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[Il retroscena] Così i Cinque Stelle vogliono bloccare le trivelle. Ecco il piano per la battaglia ambientalista

Due anni dopo il referendum sostenuto da Beppe Grillo e vanificato dal mancato raggiungimento del quorum, i Cinquestelle tornano all’attacco. Un emendamento “segnalato” alla legge di Bilancio aumenta sensibilmente i costi per le concessionarie: un permesso di prospezione costerebbe dal 2019 fino a 2 mila euro per chilometro quadrato, quasi il doppio. Dopo la resa sulla Tap e lo stallo sulla Tav i pentastellati tornano all’ambientalismo della prima ora. Riusciranno a impedire nuove trivelle, come quelle che una società australiana vuole mettere a Pantelleria?

[Il retroscena] Così i Cinque Stelle vogliono bloccare le trivelle. Ecco il piano per la battaglia ambientalista

Certo, il referendum è andato com'è andato. Nonostante fosse stato richiesto da ben otto Consigli regionali di diverso colore politico, a votare allora andò meno di un terzo degli elettori, e a salvare le trivelle (una quarantina) che pompano il petrolio dai fondali dell’Adriatico allora fu proprio il mancato raggiungimento del quorum. Di quella battaglia, che nella primavera del 2016 contrappose il governo di Matteo Renzi a quasi tutti i partiti, dalla sinistra radicale alla Lega, e soprattutto al M5s, sono rimasti il “ciaone” irridente di Ernesto Carbone che celebrava il successo della campagna astensionista e l’eco dei toni aspri che accompagnarono e soprattutto seguirono lo scontro referendario. Da due anni di trivelle non parla più nessuno. Spenti i riflettori, le aziende che operano nel settore - e a cui i promotori del referendum avrebbero voluto interrompere le concessioni alla scadenza prevista - continuano a lavorare come prima.

Secondo gli studi pubblicati allora dai principali istituti di sondaggi, a mobilitare il maggior numero di italiani per quella battaglia ambientalista era stato il partito di Beppe Grillo e oggi di Luigi Di Maio, seguendo l’ispirazione ambientalista della sua “ragione sociale”, sintetizzata, appunto, nelle cinque stelle del suo simbolo: acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività e ambiente. Da allora, politicamente parlando, sembra passato un secolo, ma gli ex grillini sembrano non avere dimenticato quel bacino elettorale. Persa la sfida sul Tap, e mentre conducono quella sulla Tav, sono pronti a riaprire il fronte sulle trivelle. Lo rivela la “segnalazione” da parte del Movimento di un emendamento alla legge di Bilancio attualmente in discussione alla Camera. “Segnalare” una proposta significa metterci il carico sopra, spingere la sua approvazione.

Il testo, che vede come prima firmataria la deputata lucana Mirella Liuzzi, propone che, con la Manovra 2019, le “tariffe” dei canoni annui per i “permessi di prospezione e ricerca e per le concessioni di coltivazione e stoccaggio in mare o sulla terraferma” vengano notevolmente alzate. Se non si possono fermare le trivelle per legge, è sufficiente aumentare in maniera spropositata i costi per i permessi per costringerle piano piano alla ritirata.


Secondo quanto proposto dall’emendamento pentastellato, un permesso di prospezione dovrebbe costare d’ora in poi 2 mila euro per chilometro quadrato e 3 mila un permesso di ricerca, che sale a 5 mila per la prima proroga e a 10 mila per la seconda. Una logica “punitiva” in linea con i trascorsi del M5s, dettata non solamente dall’assillo del governo di fare cassa, che porterebbe il costo di una concessione di coltivazione a 20 mila euro per chilometro quadrato, e in proroga a 25 mila. Secondo le stime del Parlamento le aziende che trivellano finiranno per pagare allo Stato quasi il doppio.


A partire dal gennaio del prossimo anno, il prezzo di una concessione di stoccaggio sarebbe di 41.316 euro per chilometro quadrato e a 10.329 euro per chilometro quadrato in un terreno già adibito alla coltivazione. Per finire, è prevista anche una sanzione di 4mila euro "per ogni anno di mancato inizio delle attività di concessione". Riuscirà l’aumento delle tariffe a fermare l’apertura di nuove trivellazioni nei mari italiani? Proprio qualche giorno fa sui media siciliani è rimbalzata la notizia della volontà di una società australiana di trivellare i mari prospicienti l’isola di Pantelleria, meta famosa del turismo internazionale.

Di sicuro, a dispetto dell’esito del referendum italiano del 2016, le trivelle nel mondo aumentano anziché diminuire. Stando all’ultimo rapporto pubblicato da Baker Hughes ogni venerdì, negli Stati Uniti i pozzi continuano ad aumentare. Il dato è in crescita e sfiora il record storico, toccato a ottobre 2014, quando le trivelle in tutti gli Stati Uniti furono ben 1.609.

Paolo Emilio Russodi Paolo Emilio Russo, giornalista parlamentare   

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