Così il carcere di Reggio Calabria era diventato un luogo di villeggiatura: le accuse alla direttrice

Sono gravi le contestazioni mosse dalla Dda di Reggio Calabria nei confronti di Maria Carmela Longo, oggi direttrice del carcere di Rebibbia a Roma, finita agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Così il carcere di Reggio Calabria era diventato un luogo di villeggiatura: le accuse alla direttrice

Negli anni della sua direzione sarebbe stata garantita ai detenuti di Alta Sicurezza la possibilità di comunicare all’interno e all’esterno dell’istituto penitenziario, di mantenere e coltivare una proficua circolazione di informazioni, di permanere per intervalli temporali più lunghi del previsto rispetto a quelli della normativa relativa agli spostamenti momentanei per la partecipazione alle udienze.

Le accuse alla direttrice

Sono gravi le contestazioni mosse dalla Dda di Reggio Calabria nei confronti dell’ex direttrice del carcere di Reggio Calabria, Maria Carmela Longo, oggi direttrice del carcere di Rebibbia a Roma, finita agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Insomma, gli istituti penitenziari reggini, negli anni della reggenza Longo sarebbero stati più luoghi di vacanza, dove esponenti di spicco della ‘ndrangheta avrebbero potuto continuare a mantenere i contatti associativi e a esercitare potere criminale. Gli inquirenti parlano di “una consapevole e permanente agevolazione della vita dei detenuti e dei nuclei familiari di appartenenza”.

L’inchiesta

L'inchiesta che ha portato all'arresto, condotta dal Nucleo investigativo centrale del Dap, ha svelato quella che i pm definiscono "una sistematica violazione delle norme dell'ordinamento penitenziario e delle circolari del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria". Stando alla ricostruzione dei pm della Dda, Stefano Musolino e Sabrina Fornaro, Maria Carmela Longo "concorreva al mantenimento ed al rafforzamento delle associazioni a delinquere di tipo 'ndranghetistico". Nello specifico, Maria Carmela Longo avrebbe avallato ''le richieste dei detenuti ristretti presso la casa circondariale Panzera''. E i detenuti che, secondo le accuse, potevano contare sulla compiacenza dell'ex direttrice, erano quelli ristretti in regime di ''alta sicurezza'', dunque indagati o imputati per associazione mafiosa o comunque per reati aggravati dalle modalità mafiose. Uno di loro sarebbe stato Paolo Romeo, avvocato ed ex parlamentate, alla sbarra nel processo ''Gotha''. Romeo è considerato a capo della cupola massonica della ‘ndrangheta.

Trattamenti di favore

Ma a beneficiare dei trattamenti di favore predisposti dalla Longo sarebbero stati anche altri elementi di spicco dell’ala militare della ‘ndrangheta. Da Cosimo Alvaro, boss della cosca di Sinipoli a Domenico Bellocco, dello storico casato di Rosarno, fino a Michele Crudo, uomo forte dei Tegano di Reggio Calabria, uno dei clan più potenti di tutta la ‘ndrangheta. In particolare l'ex direttrice avrebbe avuto una predilezione per alcuni detenuti "graditi" che avevano la possibilità di incontrare i familiari al di fuori dell'istituto penitenziario e al di fuori dei limiti previsti nella disciplina dei colloqui. La dottoressa Longo, è scritto nel capo d'imputazione, "individuava i detenuti da autorizzare all'espletamento del lavoro intramurario, nonché quelli da indicare al magistrato di sorveglianza per l'espletamento del lavoro esterno". Maria Carmela Longo, inoltre, avrebbe consentito, "la collocazione di detenuti ristretti in circuito di Alta sicurezza legati da rapporti di parentela o appartenenti allo stesso sodalizio criminoso nelle medesime celle".

I racconti dei collaboratori di giustizia

A pesare sul conto della Longo, le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che proprio da quegli istituti reggini sono passati prima di “pentirsi”: Mario Gennaro, Francesco Trunfio e Stefano Tito Liuzzo. Il primo, nella sua carriera criminale, ha fatto fare soldi a palate ai Tegano con il business delle scommesse online. Arrestato nel 2015, racconta di aver potuto addirittura scegliere la cella e il compagno di detenzione, una volta tradotto in carcere. “Tramite un brigadiere” dice Gennaro, avrebbe scelto di Totò Polimeni, detto “U Troio”, anch’egli affiliato di spicco dei Tegano. Stando al racconto di Gennaro e agli accertamenti degli inquirenti, la dislocazione nelle due sezioni del carcere – “Scilla” e “Cariddi” – sarebbe stata di fatto scelta da Polimeni e da altri detenuti reggini.

I detenuti reggini

Uno spaccato confermato anche da Francesco Trunfio, per anni inserito nella potentissima cosca Piromalli di Gioia Tauro: “I primi di agosto del 2018 ci è stata data la possibilità di formare una cella con tutti i paesani, tutti della Piana, […] tutto ciò su disposizione dell’Amministrazione”. Conferme anche sulla distinzione delle due sezioni: “Il reparto Cariddi è occupato da detenuti reggini, l’abbiamo sempre chiamato ‘dei riggitani’ come Condello, De Stefano, ecc. (il controllo era di Michele Crudo). Il reparto Scilla, invece, era della Piana di Gioia Tauro. […] Si sa che nel reparto Cariddi i detenuti lavoranti sono solo reggini. Per esempio, il cuoco è ovviamente reggino. Le istanze per lavorare nel reparto Cariddi se non sei detenuto reggino non le fai proprio. L’amministrazione ufficiale del carcere avalla queste regole. I detenuti reggini hanno contatti con l’amministrazione del carcere e condividono con loro le regole di gestione di cui sto parlando. E’ un fatto notorio tra detenuti, tutti lo sappiamo”.

Il ruolo della Longo

A riferire, in particolare, sul ruolo della direttrice Longo, è il collaboratore Liuzzo, esponente della parte imprenditoriale della cosca Rosmini e diventato pentito dopo anni di detenzione e, quindi, di conoscenza di tale sistema. Secondo il suo racconto, la Longo avrebbe avuto rapporti preferenziali con qualche detenuto e avrebbe soddisfatto le richieste (indebite, evidentemente) di qualche avvocato per il ritardo degli spostamenti da un carcere all’altro: “Il carcere di Reggio Calabria è diverso dalle altre carceri” dice Liuzzo, che nella sua carriera criminale ne ha visitati tanti. Liuzzo ricorda che la direttrice Longo avrebbe anche ricevuto favori e regalie per favorire qualche detenuto.

I detenuti di rango superiore

La direttrice, inoltre, avrebbe anche avuto un occhio di riguardo per altri detenuti di rango superiore, tra cui l’avvocato Paolo Romeo, considerato elemento di congiunzione tra la ‘ndrangheta e la massoneria deviata, e l’ex presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, detenuto dopo la condanna definitiva per le spese pazze nel Comune di Reggio Calabria. Su Romeo, la direttrice avrebbe persino concordato con un legale una strategia per far rimanere il più possibile il detenuto a Reggio Calabria a fronte di un doveroso trasferimento nel carcere di Tolmezzo. Per Scopelliti, invece, pur non essendoci una contestazione precisa, nelle carte d’indagine è possibile ricavare il fortissimo interessamento della Longo (peraltro in quel periodo prossima al trasferimento) per la richiesta di lavoro alternativo fuori dal carcere dell’ex governatore della Calabria.