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[Il ritratto] Baglioni, il prete mancato che ha sbancato il Festival di Sanremo

"Dopo Conti, che ci sbatteva addosso i suoi amici di infanzia, ora tocca a Baglioni che comunque si dichiara orgogliosamente «di centro», e ha amici un po’ meno noiosi"

Baglioni con Favino e Hunziker
Baglioni con Favino e Hunziker

Il Festival è roba da democristiani. Per questo piace: solo la dc è riuscita a stare al comando per cinquant’anni di fila in questo Paese, e ci sarà un motivo. Dopo Conti, che ci sbatteva addosso i suoi amici di infanzia, Pieraccioni e Panariello, ora tocca a Claudio Baglioni che amerà pure definirsi un liberal americano, ma che comunque si dichiara orgogliosamente «di centro», e ha amici un po’ meno noiosi, bisogna ammetterlo. Quando c’era Andreotti, votava repubblicano, «perché mi sembravano gente seria», ma anche altri partiti, pure la dc, tanto allora si andava alle urne appena si poteva, e una sola volta comunista, ma solo perché «c’era Berlinguer. Poi mai più». Politicamente, dice di essere un riformista.

Nel privato, è di quelli che si definiscono «riservati», ma è anche un po’ strano, quasi un prete mancato. Professionalmente, invece, è molto meglio di come lo battezzano gli haters dei social, che hanno trovato la loro ragione di vita, non sapendo fare niente: distruggere gli atri. Innanzitutto, per fortuna, ha tenuto lontano dal palco alcuni dei suoi amici più stretti: molti missionari che portano nel mondo la parola del Signore, Pierferdi Casini che si accontenta della sua, e Fabio Fazio che ne avrebbe messa una buona per raccomandarlo. Pare che sia stato lui a segnalarlo ai dirigenti Rai: «E’ la persona giusta», avrebbe detto. In effetti, non è sbagliato. Il ragazzo che voleva fare il prete da grande e che quand’era un po’ cresciuto lo chiamavano «Agonia» al Prenestino perché vestiva solo con maglioni neri girocollo e occhiali spessi, era alto e affilato e scriveva le canzoni ispirandosi a Edgar Allan Poe, adesso è diventato un ottimo direttore artistico, molto democristiano, abbastanza abile, buon intenditore e poco incline alle raccomandazioni, come ha sentenziato Mario Luzzatto Fegiz, una prassi di cui, pare, si abusasse a Sanremo.

Tanto per cominciare, è un signore che ha venduto 55 milioni di dischi nel mondo, e che negli Anni 70 e 80, senza venire mai al Festival, lo batteva ogni volta, vendendo sempre più dei successi di Sanremo. Che piaccia o no, le sue canzoni hanno accompagnato un’epoca. Non sono poesie, come quelle di De Gregori (suo grande amico) o di De André. Però, hanno accarezzato infinite storie d’amore. Poi succede che a quelli che non piacciono stiano antipatiche. A Antonio Ricci, genio della tv, inventore di Striscia e non solo, invece sta proprio antipatico lui: «Non lo sopporto. Era il cantante preferito dei fascisti, dei La Russa e Gasparri. Io sono cresciuto nel ‘68, con Tenco, Gino Paoli, Guccini e De André, e arriva questa melensa creatura dalla maglietta fina che canta passerotto non andare via...». In ogni caso, è vero che aveva l’etichetta di essere un cantante di destra, anche se lui ha sempre negato: «Non lo sono mai stato. Me l’avevano appiccicata addosso perché durante la campagna per il divorzio alcuni partiti che erano contro avevano messo la mia immagine per sponsorizzare il Sì. Ma io non ne sapevo niente».

Baglioni, Hunziker e Favino

La verità, dice, è che «io sono di centro con un’attenzione maggiore verso le tematiche dei progressisti, piuttosto che quelle conservatrici». A Sanremo, però, ci arriva da restauratore. Intendiamoci, non è che Paolo Conti e quelli prima di lui avessero fatto delle rivoluzioni, non era proprio nelle loro corde. Ma Baglioni restaura anche le cose appena invecchiate, e le invecchia pure di più. Riporta gli anni 70 e 80 al centro della scena, che sono quelli del picco più basso e della rinascita di Sanremo, quando arrivano giovani come Vasco Rossi, Ruggeri, Zucchero, Eros Ramazzotti, dopo il vuoto confusionale dei trionfi di Mino Vergnaghi e Gilda che non sono riusciti a trovare più nemmeno quelli di «Chi l’ha visto?». Dice: «Non sarà un’adunata degli alpini». Ma lui se può li richiamerebbe tutti. Tornano Ruggeri, i Pooh - che per non farsi mancare niente si dividono pure in due più uno -, Ornella Vanoni, che ci ha messo 83 anni per diventare giovane, come confessa lei reggendosi a malapena in piedi sui tacchi 12, Luca Barbarossa, e poi Vecchioni e Morandi come ospiti. Certifica: «Sarò il sagrestano del Festival». Vero. Questo è un po’ nelle sue corde, perché sarà pure amico di Casini, ma è andato a cantare anche al matrimonio del figlio di Mastella, sogna di andare a vivere in convento quando smetterà di cantare, e se potesse andrebbe d’accordo con tutti, ma proprio con tutti, i mari i giochi e le fate, un bacio a labbre salate, un fuoco e quattro risate...

Nonostante l’aria affilata, la sua figura quasi ieratica e il soprannome di «Agonia», c’è in lui soprattutto quella autentica romanità placida che sembra essersi smarrita nella vastità della metropoli moderna. La sua compagna, Rossella Barattolo, una tipa tosta, tarantina, manager di una grande società petrolifera, che aveva vissuto negli Usa e in Inghilterra, dice di aver trovato dentro la sua persona «quell’uomo tranquillo, sereno e pieno di pace da difendere e proteggere». Quando li avevano presentati per la prima volta, lei era cascata dalle nuvole: «Baglioni chi?». Non sapeva manco chi fosse. Adesso lei ha lasciato le aziende petrolifere e fa il suo manager: lui si fida solo di lei. Figlio di Riccardo, maresciallo dei carabinieri, e di Silvia Saleppico, sarta, romano di Roma, nato a Monte Sacro e cresciuto a Centocelle, tifoso romanista, era un ragazzino così mite che l’avevano mandato a fare boxe per imparare a difendersi. Solo che lui aveva smesso subito: «E’ finita quando ho colpito uno sul ring e ho continuato a scusarmi». Aveva studiato da architetto e ha fatto il cantante. Aveva imparato da solo a suonare la chitarra, strimpellando le canzoni di De André. Poi l’avevano mandato a scuola di pianoforte. Diciamo che ne ha fatta di strada, come canta lui stesso, «quanta pioggia ho veduto cadere leggera, quante volte ho sognato sui ponti la sera, quanta vita ho lasciato qua e là, e quanta strada ancora da fare, però».

Al Festival è approdato per trattare meglio che può questo monumento del nostro costume. Perché ci scriviamo tutti contro,lo insultiamo sempre, ma sono 70 anni che gli italiani lo guardano. E nell’immaginario di chi lo fa dall’altra parte di quella scatola nera dev’esserci la famiglia seduta sulle poltrone del salotto, come quelle dell’era Bernabei quando l’Italia era un’altra cosa. Baglioni avrà centomila difetti, ma ha fatto un miracolo per questo festival. Ha tolto tutti i nani e le ballerine, le olgettine varie e gli amici degli amici, ha tolto la stupidità irreale delle vallette e dei valletti, e ci ha messo dei professionisti, dalla Hunzicker a Favino, a Edoardo Leo e Sabrina Impacciatore. E di questo, almeno noi non finiremo mai di essergliene grati. Perché i professionisti potranno anche non piacere, ma almeno non fanno vomitare.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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