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[La sentenza] Oliviero Beha, la giustizia arriva dopo la sua morte: risarcito per essere stato emarginato in Rai. I soldi andranno agli eredi

Alla fine, Beha ha avuto ragione. Ma che fatica. Il pachiderma Italia ci ha messo un bel po' per per dire la sua sul danno causato all'immagine del giornalista, il che somiglia a una nuova catena di beffe. Se danno c'era, andava riparato subito

Antonio Mennadi Antonio Menna   
Oliviero Beha ai tempi del programma Brontolo

Brontolo ci avrebbe fatto una intera puntata e l'avrebbe condotta con lo stesso cipiglio tra l'indignato e il rassegnato. Ma la sua voce è lontana e nessuno racconterà, alla stessa maniera, questa storia che di burocrazia all'italiana, dove si viene pagati per non lavorare e anni dopo, poi, viene pagato il danno per non aver fatto lavorare. Non i soldi, ma la beffa, sarebbe stato il vero risarcimento per Oliviero Beha – Brontolo, per gli amici, e anche per il pubblico – giornalista libero, scomparso improvvisamente nel maggio scorso, dopo una breve e fatale malattia.

La querelle con la Rai

Il caso che lo vede protagonista di nuovo in questi giorni riguarda l'inesauribile querelle con la Rai, la sua azienda ma anche, a volte, la sua croce. Beha ci arriva dopo aver lavorato a Tutto sport e a Repubblica. Conduce trasmissioni di successo, diventa un volto noto. Ma è una voce scomoda, urticante, ha il vizio della libertà, e questo lo pone spesso in una posizione difficile. Contenziosi, conflitti, liti spesso finite in tribunale. Amarezze private e confessate in pubblico, tentativi – ad ogni cambio di management – di spiegare, di farsi capire. Quasi mai andate per il verso giusto.

Capo dello sport

Il caso tornato in questi giorni sulle pagine dei giornali riguarda il contratto di Beha da caporedattore Rai dello sport. Avrebbe dovuto coordinare la redazione, avere un ruolo adeguato, che nelle testate è centrale. Ma lui, a Rai sport, è capo solo sulla carta. Viene sostanzialmente messo da parte. Hai i gradi ma non le funzioni. Ha il rango e lo stipendio ma non l'incarico. Ha la divisa ma non va alla guerra. Figuriamoci, a uno come Beha...

La denuncia 

Il giornalista, a partire dal 2008, denuncia pubblicamente e nelle sedi legali la sua situazione. Parcheggiato a non far nulla, in compiti minori, su programmi marginali; sostanzialmente escluso dal suo ruolo e dalle attività rilevanti. Non solo: Beha ha la sensazione di essere letteralmente confinato. Pochi e rari gli inviti da parte dei colleghi, che spesso poi se li rimangiano. Finisce nell'ombra e sembra davvero una questione personale. E' sostanzialmente pagato per non svolgere la sua mansione. Trova, ovviamente, la situazione umiliante e fa causa alla Rai.

La vita va avanti

Beha denuncia, nello specifico, che dal 9 luglio 2008 al 4 novembre 2010 la Tv di Stato lo ha di fatto ingiustamente demansionato arrecandogli un danno. Poi la vita va avanti. Quella causa ha seguito il suo corso. Per intanto Beha ha ripreso in qualche modo la sua carriera. Radio, qualche altra puntata televisiva, una collaborazione col Fatto quotidiano, un volto conosciuto, una penna mai dimenticata dai lettori, ma un generale non adeguato utilizzo da parte della Rai di un giornalista abile, lucido, controverso come tutte le voci fuori dal coro ma sicuramente capace di catalizzare attenzione e ascolto. Una risorsa, insomma, messa in catene.

La ragione che arriva tardi

Alla fine, Beha ha avuto ragione. Ma che fatica. Il pachiderma Italia ci ha messo un bel po' per per dire la sua sul danno causato all'immagine del giornalista, il che somiglia a una nuova catena di beffe. Se danno c'era, andava riparato subito. Dire che sì, aveva ragione ma dirlo tardi significa moltiplicare il danno. Danno su danno. Chissà che puntata di Radio Zorro ci avrebbe fatto, il giornalista fiorentino.

Ragione in appello

La sentenza di primo grado, in verità, aveva dato torto al giornalista. Ma la corte di Appello, ben sette anni dopo i fatti, nei giorni scorsi, ha ribaltato il verdetto e gli ha dato ragione. La Rai dovrà pagare 180mila euro di risarcimento dei danni. Peccato che Brontolo non ci sia più. I soldi andranno ai suoi eredi, naturalmente, mentre lui – beffardo – da dov'è guarderà la scena con occhi tristi e la voce, se ne compiacerà da una parte, e dall'altra – come sempre – costruirà una chiosa amara, un po' disincantata, forse stanca, non cinica. 

Perché Beha non si mai arreso, nemmeno dopo morto

 

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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