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Bassetti: "Morti “con Covid” e “per Covid”, perché è importante fare questa distinzione"

il direttore della Clinica Universitaria di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova raccontare l’importanza della distinzione fra i due concetti, partendo come sempre dall’analisi delle “sue” corsie,

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Covid (Ansa)
Covid (Ansa)

Quella che nella prima fase della pandemia era una sottile distinzione semantica punto di forza dei negazionisti, poi diventati col tempo No Mask, No Vax e No Pass, ma spesso coincidenti con quelli che inizialmente negavano la stessa emergenza sanitaria, è diventata qualcosa di molto diverso.

Perché oggi che la situazione negli ospedali, grazie al vaccino (“il siero sperimentale” nel linguaggio di cui sopra) è diametralmente opposta a quella della primavera 2020 e a quella dell’autunno-inverno 2021, ma anche lontana dal picco di ospedalizzazioni del gennaio 2022, quella distinzione fra “con Covid” e “per Covid” aiuterebbe moltissimo a capire e a gestire meglio la situazione ospedaliera.

La spiegazione di Bassetti

Ed è il direttore della Clinica Universitaria di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, il più grande d’Europa, Matteo Bassetti a raccontare l’importanza della distinzione fra i due concetti, partendo come sempre dall’analisi delle “sue” corsie, dove oggi si incontra quasi esclusivamente la variante Omicron, arrivata al 98 per cento dei casi, con la Delta ormai residuale e quasi annientata.

La storia

Bassetti racconta la sua storia medica personale: “Prima di essere primario qui per tanti anni sono stato un medico di medicina interna e quindi sono abituato a compilare le schede ISTAT sui decessi e sui loro motivi. In questi moduli si indica la causa primaria, ad esempio arresto cardiorespiratorio, le cause ulteriori della malattia e le concause, che in questo periodo prevedono l’indicazione della positività al SARS-Cov2. Ma credo che questi numeri vadano in qualche modo riletti e la concausa derubricata in molti casi”.

Decessi con covid e non per covid

Bassetti, che è anche coordinatore della task force ligure di infettivologia cita il rapporto Fiasco e anche analoghi dati di Alisa, l’agenzia sanitaria di Regione Liguria guidata da Filippo Ansaldi: "Se è vero, come ci dicono i rapporti, che fino al 40 per cento dei ricoveri Covid oggi in media intensità in Liguria sono pazienti ricoverati non “per” Covid ma “con” Covid, potrebbe anche darsi che il 40 per cento dei decessi in Liguria siano “con” Covid ma non “per” covid. Nell'attuale conteggio purtroppo escono indifferenziati i decessi per Covid e quelli con Covid e credo che su questo argomento si potrebbe lavorare anche con uno studio andando ad analizzare per esempio le cartelle cliniche dei pazienti deceduti per Covid e studiare all'interno qual è stato l’elemento determinante della positività al tampone".

In questi giorni il numero di morti in Liguria supererà quota 5000 dall’inizio della pandemia, dato molto significativo considerando che si tratta di una regione con solo un milione e 600mila abitanti. Ma, come sempre, come abbiamo fatto da mesi, la scegliamo come punto di osservazione privilegiato della pandemia, da un lato perché c’è Bassetti che, dopo la prima fase in cui i dati scientifici a disposizione non permettevano di analizzare precisamente la malattia e quindi anche alcune sue affermazioni sono state premature, si è dimostrato il più lucido nel raccontare la pandemia, sia dal punto di vista medico-scientifico, sia da quello sociale, altrettanto importante.

Dall’altro perché la Liguria ha una composizione demografica, la più longeva d’Italia, molto utile a capire la pandemia.

Le morti

Il responsabile del Dipartimento interaziendale regionale di Malattie Infettive e direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino cita anche l’unico dato in controtendenza, che è quello delle morti, ancora altissime – l’ultima settimana è stata la peggiore da mesi e mesi in Italia – soprattutto fra i non vaccinati che hanno venti volte tanto la possibilità di morire rispetto a coloro che hanno completato il ciclo vaccinale: “Ancora questa settimana dobbiamo purtroppo piangere decessi nel nostro reparto di persone non vaccinate, anche di età molto avanzata. Trovare un signore di 80 anni nel febbraio 2022 non vaccinato fa molto male sia a chi si è speso per la campagna vaccinale sia per chi ha deciso di non vaccinarlo”.

I posti letto

E tutto questo si lega anche al discorso dei posti letto di malattie infettive, ma non solo, che sono occupati nella stragrande maggioranza dei casi da non vaccinati. Cioè persone che, oltre a mettere a rischio loro stessi, tolgono posti in ospedale ai malati di altre patologie, che potrebbero essere adeguatamente curati.

E anche su questo Bassetti ci tiene a spiegare che il suo reparto è già immerso nella nuova fase storica che ci aspetta: “Vi do questo dato sull’organizzazione del reparto di Malattie Infettive del San Martino: noi siamo già da dieci giorni al 75 per cento di patologia non Covid e al 25 di patologia Covid. Non dimentichiamo infatti che le malattie infettive continuano ad essere molto frequenti. La capacità di invertire la rotta e recepire pazienti non Covid sarà fondamentale per dare una risposta a tutti quelli che soffrono anche delle altre malattie infettive. Preciso, infine, che al San Martino abbiamo sempre avuto almeno il 50 per cento dei posti letto, anche nel momento delle più grandi emergenze, destinati ai pazienti non Covid”.

"Riduzione nella media intensità"

Concetti confermati anche da Angelo Gratarola, responsabile del Dipartimento interaziendale regionale ligure di emergenza-urgenza e direttore dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale Policlinico San Martino, cioè l’uomo che coordina pronti soccorso e terapie intensive di tutti gli ospedali della sua regione: “La riduzione nella media intensità è in atto ormai da circa quindici giorni in maniera decisa, mentre la terapia intensiva tende a fare più fatica. Questo è legato a due ordini di ragioni: la prima è che i malati in terapia intensiva, per la complessità dei quadri clinici, tendono ad avere tempi di degenza e criteri di dimissibilità molto più complicati rispetto alla media intensità. La seconda ragione è che noi abbiamo ormai ricoverato una quota che supera il 20 per cento di pazienti che sono positivi al Covid; pazienti che non hanno la malattia, ma essendo positivi devono essere necessariamente posizionati nelle terapie intensive che abbiamo dedicato a questo tipo di patologia. Vedremo ridursi nelle prossime settimane il numero nelle terapie intensive, ma con una lentezza maggiore rispetto a quello che accadrà nella media intensità. Le prossime settimane saranno strategiche perché gli ospedali dovranno necessariamente cominciare a ritrasformare i posti letto e ridare la mission originale ai reparti, per lavorare e gestire al meglio i pazienti non Covid, tornando così alle condizioni originarie”.

Si parla col governo

E la traduzione di tutto questo in termini politici è la trattativa del presidente della Liguria Giovanni Toti con il premier Mario Draghi e soprattutto con il ministro della Salute Roberto Speranza proprio per ricalcolare i criteri di ricovero dei pazienti e la contabilità dei positivi: “La pressione ospedaliera diminuisce – spiega Toti - con una diminuzione talvolta meno che proporzionale su alcune specialità come le terapie intensive: questo è dovuto anche al fatto che, come diciamo da tempo, alcuni pazienti sono ricoverati ‘con’ il Covid riscontrato nel momento dell’accesso in ospedale ma non ‘per’ il Covid e quindi la loro degenza dipende da altre patologie. Su questo aspettiamo che il Governo possa opportunamente intervenire adeguando la normativa in modo da poter avere un cruscotto di dati maggiormente veritiero”.

Anche perché il punto centrale è la ripresa della medicina “normale”, per non parlare di quella preventiva, senza la quale i dati dei morti non “con Covid”, né “per Covid”, ma “a causa indiretta del Covid” rischiano di essere moltissimi. Oggi, anche solo contando i ricoverati con Covid negli ospedali liguri, il numero è impressionante: 700 pazienti, praticamente un intero San Martino, che pure come detto è l’ospedale più grande d’Europa. E, proprio per questo, è stato varato un piano, che si chiama Restart Liguria, per ripartire con le visite e gli interventi che sono stati stoppati per due anni. Ad occuparsene è stato chiamato Pino Profiti, l’uomo che ha fatto del Bambin Gesù, insieme a uno staff di medici d’eccellenza, fra cui Franco Locatelli, il primo ospedale pediatrico del mondo. Se non ci riesce lui, non ci riesce nessuno.

Bassetti (Ansa)
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