto. I tempi della vita sono strani. Perché la vita è una vigilia. E chissà dov’è il vero dolore. Se in quello che vedi o dentro i tuoi occhi. Però, leggendo le storie di quei nomi sulle croci, uno capisce che ci sono dei momenti in cui ci appartiene, e basta. Sotto l’Italia che ci cade in testa, ci sono tante storie di italiani, molti lavoratori come Bruno Casagrande e Mirko Vicini, giovani operai con un contratto stagionale, o come Alessandro Campora, di un’azienda privata, la Aster, che continuava a dire agli amici che non vedeva l’ora di andare in pensione. Come Marius Djerri e Edy Bokruna, di origini albanesi, caduti giù nello strapiombo che si è aperto all’improvviso con il loro fugoncino della Europulizie: dovevano correre perché erano in ritardo all’appuntamento. Non sono gli unici immigrati in questo elenco: ci sono tre cileni, un altro sudamericano.

Ci sono genovesi, liguri, piemontesi, toscani, lombardi, ed è un po’ come se ci fossimo tutti noi lì dentro, e dev’essere così davvero, perché tutti noi siamo passati su quel ponte e ci saremmo ancora passati, e tutti noi abbiamo avuto paura almeno una volta guardando in basso. La vita è anche una questione di tempo, una lunga strada che può finire appena tu sei passato. «Dovevamo andare ancora lontano», diceva Jack Kerouac. «Ma che importa la strada è la vita». Poi, quando arriva la morte, la vita raggiunge tutti noi che siamo sopravvissuti.

Avremmo voluto che continuasse anche per Samuele e per tutti gli altri, e per Marta Danisi, che era siciliana, e faceva l’infermiera ad Alessandria e doveva sposarsi con Alberto Fanfani, anestesista all’ospedale di Pisa, e vorremmo fermare quell’attimo, tornare indietro anche per lei e per lui, non avere colpe, non dover sopportare il peso della coscienza, questa prossimità al baratro, vorremmo tornare come prima delle 11 e 50 di quella vigilia di ferragosto. Invece, siamo qui a sfogliare questo elenco. Leggere la storia di Henry Diaz, grande tifoso dell’Inter Club Recco, o di Andrea Cerulli, calciatore amatoriale del Genoa Club Portuale Voltri, dei quattro francesi partiti da Montpeiller, di Giorgio Donaggio, ex campione italiano di moto trial, che costruiva barche in legno, dello chef Juan Carlos Pastenes, sposato con Nora Rivera, di Angela Zerilli, funzionaria della Regione Lombardia, e dei due fidanzatini, Stella Boccia e Carlos Jesus Truillo.

L’Italia che ci cade in testa è questa cosa qui, metà giardino e metà galera, che ci unisce tutti, perché abbiamo avuto dei padri antichi che l’hanno fatto il paese più bello al mondo, e che noi adesso stiamo perdendo perché ci manca il senso di quello che abbiamo avuto in dono, ci manca il rispetto. Non so se ci saranno altri ponti Brooklyn. Speriamo di no. Ma almeno oggi, che è il giorno dei funerali, dovremmo fermarci a guardarci dentro. «La vita, figliola mia», dice José Saramago, «comincia non si sa perché e finisce non si sa perché». E’ una vigilia che noi portiamo a ogni giorno che viviamo. E la vigilia è il giorno dell’attesa, della speranza. L’ultimo giorno è l’unico che non è una vigilia. Noi vorremmo che ci fosse sempre un perché. Anche per quelli che non ce l’hanno più. Per tutti questi nomi. Per Elisa Bozzo, 33 anni, di Busalla, Genova, che il 13 agosto aveva scritto su facebook: «Come posso non celebrarti, vita». La sua croce l’abbiamo vista in fondo all’elenco.